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Primavera di Praga Nome attribuito alla breve stagione riformista cecoslovacca del 1968, che ebbe per protagonista un ampio movimento politico, intellettuale e popolare. Il coraggioso tentativo di introdurre elementi di democrazia nel sistema cecoslovacco, uno dei più statici dell’intero arcipelago comunista esteuropeo, durò da gennaio ad agosto, quando fu interrotto dal brutale intervento delle truppe del patto di Varsavia. La primavera di Praga, interpretata dai gruppi dirigenti comunisti come una grave minaccia, costituì invece una delle ultime occasioni per riformare il sistema nato dalla Rivoluzione d’ottobre, che sarebbe crollato alla fine degli anni Ottanta.
Le cause della comparsa di un movimento riformatore in Cecoslovacchia sono da ricercarsi sia nella grave crisi economica che aveva colpito il paese agli inizi degli anni Sessanta, sia nell’autoritaria gestione del potere da parte del Partito comunista cecoslovacco (PCC); a dieci anni dal XX congresso del Partito comunista sovietico (PCUS) e dall’avvio del processo di destalinizzazione che ne era derivato, il gruppo dirigente cecoslovacco aveva infatti conservato una rigida osservanza staliniana. Negli anni seguenti – rivelatisi vani i tentativi di rimediare alle gravi carenze dell’apparato produttivo condotti dal PCC, guidato dal 1953 da Antonín Novotný – un folto gruppo di intellettuali e di membri dello stesso partito, raccolti intorno ad Alexander Dubček, elaborò un piano di radicali riforme economiche e politiche. Il 5 gennaio del 1968, di fronte alla disastrosa situazione economica e al malcontento popolare, Novotný fu costretto a rassegnare le dimissioni dalla carica di segretario del PCC; al suo posto, i riformatori riuscirono a eleggere Dubček.
Nei primi mesi dell’anno l’ala ortodossa del partito conservò il controllo sul governo del paese, mentre intorno a Dubček cresceva il consenso popolare; persino il “Rude Pravo”, l’organo ufficiale del PCC, si schierò al fianco del nuovo segretario, criticando la gestione di Novotný e ospitando interventi degli intellettuali riformisti. Gli avvenimenti praghesi erano tuttavia destinati a suscitare ben presto le preoccupazioni dei dirigenti dell’Unione Sovietica e dei paesi alleati. Un primo contrasto si ebbe il 22 febbraio in occasione del XX anniversario della Cecoslovacchia comunista, quando interi passaggi dell’intervento ufficiale di Dubček, ritenuti troppo critici nei confronti del sistema comunista, vennero cancellati per mano dello stesso leader dell’Unione Sovietica Leonid Brežnev. I timori degli alleati si accrebbero in marzo, quando, abolita la censura introdotta due anni prima, Dubček invitò la popolazione ad esercitare il diritto di opinione e affidò la direzione della radio, della televisione e di importanti giornali a intellettuali riformisti. Alla fine dello stesso mese, in un clima di forte tensione, la svolta riformista subì un’improvvisa accelerazione. Infatti, a causa del tentativo della componente ortodossa del regime di ristabilire un pieno controllo (fallito anche per un grave episodio di corruzione che ebbe per protagonista un generale vicino a Novotný), nel paese si sollevò una massiccia protesta popolare. Il 21 marzo Novotný fu costretto a lasciare anche la presidenza della repubblica e venne sostituito da Ludvik Svoboda, un generale a riposo, vittima negli anni Cinquanta delle purghe staliniane. Pochi giorni dopo, in un incontro svoltosi a Dresda tra i membri del Patto di Varsavia Dubček venne severamente ammonito, nonostante avesse ribadito la completa fedeltà della Cecoslovacchia al sistema comunista. Dubček non era tuttavia disposto a fermare le riforme. Incoraggiato dalle adesioni raccolte in patria e fuori (non solo in Occidente, dove anche alcuni partiti comunisti, tra cui il PCI, si schierarono in un primo momento a favore dei riformisti praghesi, ma anche tra l’opinione pubblica dei paesi dell’Est) e spinto dalle componenti più radicali del suo schieramento, al suo ritorno a Praga Dubček approvò un “programma d’azione” decisamente avanzato: i primi provvedimenti compresero il riconoscimento del diritto di sciopero e la riabilitazione delle vittime delle purghe staliniane. Nello stesso tempo, alcuni dirigenti del PCC, tra cui Novotný, venivano espulsi dal partito e privati di ogni carica istituzionale.
Da maggio iniziò una frenetica consultazione tra i leader dei paesi membri del Patto di Varsavia; Dubček stesso venne convocato più volte a Mosca. Alla fine di maggio il Patto di Varsavia annunciò lo svolgimento di un’esercitazione militare in territorio cecoslovacco; a giugno, al termine delle manovre, le truppe non lasciarono però la Cecoslovacchia. Nello stesso mese di giugno, a Praga venne pubblicato il “Manifesto delle 2000 parole”, che, sottoscritto da migliaia di persone (tra cui esponenti della cultura, dell’arte, della scuola ecc.), sollecitava Dubček ad accelerare le riforme e denunciava le interferenze del patto di Varsavia negli affari interni del paese. Tra giugno e luglio la tensione tra governo cecoslovacco e paesi alleati continuò a salire e Dubček e gli altri membri del PCC disertarono due vertici convocati dal PCUS a Varsavia. Proprio in occasione del secondo vertice venne esplicitata la cosiddetta “dottrina Brežnev”, che anteponeva gli interessi del Blocco alla sovranità di ciascun paese membro: l’invasione della Cecoslovacchia era annunciata. Agli inizi di agosto ripresero tuttavia le trattative, mentre a Praga giungevano a testimoniare il loro sostegno importanti leader del mondo comunista, tra cui Tito e Nicolae Ceauşescu. La sorte della primavera di Praga era però segnata. Il 20 agosto le truppe del patto di Varsavia occuparono la Cecoslovacchia, impedendo ai riformisti qualsiasi tentativo di reazione; Dubček e altri leader del governo vennero condotti a Mosca, dove il 24 agosto furono costretti ad accettare la presenza delle truppe straniere e a bloccare il programma di riforme. Nei mesi successivi venne avviata la “normalizzazione”. Tutti i protagonisti della primavera di Praga furono epurati e fu ripristinata la vecchia nomenklatura; dal PCC furono espulsi centinaia di migliaia di iscritti; centinaia di migliaia di persone persero il lavoro; migliaia furono le condanne a pesanti pene. A dicembre, in molte fabbriche continuavano ancora le proteste operaie contro l’occupazione militare e a favore del rilancio del programma riformista. Ma la primavera di Praga era ormai finita. Il 16 gennaio 1969, uno studente, Jan Palach, si cosparse di benzina e si diede fuoco in piazza San Venceslao a Praga; il suo esempio venne seguito da una ventina di giovani in tutto il paese. Ad aprile, Dubček venne destituito e sostituito con Gustav Husák.
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