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Roma antica (età repubblicana)

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Introduzione

Roma antica (età repubblicana) Periodo della storia di Roma antica compreso fra il 510 e il 27 a.C., che seguì la caduta della monarchia.

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Le magistrature repubblicane e la conquista dell’Italia (510-264 a.C.)

Mentre nell’età monarchica il potere era attribuito unicamente al re, in età repubblicana venne affidato a due magistrati eletti annualmente dall’intera cittadinanza, riunita nei comizi centuriati, dapprima chiamati pretori e in seguito consoli. Il popolo romano, infatti, trasferiva loro l’imperium (la forza congiunta di dei e popolo di Roma), attributo necessario per comandare l’esercito. La collegialità e l’annualità di queste magistrature debbono intendersi in aperto contrasto con la natura monarchica del potere, che il popolo romano non voleva che fosse ripristinata; dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo per opera dei nobili Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino – considerati i primi magistrati della Roma repubblicana – il nome di re divenne infatti sinonimo di sopruso, e accuratamente evitato: l’unico suo uso linguistico fu nella funzione sacerdotale di rex sacrorum, officiante dei pubblici sacrifici.

La composizione del senato, la più autorevole assemblea decisionale dello stato romano, venne progressivamente trasformata grazie all’inserimento di membri di estrazione plebea, chiamati conscripti (da cui la successiva denominazione dei senatori come patres conscripti): ciò venne decretato in seguito a un aspro conflitto tra patrizi e plebei. Non è facile cogliere la vera origine di questi distinti ordines, anche perché le risposte date finora dagli studiosi sono state estremamente diverse; patrizi e plebei, se ebbero tra loro profonde differenze di carattere economico, sociale e religioso (professavano infatti culti diversi) dovettero inizialmente (nel periodo monarchico) distinguersi soprattutto per motivi etnici.

C’è chi ha voluto vedere, ad esempio, nei patrizi i latini che si imposero sull’etnia sabina, cioè i plebei; oppure individuare nei patrizi gli etruschi conquistatori (etruschi erano i re Tarquinio Prisco e Tarquinio il Superbo) che sottomisero la componente etnica latino-sabina, riducendola a plebe; e non mancano teorie innovative, che tendono a ridimensionare di molto il ruolo del patriziato in epoca arcaica. Certo è che la lotta che si sviluppò tra patrizi e plebei nelle prime fasi dell’età repubblicana portò alla progressiva abolizione di numerosi privilegi politico-sociali del patriziato.

Nel 494 a.C. la secessione della plebe guidata da Menenio Agrippa diede luogo all’elezione dei tribuni della plebe (tribuni plebis). Eletti annualmente, godevano dell’inviolabilità personale (sacrosanctitas) e del diritto di veto sulle deliberazioni dei magistrati patrizi (intercessio) e rappresentavano per i plebei il punto di riferimento politico nei conflitti con il patriziato: avevano cioè ufficialmente il diritto di soccorrere la plebe (ius auxilii ferendi plebi).

Oltre all’elezione dei tribuni, vennero concessi l’istituzione di edili plebei, nonché il diritto di riunirsi in assemblea nel concilium plebis. Nel 451 a.C. fu nominata una commissione composta da dieci uomini (decemviri legibus scribundis), prima tutti patrizi e poi metà patrizi e metà plebei, allo scopo di fissare il primo codice di leggi della storia romana (legge delle Dodici Tavole), ove furono raccolti i principi del diritto romano arcaico. Con la legge Canuleia, del 445 a.C., fu legalizzato il matrimonio fra patrizi e plebei, mentre le leggi Liciniae-Sextiae, del 367 a.C., stabilirono che uno dei due consoli eletti doveva essere plebeo.

Queste ultime leggi sancirono la legalizzazione di una diffusa prassi, che aveva visto già dal 444 a.C. la frequente sostituzione del consolato con un tribunato militare “dalla potestà consolare”, carica cui era consentito l’accesso ai plebei. Progressivamente, anche l’accesso alle altre magistrature fu aperto ai plebei: la dittatura, nominata nei momenti di grave pericolo esterno per lo stato romano (356 a.C.); la censura (350 a.C.); la pretura (337 a.C.); le magistrature connesse ai collegi pontificali e augurali (300 a.C.).

