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Struttura articolo
Fin dai tempi in cui le prime civiltà si svilupparono nei bacini di grandi fiumi (vedi Mesopotamia, valli del Nilo, dell'Indo, del Gange, dello Huang He e del Chang Jiang), ci si rese conto della necessità di controllare il deflusso superficiale delle acque nell'ambito di quelle regioni. Gli egizi (vedi Antico Egitto), ad esempio, fecero già nel 3500 a.C. i primi tentativi per controllare il regime del loro grande fiume; i canali scoperti tra le rovine della città di Nippur, in Mesopotamia, risalgono addirittura al 5200 a.C. Per gran parte della storia umana, i bacini dei fiumi sono stati gestiti quasi esclusivamente in vista di un'utilità economica e per ridurre i pericoli di inondazioni; il controllo del regime dei fiumi mirava soprattutto ad assicurare un buon approvvigionamento idrico per l'irrigazione. La realizzazione di grandi opere per il controllo dei fiumi ha avuto il suo momento più intenso nella seconda metà del XX secolo: negli anni Cinquanta e Sessanta i paesi industrializzati hanno sviluppato le tecniche di grande ingegneria per la costruzione di canali e dighe, le hanno applicate estesamente e hanno esportato gli stessi metodi anche nei paesi in via di sviluppo. Anche se le intenzioni di questo trasferimento di tecnologia erano indubbiamente lodevoli, e molti progetti hanno dato buoni risultati, non sono mancati inconvenienti a livello economico, sociale ed ecologico. Molti progetti hanno avuto infatti impatti ambientali e sociali inaccettabili, che non erano stati minimamente previsti in sede di programmazione. Forse il caso più emblematico a questo proposito è quello costituito dalla grande diga di Assuan, in Egitto. Questa imponente opera, ufficialmente inaugurata nel gennaio del 1971, controlla il flusso del Nilo e dà origine al lago Nasser. Essa fu realizzata nell'ambito di un progetto di gestione del bacino del Nilo volto a controllare le piene stagionali, ad assicurare l'approvvigionamento di acqua per l'irrigazione nei mesi più asciutti, a incrementare la superficie coltivabile e a produrre grandi quantitativi di energia elettrica. Tutti questi obiettivi sono stati raggiunti; tuttavia si sono verificate anche numerose conseguenze negative, in gran parte impreviste. Ad esempio, le migliaia di persone fatte sgomberare dall'area poi occupata dalle acque del lago si sono viste assegnare terre e abitazioni inadatte alla loro cultura di origine; inoltre i canali per l'irrigazione e i margini del lago costituiscono l'ambiente più adatto per la riproduzione dei portatori di malattie, come le zanzare portatrici di malaria o le piccole lumache ospiti dei parassiti che causano la schistosomiasi. Ma soprattutto, impedendo le inondazioni stagionali, si è anche perduto il deposito del fertile strato di limo che stagionalmente ricostituiva i terreni agricoli della pianura alluvionale del Nilo; ciò ha costretto i contadini a impiegare quantità maggiori di fertilizzanti. La riduzione della quantità di sedimenti trasportata dal fiume ha turbato inoltre l'equilibrio del delta del Nilo: l'erosione costiera ha cominciato a prevalere sul deposito, e ciò ha condotto alla scomparsa di insediamenti costieri e alla messa in pericolo di particolari ecosistemi di zona umida. A causa di problemi come questi, riscontrati sia in paesi in via di sviluppo sia in paesi industrializzati, si è cominciato a riconoscere che la gestione delle risorse idriche necessita di analisi molto complesse e pianificazioni estremamente prudenti, al fine di evitare interventi che nel lungo termine provochino sconvolgimenti ambientali irreversibili e impongano anche costi economici superiori ai ricavi. Vedi anche Ecologia delle acque dolci; Prevenzione delle inondazioni.
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