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Introduzione; L’epoca bizantina e il romanico; Il gotico; Il Rinascimento fiorentino; Il Rinascimento nelle altre regioni d’Italia; Il tardo Rinascimento; Il manierismo dell’Italia centrale; La grande stagione dell’arte veneziana; Il barocco; Il tardo Settecento e l’Ottocento; Il Novecento
Arte italiana Opere delle arti figurative e architettoniche prodotte nella penisola italiana dalla caduta dell’impero romano d’Occidente, avvenuta poco dopo la metà del V secolo, all’età contemporanea. Caratteristica fondamentale dell’arte e dell’architettura italiane, soprattutto dopo il Rinascimento, fu il notevole influsso esercitato su di esse dall’eredità culturale del mondo classico, i cui valori erano ancora vivi nel paese. Un altro tratto saliente dipese, almeno in parte, dalla frammentazione politica del territorio italiano e consistette nel ruolo vitale svolto dalle scuole locali e dalle tradizioni regionali: centri d’irradiamento furono le grandi città, quali Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma e Venezia, ma anche centri più piccoli, retti da signori mecenati, come Ferrara, Mantova, Padova, Rimini, Siena, Urbino.
Dopo la deposizione dell’ultimo imperatore romano d’Occidente (476 d.C.), numerose popolazioni straniere invasero la penisola italiana e vi si stanziarono stabilmente, innestando le proprie tradizioni artistiche su quelle indigene. Sebbene l’estrema eterogeneità politica ed etnica, anche entro ristretti confini geografici, abbia prodotto in quei secoli una grande varietà di stili, è possibile individuare alcuni elementi distintivi dell’arte dell’Alto Medioevo che esercitarono una grande influenza fino al XV secolo. Uno stile che, interpretato secondo il gusto delle diverse culture locali, rivestì un ruolo determinante nello sviluppo artistico italiano fu quello importato dai bizantini (vedi Impero bizantino; Arte bizantina). Nella capitale bizantina in Italia, Ravenna, nel VI secolo furono eretti meravigliosi edifici quali, ad esempio, la Basilica di San Vitale (consacrata nel 547 d.C.), caratterizzata da una fantasiosa struttura ottagonale, con uno spazio centrale coperto da una cupola e circondato da una galleria e da un ambulacro in penombra. Luminosi mosaici raffiguranti personaggi, episodi biblici e la corte dell’imperatore Giustiniano coprono le pareti: le figure sono ritratte in atteggiamenti ieratici, statiche e solenni, chiuse in rigidi drappeggi. Lo stile bizantino ispirò gli artisti italiani per tutto il Medioevo: basti ricordare la Basilica veneziana di San Marco, arricchita di splendidi mosaici tra il XII e il XIV secolo, e la facciata di Santa Maria in Trastevere a Roma. Per tutta l’epoca paleocristiana e l’Alto Medioevo vennero costruite chiese perlopiù a pianta rettangolare, con interno suddiviso in navate di solito terminanti in un’abside all’estremità orientale. Tale impianto derivava da quello delle antiche basiliche, edifici pubblici romani, dalle quali le chiese cristiane, già numerose prima della caduta dell’impero romano, presero presto il nome. Nel V secolo l’imperatore Costantino ordinò la costruzione di alcune importanti chiese a Roma, tra cui San Pietro (radicalmente trasformata durante il Rinascimento), San Giovanni in Laterano e San Paolo fuori le Mura. Cessata la supremazia romana nel panorama artistico italiano, il modello della basilica non tramontò, ma anzi fu ripreso e affinato in splendidi edifici, quali ad esempio la chiesa ravennate di Sant’Apollinare Nuovo, costruita all’inizio del VI secolo per volontà del re ostrogoto Teodorico. Alcune forme artistiche islamiche, soprattutto di tipo decorativo, presero piede in Sicilia e nell’Italia meridionale nel IX secolo, a seguito della conquista saracena, e sopravvissero a lungo, anche oltre l’invasione normanna (XI secolo). Infatti in Sicilia i normanni, pur inclini a un’arte dalle linee più sobrie e dai volumi più massicci (secondo un gusto che si codificherà nelle forme dello stile romanico), non solo non poterono annullare la tradizione locale, ma in certa misura vi si adeguarono: così la Cappella Palatina di Palermo, edificata da Ruggero II intorno al 1131, unisce ai mosaici d’impronta bizantina un soffitto di legno decorato ad