Questi cambiamenti politici segnarono la nascita di una nuova aristocrazia. Il senato, che originariamente possedeva solo una serie di limitate prerogative amministrative, divenne il fulcro del governo della repubblica, poiché a esso spettava ogni decisione in materia di pace e di guerra, nella scelta delle alleanze e delle colonie da fondare, nel controllo delle finanze statali. Sebbene l’emergere di questa nuova nobilitas patrizio-plebea avesse posto fine alle lotte fra i due ordini, la situazione delle famiglie plebee più povere non subì alcun miglioramento.

La politica estera di Roma, in questa fase della sua storia, fu caratterizzata da una serie di guerre di conquista che diedero luogo a una notevole espansione territoriale. Con la grande vittoria ottenuta presso il lago Regillo nel 497 o 496 a.C. contro latini e volsci alleati, Roma divenne la città egemone della Lega latina (l’antica confederazione che univa tra loro le città del Lazio), imponendo nel 493 a.C. il celebre trattato detto foedus Cassianum; condusse poi una serie di altre guerre contro etruschi, volsci ed equi: guerre nelle quali si affermò, tra gli altri, Lucio Quinzio Cincinnato, dittatore nel 458 a.C.

Tra il 449 e il 390 a.C. la politica espansionistica di Roma divenne particolarmente aggressiva: con la presa di Veio (396 a.C.) da parte di Marco Furio Camillo, l’Etruria iniziò a perdere la propria indipendenza. Intorno alla metà del IV secolo a.C., nell’Etruria meridionale vennero stanziate alcune guarnigioni romane. Le vittorie su volsci, latini ed ernici assegnarono a Roma il controllo dell’Italia centrale, facendola nel contempo entrare in contatto con i sanniti, stanziati più a sud, che vennero affrontati e vinti nel corso di tre durissime guerre (guerre sannitiche), tra il 343 e il 290 a.C. Stroncata una rivolta di latini e volsci, nel 338 a.C., la Lega latina fu sciolta; due potenti coalizioni si formarono allora per cercare di contrastare l’ascesa di Roma: etruschi, umbri e galli (che già avevano attaccato i romani saccheggiando l’Urbe nel 390 a.C.) a nord; lucani, bruzi e sanniti nel sud, che riuscirono a contrastare l’espansionismo romano fino al 283 a.C.

Nel 281 a.C. la colonia greca di Tarentum (l’odierna Taranto) chiese aiuto contro la minaccia costituita da Roma, della quale si temevano le mire espansionistiche in Magna Grecia, a Pirro, re dell’Epiro; dal 280 al 276 a.C. egli condusse la guerra in Italia meridionale e in Sicilia infruttuosamente – nonostante potesse contare sull’utilizzo bellico degli elefanti, sconosciuti ai romani – e dovette fare ritorno in Grecia. Durante i dieci anni successivi i romani completarono la sottomissione dell’Italia meridionale, riuscendo dunque a controllare l’intera penisola, dallo “stivale” fino ai fiumi Arno e Rubicone.

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Le guerre puniche e macedoniche (264-133 a.C.)

Nel 264 a.C. Roma entrò in guerra con Cartagine per il controllo del Mediterraneo: la città punica rappresentava in quel momento la più forte potenza marittima dell’Occidente, capace di controllare pressoché totalmente il settore centrale e occidentale del bacino del Mediterraneo, mentre Roma rimaneva ancora padrona del solo territorio italiano.

