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Risonanza magnetica

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Analisi cliniche: risonanza magneticaAnalisi cliniche: risonanza magnetica
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2.3

MRI e risonanza magnetica funzionale

Agli inizi degli anni Ottanta si abbandonò il termine “nucleare”, che si riteneva avesse connotazioni negative, e si preferì parlare di risonanza magnetica per immagini, o MRI (Magnetic Resonance Imaging). Le tecnologie digitali ad alta velocità e l’uso di superconduttori permisero la progettazione di macchinari per MRI più grandi e con una risoluzione immensamente migliore. Tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi dei Novanta un ulteriore passo in avanti fu la risonanza magnetica funzionale, con la quale è possibile studiare la funzione di un organo, e quindi non solo valutarne l’anatomia strutturale. Alla sua realizzazione contribuirono le ricerche di George Radda, Seiji Ogawa e John W. Belliveau.

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Tecnica della risonanza magnetica

Il principio della risonanza magnetica è applicabile al corpo umano, in quanto esso è costituito da un gran numero di piccoli magneti biologici, il più abbondante dei quali è il protone o nucleo dell'atomo di idrogeno. La risonanza magnetica di un tessuto viene ottenuta seguendo tre stadi fondamentali. Dapprima il tessuto da analizzare viene immerso in un campo magnetico statico (30.000 volte più intenso del campo magnetico terrestre) che agisce sui nuclei atomici, determinando una condizione di 'stato stazionario', caratterizzata da una magnetizzazione non nulla. In secondo luogo si applica un campo magnetico periodico oscillante a una determinata radiofrequenza (frequenza di risonanza) che 'eccita' i nuclei e orienta i momenti magnetici secondo una direzione stabilita. In terzo luogo si interrompe il campo oscillante e i momenti magnetici si orientano in modo casuale, emettendo l'energia precedentemente assorbita sotto forma di un segnale che viene captato da una particolare antenna. Questo segnale serve come base per la costruzione delle immagini interne del corpo.

Prima dell’esecuzione della risonanza, si verifica che il paziente non possieda pacemaker, protesi interne o clip metalliche interne applicate in precedenti interventi chirurgici, allo scopo di scongiurare possibili danni dovuti all’interazione tra i metalli e il campo magnetico. L’esame vero e proprio dura circa mezz’ora, e può essere preceduto dalla somministrazione per endovena di un mezzo di contrasto. Sul corpo del paziente possono essere applicate delle “bobine di superficie”, in forma di fasce o placche; quindi, il paziente viene introdotto interamente nel tunnel al centro dello strumento per essere sottoposto al campo magnetico. Le immagini degli organi compaiono su uno schermo e vengono quindi stampate su lastre di tipo radiografico.

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Applicazioni della risonanza magnetica

La risonanza magnetica fornisce, in maniera non invasiva, immagini di sezioni di qualsiasi parte del corpo, tagliate nelle tre direzioni dello spazio, permettendo dunque di ricavare una sorta di immagine tridimensionale dell’organo esaminato. Questa tecnica assume pertanto un enorme valore in ambito diagnostico e nel follow-up (cioè, nel costante monitoraggio) di pazienti sottoposti a particolari trattamenti. La richiesta da parte del medico di una risonanza magnetica non avviene necessariamente in presenza di condizioni patologiche, come ad esempio infarto cerebrale o tumori, ma può avvenire anche in pazienti sani, nell’ambito di controlli di prevenzione, qualora sia necessario ricavare immagini di particolari organi non altrettanto osservabili con altri metodi radiologici.

La risonanza magnetica è efficace soprattutto nella visualizzazione dell’encefalo, di organi addominali, di grandi vasi sanguigni e dello scheletro (particolarmente la colonna vertebrale).

Le immagini prodotte hanno la stessa risoluzione anatomica e un miglior contrasto rispetto alle immagini ottenute con la tomografia computerizzata, mentre rispetto alla tomografia a emissione di positroni (PET) hanno un maggiore dettaglio anatomico.

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