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Cinema statunitense

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Introduzione

Cinema statunitense Produzione cinematografica degli Stati Uniti d’America. La storia del cinema americano coincide in gran parte, ai suoi esordi, con la storia del cinema tout court, dal momento che furono geniali inventori e sperimentatori di questo paese a elaborare e sviluppare in modo originale e tempestivo le innovazioni tecnologiche, nel campo della “fotografia in movimento”, messe a punto contemporaneamente sulle due sponde dell’Atlantico alla fine del XIX secolo.

Il cinema statunitense nacque, secondo molti critici e storici, con Thomas Alva Edison che, oltre a inventare diversi apparecchi cinematografici, fu tra i primi ad accorgersi dell’enorme potenziale commerciale della nuova arte. Non appena questa consapevolezza iniziò a essere condivisa, produttori di cineprese e di proiettori lottarono per assicurarsi il controllo del mercato. La guerra dei brevetti, come venne chiamata, venne combattuta tra Edison (che riuscì infine a imporre la propria pellicola da 35 mm) e la American Mutoscope & Biograph Company, che utilizzava una cinepresa inventata da William Dickson, ex collaboratore di Edison. Ben presto alle innovazioni tecniche si accompagnò una maggiore raffinatezza stilistica nella realizzazione dei film, grazie all’introduzione del montaggio e della sceneggiatura: tra i primi esempi di questo nuovo corso del cinema, il più noto è probabilmente Assalto al treno (1903), film western di Edwin S. Porter.

Nel 1905, a Pittsburgh, venne aperto il primo Nickelodeon, una vera e propria sala cinematografica in cui venivano proiettati film generalmente della durata di un rullo (10-15 minuti). Negli anni che seguirono, le produzioni della Vitagraph videro il passaggio dalle esperienze ancora tutto sommato primitive di Porter alla nascita del grande cinema di David W. Griffith. Nel 1908 il numero dei Nickelodeon presenti negli Stati Uniti era giunto ad alcune migliaia e gli spettacoli duravano in media circa un’ora.

La guerra dei brevetti sfociò nel 1908 nella fondazione di un cartello chiamato Motion Picture Patents Company (MPPC), che si proponeva di raggiungere il totale controllo del mercato. Ma i membri dell’MPPC, nonostante l’elevato numero di film prodotti, non riuscirono comunque a soddisfare la grande domanda del pubblico, che diede spazio nell’arco di quattro anni alla nascita di produzioni indipendenti e nuove società di distribuzione. Nel 1912 la Motion Picture Patents Company, che controllava ancora circa metà del mercato, fu soggetta a un’azione legale da parte del governo americano, tesa a limitarne l’influenza d’azione.

Negli anni tra il 1908 e il 1916, D.W. Griffith – da molti considerato l’inventore del cinema classico – diresse, prima per la Biograph e poi per i Mutual Studios, i suoi capolavori (Giuditta di Betulia, 1913; Nascita di una nazione, 1915; Intolerance, 1916). Griffith ideò e applicò coerentemente nei propri lavori nuove tecniche filmiche: in particolare, rese più serrato il ritmo del film aumentando il numero delle inquadrature per sequenza, introducendo il montaggio parallelo e sperimentando una maggiore varietà di piani, dal primissimo al totale. Per alcuni anni la Biograph affidò tutti i film di sua produzione a Griffith, che diresse sul set le prime stelle del cinema, come Mary Pickford, Lionel Barrymore e Lillian Gish. In seguito, alcuni dei suoi attori passarono anche alla regia: tra questi Mack Sennett, che girò numerose commedie e film comici lanciando attori e caratteristi del calibro di Charlie Chaplin, Harold Lloyd, Harry Langdon.

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Hollywood, California

Fino ai primi anni Dieci i principali centri della produzione cinematografica americana erano stati New York e, in misura minore, Chicago. Nel 1907 William N. Selig (il principale concorrente di Edison) trasferì parte delle proprie attività da Chicago a Los Angeles, e nel 1909 vi creò il primo grande studio cinematografico.