La prima delle tre guerre puniche scoppiò per la crescente rivalità politica ed economica tra Roma e Cartagine. Dopo le guerre tarantine, infatti, Roma aveva posto sotto la propria diretta influenza le città della Magna Grecia, minacciando in questo modo la supremazia cartaginese nel Mediterraneo meridionale, consolidata negli anni grazie a vasti insediamenti punici in Sicilia. L’occasione fu data dai mercenari campani mamertini, assediati a Messana (Messina), che chiesero aiuto a entrambe le città contro Gerone II di Siracusa. Cartagine, come si è detto, controllava già parte della Sicilia e i romani accolsero la richiesta con l’intenzione di cacciare i cartaginesi dall’isola.

Approntata la loro prima grande flotta, i romani dichiararono guerra e sconfissero i cartaginesi nella battaglia di Milazzo (260 a.C.), sotto la guida del console Caio Duilio. Nonostante altre vittorie, nelle acque di Tindari e al largo del promontorio Ecnomo (presso Licata), essi non riuscirono però a impadronirsi della Sicilia. Nel 256 a.C. un’armata romana guidata dal console Marco Attilio Regolo stabilì una base in Nord Africa, ma l’anno seguente i cartaginesi la costrinsero a ritirarsi, dopo averla duramente sconfitta presso Tunisi: Regolo stesso fu fatto prigioniero e molti dei soldati romani superstiti morirono travolti da una tempesta l’anno successivo.

La guerra continuò a lungo, combattuta in gran parte attorno alla Sicilia, e si concluse dopo alterne vicende solo nel 241 a.C. con una battaglia navale presso le isole Egadi, vinta dai romani guidati dal console Caio Lutazio Catulo; essa fruttò a Roma il controllo della Sicilia (prima regione a essere organizzata in provincia romana) e nel 237 a.C. la conquista della Sardegna e della Corsica, a loro volta costituite in provincia. Le condizioni di pace imposte ai cartaginesi dai vincitori furono durissime: oltre alle perdite territoriali e all’impegno di non belligeranza, essi dovevano restituire senza riscatto i prigionieri romani e impegnarsi a pagare una forte indennità di guerra.

Ora che Roma era in grado di competere sui mari, Cartagine cominciò a organizzarsi per una ripresa delle ostilità, attraverso l’acquisizione di una serie di punti d’appoggio in Spagna, dove volutamente i cartaginesi provocarono i romani attaccando la città di Sagunto, loro alleata. La seconda guerra punica prese avvio nel 218 a.C. con la spedizione di Annibale in Italia, dalle basi spagnole attraverso le Alpi. Dopo aver vinto i romani presso i fiumi Ticino e Trebbia, egli si spinse verso sud ottenendo successivamente due importanti vittorie, al lago Trasimeno (217 a.C.) e a Canne (216 a.C.).

I condottieri romani di maggior spicco in questa prima parte della guerra furono il dittatore Quinto Fabio Massimo, detto “il Temporeggiatore” poiché dopo la sconfitta romana del Trasimeno cercò di tenere a distanza il nemico e di logorarlo con una tattica attendista, e il console Caio Terenzio Varrone, sfortunato comandante dell’esercito romano a Canne. La guerra proseguì ancora a lungo, e vide da un lato una progressiva riconquista da parte dei romani del terreno perduto in Italia meridionale (presa di Siracusa, 212 a.C. e di Capua, 211 a.C.), dall’altro frequenti saccheggi e devastazioni da parte di Annibale, che depauperarono severamente l’agricoltura italica.

Dopo circa quindici anni il conflitto si spostò in Africa, dove Annibale fu chiamato per affrontare nel 202 il giovane generale romano Scipione Africano, che puntava su Cartagine. Annibale venne sconfitto in maniera definitiva nella battaglia di Zama (202 a.C.), in conseguenza della quale Cartagine fu costretta a consegnare la sua flotta, a cedere la Spagna e i suoi possedimenti insulari nel Mediterraneo, oltre a pagare una nuova indennità di guerra. Roma rimase così la sola dominatrice del Mediterraneo occidentale e ampliò il suo dominio verso nord. Fra il 201 e il 196 a.C. le popolazioni galliche della Pianura Padana furono soggiogate e il loro territorio venne progressivamente romanizzato. La Spagna fu mantenuta in regime di occupazione militare, e successivamente costituita in provincia.

