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Introduzione; Il martirio nel cristianesimo; Il martirio nell’ebraismo; Il martirio nell’Islam; Il premio per il martire; Il martirio come atto politico
Martirio In senso stretto, supplizio o morte che il credente affronta per non rinunciare alla propria fede; in senso più ampio, il termine martirio (dal greco martyr, “testimone”) indica la morte o i tormenti sostenuti in nome dei propri principi etici o politici. Le grandi religioni monoteiste, pur limitando i criteri di definizione del martirio, contano innumerevoli martiri, alcuni dei quali spiccano per la venerazione loro tributata.
Gesù Cristo è il martire cristiano “per eccellenza”, ma sin dalle origini il cristianesimo e la sua Chiesa ebbero numerosi martiri, a cominciare dai santi Pietro e Paolo, il cui martirio è celebrato dalla Chiesa occidentale il 29 giugno; le catacombe e i cimiteri sotterranei di Roma costituiscono una testimonianza dei numerosi martiri dell’epoca imperiale. Crescendo in forza e ricchezza, il cristianesimo nel III secolo sfidò la religione dell’impero e i suoi fedeli furono sempre più soggetti a persecuzioni nelle città dominate dai romani. L’ultima grande persecuzione del cristianesimo antico fu quella dell’età di Diocleziano. In seguito, in diverse occasioni, la Chiesa stessa non esitò a perseguitare i movimenti cristiani non rispettosi dell’ortodossia: ad esempio, il massacro degli albigesi o l’esecuzione di Jan Hus dopo il concilio di Costanza sono esempi di martirio sofferto in seno al cristianesimo.
Le sofferenze patite dal popolo ebraico, vittima nel Novecento della Shoah, ma che in passato aveva già subito i massacri degli eserciti crociati in Renania, le torture dell’Inquisizione nella penisola iberica e numerosi pogrom, soprattutto in Europa orientale, hanno creato, in un certo senso, milioni di martiri. Per l’ebraismo, come per il cristianesimo e l’Islam, il pensiero teologico esprime severi criteri di valutazione del martirio. I rabbini del Talmud affermavano che il martirio era legittimo solo nei seguenti, rarissimi casi: per evitare l’incesto, l’adulterio, l’idolatria e l’omicidio. Altrimenti, era consentito a un ebreo, se ingiustamente costretto, di evitare la pratica pubblica dei precetti della Torah, secondo l’insegnamento di Maimonide contenuto nell’Iggeret ha-shemad (Lettera sull’apostasia, 1162-63).
Un caso di martirio interno all’Islam fu l’uccisione di Husayn, secondogenito di Alì e nipote del profeta Maometto. Husayn fu ucciso nel 680 da Yazid, figlio del califfo sunnita Muawiya. I sostenitori della pretesa di Husayn al califfato appartenevano al partito dei seguaci (shiah) di Alì, ovvero gli sciiti; essi, e i loro successori, hanno trasformato il luogo della sua sepoltura a Kerbala (nell’odierno Iraq) in un santuario che compete per importanza con La Mecca e gli hanno dedicato la più importante festa sciita (l’Ashura). L’Islam prevede inoltre il dovere del jihad, l’impegno individuale (letteralmente “lo sforzo”) sulla via di Allah, che può assumere i tratti di una guerra santa collettiva per il bene dell’Islam; l’adempimento di questo obbligo è uno dei modi privilegiati per diventare martire o shahid (chi muore in una battaglia sacra).
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