Il grande passo verso la nascita della “fabbrica dei sogni” si ebbe nel 1913 con il trasferimento a Hollywood di Cecil B. De Mille e della sua Jesse L. Lasky Feature Play Company. Ben presto altri registi e produttori iniziarono a costruire propri studi in California, spinti soprattutto dal desiderio di sfuggire al controllo dell’MPPC. Quando nel 1917 la MPPC venne smantellata per disposizioni governative, Hollywood si trovò nella posizione ideale per divenire “la Mecca del cinema”: nel 1920 la sua produzione era calcolata attorno agli 800 film all’anno. Lo Studio System caratterizzò la produzione cinematografica americana a partire dagli anni Venti e vide il proprio apogeo nel corso degli anni Trenta e Quaranta: per tutto questo periodo un ristretto numero di grandi case di produzione hollywoodiane dominò non solo la realizzazione dei lungometraggi, ma anche la loro distribuzione internazionale e in molti casi la loro commercializzazione, attraverso catene di sale cinematografiche.

Case quali la Metro-Goldwyn-Mayer (MGM), Radio-Keith-Orpheum (RKO), Warner Bros., Fox Film (poi divenuta 20th Century Fox), Paramount, Universal, Columbia e United Artists furono le principali protagoniste dello Studio System, e inaugurarono un vero e proprio sistema industriale applicato alla cinematografia. Con il crescere delle dimensioni delle case di produzione, il sistema si fece sempre più strutturato e venne creata la figura del produttore cinematografico che, coordinando il lavoro dei registi, del cast e dei collaboratori tecnici, sovrintende a tutta la realizzazione dei film, dalla fase di ideazione e sceneggiatura sino al montaggio. Pur con le limitazioni imposte da questo sistema, alcuni registi riuscirono – spesso lottando con le rigidità della produzione – a dare alla luce opere originali di grande valore. Tra questi si può ricordare Eric von Stroheim (Rapacità, 1925), che combinò l’interesse per un minuzioso realismo alla creazione di personaggi al limite del grottesco. Analogamente, per quanto riguarda il cinema comico, Charlie Chaplin, Buster Keaton e Harold Lloyd riuscirono a introdurre un approccio molto originale all’interno di un genere già allora estremamente codificato. Tom Mix, Douglas Fairbanks e Mary Pickford consolidarono il proprio successo degli anni precedenti, mentre emersero nuovi attori (Norma Talmadge, Rodolfo Valentino, Gloria Swanson e Coleen Moore) che gettarono le basi del fenomeno conosciuto, negli anni a venire, come Star System: il sistema, tutto hollywoodiano, di trasformazione di attori e attrici in vere e proprie “stelle” venerate dal pubblico.

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Dall’avvento del sonoro al Technicolor

Già dai primi anni Venti erano stati sperimentati vari metodi per sincronizzare le immagini con un accompagnamento sonoro, ma fu solo nel 1926 che la Warner Bros. iniziò a sfruttare commercialmente questa idea, preparando per i propri film muti una base musicale registrata, da utilizzare in quelle piccole sale che non potevano permettersi musicisti che suonassero dal vivo. Ma quando Al Jolson proferì qualche frase nel Cantante di jazz (1927), il successo immenso ottenuto dal film dimostrò come il pubblico desiderasse soprattutto poter ascoltare la voce degli attori. Il passaggio al sonoro sincronizzato era completato già nel 1930.

Con il sonoro, ai generi cinematografici tradizionali se ne aggiunsero altri del tutto nuovi, come il musical. Inoltre, il clima di depressione economica e di rivolgimenti sociali degli anni Trenta determinò il successo di film che – per la prima volta nella storia di Hollywood – scavavano nella cruda realtà delle città e delle campagne americane: nacquero così il gangster-movie e il cinema di interesse sociale (Io sono un evaso, 1932, sui problemi carcerari, e Vendetta, 1937, sui linciaggi, entrambi di Mervyn LeRoy; Furore, 1940, di John Ford, sulle condizioni delle classi lavoratrici, tratto dall’omonimo romanzo di John Steinbeck). Nei tardi anni Trenta lo Studio System raggiunse il massimo grado di strutturazione: sebbene vi fossero registi, come Frank Capra o Josef von Sternberg, che riuscivano a mantenere un buon margine di libertà, generalmente le caratteristiche principali di ogni film erano decise in anticipo e con notevole precisione dalla casa di produzione. La principale innovazione tecnica del periodo fu la realizzazione di un rivoluzionario metodo di ripresa a colori, noto come Technicolor. Il sistema, già introdotto nel 1934, a causa degli elevati costi di lavorazione venne limitato per alcuni anni a produzioni di grande prestigio, quali ad esempio Via col vento (1939).