La terza guerra punica, originata dal timore che la potenza cartaginese potesse tornare a prosperare, in virtù di una fiorente economia, fu condotta rapidamente a termine fra il 149 e il 146 a.C. da Scipione Emiliano, che conquistò e distrusse Cartagine dopo tre anni di assedio, trasformandone il territorio circostante nella provincia d’Africa.

Nel corso del III e del II secolo a.C. Roma fu anche impegnata in un lungo conflitto con la Macedonia per il dominio del settore orientale del Mediterraneo, che si svolse nel corso di tre guerre; nelle prime due le forze macedoni combatterono sotto il comando di Filippo V, sconfitto nel 197 a.C. a Cinoscefale. Nel frattempo, con l’aiuto degli stati della Grecia meridionale, suoi alleati, Roma combatté contro Antioco III di Siria, che fu vinto nella battaglia di Magnesia (189 a.C.) e obbligato a cedere i suoi possedimenti in Europa e in Asia. Il figlio di Filippo V, Perseo, continuò la resistenza contro Roma, provocando lo scoppio della terza guerra macedonica; nel 168 a.C. il suo esercito fu sgominato a Pidna dal generale Lucio Emilio Paolo: la Macedonia divenne provincia romana nel 146 a.C. In quello stesso anno l’ultima rivolta della Lega achea contro Roma si concluse con la presa e la distruzione della città di Corinto: da quel momento la libertà della Grecia ebbe fine.

In poco più di un secolo, Roma divenne un impero che dominava il bacino del Mediterraneo dalla Siria alla Spagna. Conseguenza di tali imprese furono i contatti con la cultura greca, di cui Roma poté apprezzare le arti e le lettere, la filosofia e i culti religiosi. Non a caso la letteratura latina ebbe un grande impulso a partire dalla seconda metà del III secolo a.C., con la traduzione di opere dell’epica greca e lo sviluppo di un teatro che su quello greco era modellato; nel secolo successivo queste tendenze si enfatizzarono, e si diffusero a Roma le prime scuole filosofiche greche. Se è vero che questa ellenizzazione della cultura romana dispiacque ai più conservatori, come al vecchio Catone il Censore, il filoellenismo divenne invece uno dei tratti distintivi dell’autorevole famiglia degli Scipioni.

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La lotta politica a Roma: dai Gracchi a Silla

Nello stesso periodo in cui Roma stava creando un impero di vasta portata, si accrebbe il livello dello scontro politico al suo interno. Le più ricche famiglie plebee e le antiche gentes patrizie conquistarono, grazie a un accordo, le più alte magistrature e il controllo totale dell’accesso al senato; inoltre, la graduale estinzione dei piccoli proprietari terrieri, dovuta a uno sviluppo – ancorché parziale – del latifondo e alle devastazioni delle guerre (soprattutto di quella annibalica), provocò la formazione di un proletariato, in larga parte inurbato, il cui malcontento era incapace di tradursi in organizzazione politica.

Divenne così inevitabile lo scoppio di un duro conflitto tra l’aristocrazia più conservatrice, organizzata nella fazione degli optimates, e uomini politici con maggiore attenzione verso le fasce più basse della società, organizzati nella fazione dei populares: tra questi ultimi, i fratelli Tiberio Sempronio Gracco e Caio Sempronio Gracco, tribuni della plebe rispettivamente nel 133 e 123 a.C., che promossero riforme agrarie che non sopravvissero però alla morte violenta dei loro fautori.

Si stava inoltre sviluppando, all’interno della società romana, un nuovo soggetto sociale: l’ordine equestre. I cavalieri, infatti, si erano avvalsi delle nuove conquiste in Oriente – che avevano ampliato l’orizzonte mercantile di Roma – per imporsi come ceto imprenditoriale e commerciale; inoltre, in molte delle nuove province, l’esazione degli appalti fu appannaggio di cavalieri, detti pubblicani, che con questa attività costruirono enormi fortune. Alla crescita economica dei cavalieri non corrispose però un adeguato ruolo politico e l’ordine equestre restò escluso dalle funzioni di governo dello stato, eccezion fatta per qualche suo isolato esponente che accedeva al senato come homo novus (non proveniente cioè da famiglie senatorie).

