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Kosovo (albanese Kosova), regione della penisola balcanica situata tra la Serbia, il Montenegro, l’Albania e la Repubblica ex iugoslava di Macedonia. Popolato in massima parte da albanesi, il Kosovo fu una regione autonoma (1946-1968) e poi una provincia autonoma (1968-1989) della Iugoslavia. Teatro di un violento scontro tra esercito serbo e milizie indipendentiste locali, nel 1999 fu posto sotto l’amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite (UNMIK, United Nation Mission in Kosovo). Nel febbraio 2008 ha proclamato l’indipendenza, che è stata respinta dalla Serbia ma riconosciuta da diversi paesi occidentali. Regione essenzialmente montuosa, con un’altitudine media di 500 metri, il Kosovo è occupato da colline e rilievi che raggiungono la massima altitudine (2.640 m) nella catena del Šar Planina. Il territorio, la cui estensione è di 10.887 km², è solcato dai fiumi Drin, Ibar e Beli. Sebbene ricco di giacimenti di piombo, zinco, lignite, cromite e magnesite, il Kosovo è una delle regioni più povere d’Europa. L’attività economica è quasi esclusivamente agricola: si coltivano cereali (mais, frumento e orzo), patate, prugne, tabacco, uva e legname, e sono sviluppati inoltre l’orticoltura e la viticoltura; sui rilievi si allevano bovini e ovini. I principali centri urbani sono il capoluogo Priština, Prizren e Peć, un tempo sede (1557-1766) del patriarca della Chiesa ortodossa di Serbia. Nel 1993 la popolazione ammontava a circa 2.000.000 di abitanti, in maggioranza albanesi (più dell’80%) e con cospicue minoranze serbe e montenegrine. In seguito, con l’aggravarsi della crisi balcanica, il territorio del Kosovo subì forti sconvolgimenti demografici, intensificatisi alla fine degli anni Novanta a causa della “pulizia etnica” serba. Il fenomeno raggiunse il momento di massima intensità nella primavera del 1999, durante l’attacco scatenato dalla NATO contro la Serbia. In seguito, gran parte degli albanesi fece ritorno nella regione, che fu invece abbandonata, a causa della rappresaglia albanese, da circa 200.000 serbi.
A partire dal II millennio a.C. la regione, come gran parte della penisola balcanica, fu occupata dalla popolazione illirica dei dardani e in seguito conquistata da Roma e annessa all’impero. Centro dall’VIII secolo del principato di Raska (o Rascia), nel XII entrò a far parte dei domini del principe serbo Stefano Nemanja, la cui vittoria contro i bizantini avrebbe consentito la formazione di un primo stato serbo. Fu con la battaglia del Kosovo che, nel 1389, l’esercito dell’impero ottomano cominciò la conquista dei principati serbi, che si sarebbe conclusa nel 1459.
Nel XVII secolo, sotto la pressione dei turchi, gran parte della popolazione serba abbandonò la regione per rifugiarsi oltre la Sava e il Danubio, venendo rimpiazzata da genti turche e albanesi islamizzate. Sotto l’impero ottomano, il territorio popolato dagli albanesi venne organizzato nei quattro vilayet (governatorati) di Scutari, Bitola, Giannina e Skopje; quest’ultimo, il più esteso, comprendeva, oltre al Kosovo, parti della Macedonia, della Serbia e del Montenegro. A partire dal XIX secolo tra le popolazioni balcaniche si affermarono forti movimenti nazionalisti, fondati sulle distinte identità culturali e linguistiche, oltre che religiose. Tra gli albanesi, organizzati quasi esclusivamente su base clanica e divisi linguisticamente tra un’area ghega a Nord (più chiusa e tradizionalista) e una tosca a Sud (più aperta agli influssi esterni), fu solo negli anni Settanta dell’Ottocento che si sviluppò un movimento di carattere vagamente nazionale. Nel 1878 nacque infatti tra i clan gheghi la Lega di Prizren, alla quale aderirono in seguito gli albanesi del Sud. La Lega si fece portatrice di un programma autonomista, non finalizzato alla costituzione di uno stato indipendente ma alla difesa delle specificità albanesi, minacciate dalle istanze centralizzatrici dei nazionalismi cristiani, all’interno dell’impero ottomano. La richiesta di unificare i quattro vilayet in un’unica unità amministrativa venne tuttavia ignorata dal sultano, che sciolse la Lega con la forza. Con l’intensificarsi delle lotte indipendentiste nei Balcani, il Kosovo fu spesso teatro di scontri e, a causa della presenza di albanesi e bosniaci musulmani nelle strutture civili e militari ottomane, di rappresaglie. Agli inizi del XX secolo, mentre gli albanesi del Sud accoglievano il programma modernizzatore dei Giovani Turchi, in Kosovo scoppiò una violenta rivolta in difesa del sultanato, che si protrasse fino allo scoppio della prima guerra balcanica.
Il conflitto sconvolse i programmi autonomistici albanesi. Nel novembre del 1912 nacque il nuovo stato indipendente dell’Albania, che tuttavia non comprese la gran parte dei territori precedentemente riuniti sotto i governatorati di Bitola e Skopje. Durante la prima guerra mondiale la regione fu occupata dagli eserciti serbo, greco e italiano. Nel 1918, mentre l’Albania si ricostituiva entro i confini del 1913, il Kosovo passò quasi integralmente sotto il dominio serbo, entrando a far parte del nuovo Regno dei serbi, croati e sloveni, chiamato in seguito Iugoslavia. Nei due anni successivi alla guerra nel Kosovo scoppiarono violente rivolte, represse nel sangue dall’esercito iugoslavo; in seguito, fallito un tentativo di serbizzazione forzata, Belgrado applicò nei confronti degli albanesi una politica repressiva, nell’intento di costringerli ad abbandonare la regione emigrando verso l’Albania e la Turchia.
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