alveoli e stalattiti, di derivazione araba. Un analogo eclettismo può essere ammirato nel Duomo del vicino centro di Monreale, così come, anche se in misura minore, nelle cattedrali pugliesi. L’influenza islamica si diffuse verso nord giungendo fino in Piemonte, dove uno stile arabo fu adottato per la volta del nartece del Duomo di Casale Monferrato. Anche se di tradizione essenzialmente romanica, non va dimenticato neppure il Duomo di Pisa, nel quale sottili archi a ogiva sorreggono la cupola dal sapore orientaleggiante. Forme esemplari dello stile romanico comparvero in questo periodo a Firenze (chiesa di San Miniato al Monte). Più a nord gli artisti e gli architetti lombardi, attivi anche oltralpe, introdussero in Italia stilemi e modi delle tradizioni artistiche di diversi paesi dell’Europa settentrionale. Ad esempio, le sculture eseguite a Milano sono d’inconfondibile ispirazione germanica; mentre lo stile lineare ed espressivo del ciborio di Sant’Ambrogio può essere paragonato alla contemporanea produzione dell’arte ottoniana (vedi Arte tedesca: Il periodo preromanico). Ancora, se alcune opere milanesi dell’epoca, tra cui rilievi in avorio risalenti alla fine del X secolo e conservati al British Museum di Londra, sono copie evidenti di intagli bizantini, altri capolavori di oreficeria, come il tesoro della Cattedrale di Monza e l’altare d’oro di Sant’Ambrogio, sono raffinatissimi prodotti di arte carolingia. Un’analoga molteplicità di stili caratterizzò anche l’architettura. Molte chiese lombarde, pure per tanti aspetti assimilabili agli edifici sacri romanici dell’Europa settentrionale, mantennero tuttavia la pianta priva di transetto delle chiese paleocristiane: si veda ancora Sant’Ambrogio a Milano (che, inoltre, con l’innovativa volta a costoloni anticipa il gotico). La tendenza a rifarsi a tradizioni architettoniche diverse divenne ancora più marcata nel tardo Medioevo, quando nuovi modelli si imposero, importati da paesi vicini o derivati dall’arte classica. Nell’epoca in cui fu sancita l’autonomia comunale (vedi Età dei Comuni), ogni regione e ogni centro dell’Italia cominciò ad assumere fisionomia artistica propria, dando vita a stili, formule e moduli espressivi differenti.
In Italia la diffusione dello stile gotico, nato nell’Europa settentrionale, si individua in primo luogo in alcune abbazie cisterciensi completate all’inizio del Duecento, tra cui figurano quella di Fossanova, nelle vicinanze di Roma (consacrata nel 1208), e quella di San Galgano, poco distante da Siena (1218 ca.). In Toscana il nuovo stile fu adottato in due famose chiese fiorentine, Santa Maria Novella (ricostruita nel 1246), caratterizzata da volte a costoloni tipicamente gotiche, e Santa Croce (ricostruita nel 1294-95), con tetto a struttura lignea e traforata e archi a ogiva. Le chiese toscane non presentano tuttavia gli archi rampanti degli edifici nordeuropei e rinunciano all’accentuato slancio verticale delle cattedrali francesi, tedesche o inglesi, a favore di un maggiore equilibrio tra gli elementi verticali (pilastri, lesene) e quelli orizzontali (trabeazioni e cornici): le proporzioni armoniose mostrano l’intento di non tradire la tradizione dell’architettura classica. Solo il Duomo di Milano, fondato sul finire del Trecento, si riallaccia più strettamente, nelle dimensioni grandiose, al gotico settentrionale: ma la costruzione, proseguita nei secoli successivi, rispecchiò via via anche altri stili, in particolare quello rinascimentale. Sebbene lo stile gotico abbia esercitato un certo influsso anche sulla scultura italiana, in questo ambito gli sviluppi maggiormente degni di nota derivano da una reinterpretazione dell’antica statuaria romana. Il maggior esponente di tale orientamento fu Nicola Pisano, autore di numerose opere monumentali tra cui il pulpito del Duomo di Pisa (1260), dove la figura nuda di Ercole che personifica la Fortezza fu senza dubbio ispirata da un sarcofago classico. Anche Arnolfo di Cambio, allievo di Nicola Pisano, optò per un moderno classicismo, evidente nella compenetrazione di scultura e architettura che caratterizza le sue migliori creazioni, nonché nell’armonia tra pieni e vuoti e nell’equilibrato rapporto tra effetti plastici ed effetti cromatici (tomba del cardinale