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Gli anni Quaranta e la nascita del cinema indipendente

Durante la seconda guerra mondiale i documentari e i notiziari abituarono il pubblico a vedere trattati sullo schermo anche i temi più cruenti e drammatici. Di riflesso, la produzione cinematografica cominciò a dedicarsi a soggetti di maggiore impegno, abbattendo molte preclusioni rappresentative del passato. Per quanto riguarda le tecniche, si diffuse la tendenza a evitare le riprese in studio a favore di quelle in esterni, e prese piede l’espediente stilistico del piano-sequenza (una scena di notevole durata realizzata in un’unica inquadratura, senza stacchi di montaggio): si ricordano in merito il lavoro di Vincente Minnelli in film come L’ora di New York (1945), di William Wyler e di Alfred Hitchcock, che addirittura realizzò un film (Nodo alla gola, 1948) apparentemente costituito da un unico piano sequenza della durata di 80 minuti.

Le maggiori innovazioni – sia tecniche sia estetiche – giunsero tuttavia nel 1941 con Quarto potere, film d’esordio di Orson Welles, che introdusse l’idea di una scena strutturalmente basata sulla profondità di campo: nelle inquadrature di questo tipo, possono essere messi a fuoco contemporaneamente sia il volto in primo piano di un personaggio sia la figura intera di un altro sullo sfondo. Inoltre, il film era caratterizzato da una costruzione narrativa inedita, con flashback che ripresentavano uno stesso fatto visto da punti di vista diversi.

Negli anni della guerra, nonostante l’inevitabile rallentamento della produzione cinematografica, crebbero il numero degli spettatori e di conseguenza i profitti. Tuttavia, alla fine degli anni Quaranta, questa tendenza subì una decisa inversione, soprattutto a causa della nascita di nuovi mezzi di intrattenimento, primo fra tutti la televisione. Nel 1948 il governo americano obbligò gli studios a separare la gestione delle catene di sale cinematografiche da quella delle società di produzione e distribuzione. Nel tentativo di riguadagnare l’attenzione del pubblico, vennero introdotte innovazioni tecniche come il Cinerama e il CinemaScope. Aumentò notevolmente anche il numero di film statunitensi girati all’estero (dando così inizio, tra l’altro, all’epoca d’oro di Cinecittà). Il Technicolor venne gradualmente sostituito dall’Eastman Color e da altri sistemi basati sull’Agfacolor a partire dal 1951.

A metà degli anni Cinquanta la produzione cinematografica si aprì a nuovi soggetti: la delinquenza giovanile di Gioventù bruciata (1955), diretto da Nicholas Ray; la vita quotidiana dell’uomo medio nell’Uomo dal vestito grigio (1956), di Nunnally Johnson e interpretato da Gregory Peck. Gli anni Quaranta e Cinquanta, oltre a vedere la nascita di un nuovo tipo di divo (James Dean, Marlon Brando, Burt Lancaster, Kirk Douglas), segnarono il trionfo dei generi classici hollywoodiani, primi tra tutti il western (di John Ford e Howard Hawks), il melodramma (Douglas Sirk, Elia Kazan, Powell e Pressburger), il noir e il thriller (John Huston, Fritz Lang, Billy Wilder e Alfred Hitchcock), la commedia (ancora Wilder e Hawks, e George Cukor), il musical (Minnelli).

Con il declino economico delle grandi case, si creò spazio per le produzioni cinematografiche indipendenti, spesso guidate da attori e registi. I produttori indipendenti realizzavano i propri film al di fuori della macchina produttiva hollywoodiana, per poi vendere il prodotto finito a un distributore che provvedeva a diffonderlo nelle sale. Tra gli autori indipendenti più importanti degli anni Cinquanta vanno citati almeno Stanley Kramer e Otto Preminger: entrambi si dedicarono a tematiche che difficilmente avrebbero potuto essere affrontate dalla “fabbrica dei sogni” della Hollywood ufficiale. Nel suo cinema, Kramer esplorò le relazioni interrazziali (La parete di fango, 1958), la minaccia atomica (L’ultima spiaggia, 1959), i crimini di guerra (Vincitori e vinti, 1961); Preminger affrontò argomenti quali la tossicodipendenza (L’uomo dal braccio d’oro, 1955), lo stupro (Anatomia di un omicidio, 1959), l’omosessualità (Tempesta su Washington, 1962).

Il successo di pubblico e critica di questi film aprì la strada ad altri registi indipendenti, tra cui Robert Aldrich (Un bacio e una pistola, 1955), Charles Laughton (La morte corre sul fiume, 1955), Sidney Lumet (La parola ai giurati, 1957) e John Cassavetes (Ombre, 1960).

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