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    Il solipsismo (dal latino solus (solo) e ipse (stesso), ossia "solo se stesso") è la credenza metafisica che l'esistenza in quanto tale sia solo parte degli stati mentali dell ...

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Solipsismo

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Introduzione

Solipsismo Concezione filosofica secondo cui il soggetto pensante può affermare, con assoluta evidenza, solamente l’esistenza di se stesso, in quanto pensante, sicché tutto il conoscibile si riduce alla realtà della propria mente e del proprio pensiero. Il termine deriva dalle parole latine solus e ipse, “solo se stesso”.

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Argomento positivo e argomento negativo

Carattere fondamentale del solipsismo è la combinazione di un argomento negativo, che contesta la possibilità di conoscenza del mondo esterno, e di un argomento positivo, che afferma la possibilità di conoscenza della propria mente. Entrambi gli argomenti possono essere ritrovati nella riflessione del filosofo francese del XVII secolo Cartesio, il quale, tuttavia, confutò le conclusioni del solipsismo.

In termini generali, e dunque prescindendo dalle formulazioni specifiche dei diversi filosofi, si può dire che il solipsismo presuppone quanto segue: tutte le nostre credenze sul mondo esterno, incluse quelle sull’esistenza di altri individui, si basano sulle percezioni e sulle idee che noi ne abbiamo; ma le percezioni e le idee potrebbero sussistere anche se ciò che riteniamo sia alla loro fonte non esistesse realmente, come accade con le immagini ricorrenti nei sogni particolarmente intensi. Dunque, la credenza nell’esistenza del proprio corpo potrebbe essere un’illusione, e così pure potrebbe essere falso tutto ciò che si crede sul mondo esterno. Questo è l’argomento negativo.

Nondimeno, le esperienze in sé non sono in dubbio. Inoltre, dal momento che è impossibile avere esperienze senza possedere una mente, chi ha esperienze è anche consapevole di esistere. Questo è l’argomento positivo, il celebre Cogito, ergo sum di Cartesio: “Penso, dunque sono”. La combinazione dell’argomento positivo e di quello negativo produce il solipsismo.

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Solipsismo e idealismo

Le origini del solipsismo possono ricercarsi nella filosofia di Cartesio, quantunque il filosofo francese ritenesse possibile dimostrare l’esistenza della realtà esterna e degli altri soggetti. Di fatto, egli teorizzò una sorta di solipsismo metodico, finalizzato al raggiungimento di una certezza fondamentale, quella del proprio io, da cui poi poter muovere per dimostrare l’esistenza di Dio e del mondo esterno.

Con l’accentuare il carattere di assoluta evidenza dell’esperienza interna, in opposizione al carattere problematico dell’esistenza di un mondo dei corpi, Cartesio offrì argomenti ad altri filosofi a lui successivi. Nicolas Malebranche, ad esempio, riteneva che l’esistenza del mondo dei corpi non sia oggetto di dimostrazione, essendo garantita solo dalla Rivelazione divina. L’irlandese George Berkeley imboccò una strada che conduceva all’idealismo e sostenne che l’esistenza delle cose consiste unicamente nel loro essere percepite, da cui discende che “non è possibile che esse possano avere una qualunque esistenza fuori dalle menti o dalle cose pensanti che le percepiscono”. Sia Malebranche sia Berkeley affermavano però l’esistenza di Dio e basavano su questo principio la garanzia dell’oggettività del conoscere.

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L’inconfutabilità teorica del solipsismo

Nell’Ottocento il problema del solipsismo venne in larga misura a coincidere con quello relativo all’esistenza di altri soggetti pensanti: il filosofo tedesco Johann G. Fichte riteneva che il solipsismo, pur essendo inconfutabile sotto il profilo epistemologico, sia da respingere dal punto di vista etico, poiché la tensione morale che è nell’uomo richiede l’esistenza degli altri soggetti. Anche altri filosofi sostennero l’inconfutabilità teorica del solipsismo e al tempo stesso la sua insostenibilità pratica. Scrive, ad esempio, Arthur Schopenhauer che il solipsismo, che egli chiamava “egoismo teorico”, “non si potrà mai confutare con argomenti: del resto si sa benissimo che non è mai stato impiegato in filosofia se non come sofisma scettico, cioè senza convinzione. Come convinzione seria non potrebbe incontrarsi che in un manicomio, e allora per confutarlo occorrono non tanto argomenti quanto piuttosto una cura”.

Nel Novecento si è parlato di solipsismo linguistico a proposito della filosofia enunciata dal pensatore austriaco Ludwig Wittgenstein nel suo Tractatus logico-philosophicus, secondo cui “i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”.

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