La lotta più dura che combatterono i cavalieri fu quella – iniziata nella seconda metà del II secolo d.C., e caratterizzata da fasi alterne – per accedere alla quaestio de pecuniis repetundis, commissione di controllo sull’operato dei governatori e amministratori delle province; se non potevano essere ceto di governo gli equites pretendevano almeno una funzione di controllo su chi governava, a tutela dei propri crescenti interessi economici.

Le comunità italiche alleate di Roma, che stavano perdendo progressivamente peso politico e privilegi, chiedevano il riconoscimento del loro decisivo contributo alle guerre di conquista. In questa situazione, il tribuno Marco Livio Druso propose leggi agrarie e distribuzioni di grano per le classi meno agiate, e promise la cittadinanza romana agli italici. Ma, quando anche Druso venne ucciso (nel 91 a.C.), gli italici insorsero, creando un proprio esercito e un proprio stato, che ebbe la sua capitale provvisoria nella città di Corfinium, nel territorio dei marsi. Il conflitto che ne seguì (90-88 a.C.) fu detto guerra sociale, cioè “guerra degli alleati” (in latino socii), e si concluse con la sconfitta degli italici, ai quali venne però concessa la cittadinanza romana. Nell’89 a.C., inoltre, il console Pompeo Strabone concesse la cittadinanza agli abitanti della Pianura Padana, regione da tempo in bilico tra la condizione di provincia e quella di appendice dell’Italia.

Nel frattempo, gravi problemi continuavano a caratterizzare la politica interna di Roma. Durante la prima guerra combattuta contro Mitridate VI, re del Ponto, scoppiò un violento conflitto tra Caio Mario, rappresentante della fazione dei populares, e Lucio Cornelio Silla, il capo della fazione aristocratica degli optimates, per il comando delle forze di spedizione; entrambi valenti militari, avevano già dato prova delle loro capacità belliche. Mario aveva infatti già ricoperto per cinque volte il consolato, e si era distinto per le vittorie contro i teutoni nel 102 a.C. (ad Aquae Sextiae) e i cimbri nel 101 a.C. (ai Campi Raudii); aveva inoltre promosso una riforma che, favorendo gli arruolamenti volontari – anche tra i proletari – trasformava l’esercito in un corpo professionale, fedele più al generale che l’aveva reclutato che alla causa dello stato romano.

Silla, console nell’88 a.C., aveva avuto un ruolo fondamentale nella guerra sociale, e proprio alla testa delle legioni che aveva guidato nel corso di quel conflitto marciò su Roma. La fuga di Caio Mario gli lasciò libero il campo: Silla fu rieletto console e partì per la guerra contro Mitridate nell’87 a.C. Durante la sua assenza, però, Caio Mario e Lucio Cornelio Cinna, rivestendo nuovamente il consolato, si reimpadronirono del potere, che mantennero finché morirono, Mario nell’86 a.C. e Cinna nell’84 a.C. Quando Silla, nell’83 a.C., ritornò dall’Asia Minore, marciò di nuovo su Roma, stroncò la resistenza dei suoi avversari e instaurò un regime senza precedenti nella repubblica romana.

Nominato dittatore, egli eliminò i suoi nemici mediante proscrizioni, e le terre appartenenti agli oppositori politici furono confiscate e distribuite ai veterani delle sue legioni; emanò poi numerose leggi (leges Corneliae) che restituivano all’aristocrazia senatoria il pieno controllo della vita politica dello stato, limitando non poco le prerogative dell’ordine equestre, cui Mario aveva concesso alcuni privilegi. Silla si ritirò dalla politica nel 79 a.C., lasciando un pericoloso esempio alle generazioni immediatamente successive: quello, cioè, di un potere che – pur nell’ambito di una struttura costituzionale repubblicana – aveva i caratteri autocratici della monarchia.

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