Annibaldi, 1276; statua di Carlo I d’Angiò, 1277; cibori di San Paolo fuori le Mura a Roma, 1285, e di Santa Cecilia in Trastevere, ancora a Roma, 1293). Lo stile di Nicola Pisano si ritrova in parte nell’opera del figlio Giovanni, a sua volta condizionato dalla scultura francese, più incline del padre alla drammatizzazione delle raffigurazioni. I due artisti collaborarono nella realizzazione del pulpito del Duomo di Siena (1265), nel quale gli aggraziati drappeggi manifestano la loro scelta gotica. Le statue di Giovanni si distinguono soprattutto per le pose espressive e contorte, ad esempio nella figura di Aggeo (Victoria and Albert Museum, Londra), commissionata per la facciata della chiesa. La naturalezza e il gusto per la narrazione della scultura dei Pisano caratterizzano anche, mutato il mezzo artistico, i dipinti del fiorentino Giotto, una delle personalità più rappresentative della storia dell’arte italiana. Giotto fu allievo di Cimabue, che già aveva cominciato ad allontanarsi nella sua pittura dalla tradizione bizantina allora predominante. La tendenza espressiva e pittorica più vivace e naturalistica ideata dal maestro fu portata a compimento da Giotto, che lavorò nel grande cantiere della Basilica di San Francesco ad Assisi alla fine del XIII secolo e all’inizio del Trecento eseguì gli affreschi della Cappella degli Scrovegni di Padova. Giotto seppe conferire alle scene dipinte una convincente profondità spaziale e rappresentò i suoi personaggi in modo molto realistico ed espressivo per quel tempo. A tali tratti innovativi, che anticipavano il Rinascimento, l’artista aggiungeva la straordinaria capacità di raccontare, attraverso gli affreschi, storie di calda umanità. Contemporaneo di Giotto fu il pittore Duccio di Buoninsegna, iniziatore della cosiddetta scuola senese, il quale rimase, invece, più fedele alla tradizione bizantina. Come Giotto, Duccio possedeva un notevole talento narrativo, che espresse ad esempio nelle scene raffigurate sul rovescio della pala della Maestà (completata nel 1311 e oggi custodita nel museo dell’Opera del Duomo, Siena). Anche i personaggi di Duccio danno un’impressione di solidità e umanità che mancano nelle opere dei predecessori. Verso il medesimo naturalismo si indirizzarono i fratelli Ambrogio Lorenzetti e Pietro, anch’essi ispirati dalla pittura di Giotto, mentre Simone Martini, allievo di Duccio, accolse della nuova maniera soprattutto gli elementi lineari e cortesi, tipici del gotico francese. Le innovazioni introdotte da Giotto verranno sviluppate solo parzialmente dai suoi seguaci trecenteschi: saranno i maestri del Rinascimento a mettere pienamente a frutto la sua lezione.
Benché l’interesse verso la cultura antica non fosse mai scomparso durante il Medioevo, gli artisti, i filosofi e i letterati italiani acquisirono una comprensione profonda dell’epoca classica solo nel Quattrocento. Il nuovo impulso conoscitivo partì da Firenze e determinò quella ripresa della cultura e delle forme classiche che va sotto il nome di Rinascimento. Nell’ambito delle arti figurative si ritiene generalmente che questa “rinascita” abbia raggiunto il punto di massimo sviluppo e fioritura nei primi anni del Cinquecento. I tratti essenziali del Rinascimento artistico andarono tuttavia definendosi nella Firenze del XV secolo, con la realizzazione di progetti fortemente innovativi, quali le porte in bronzo commissionate nel 1401 a Lorenzo Ghiberti per il battistero. Ghiberti aveva vinto un concorso pubblico, cui avevano preso parte altri sei artisti (tra questi Jacopo della Quercia, che con le sue sculture avrebbe poi influenzato Michelangelo e Filippo Brunelleschi), e si era imposto grazie a una formella raffigurante il Sacrificio di Isacco (Museo del Bargello, Firenze). L’opera mostra già alcuni tratti tipicamente rinascimentali, soprattutto nel corpo di Isacco, dove si rivela l’influenza dell’antica statuaria romana. Malgrado la familiarità con i canoni classici, Ghiberti rimase ancorato nei suoi ritratti alle forme eleganti e lineari tipiche del gotico: tale peculiarità lo distingue dal ben più moderno Donatello, il maggiore scultore del secolo, la cui produzione spazia tra il bronzo idealizzato del David (1430-1435 ca., Museo del Bargello, Firenze) e le rappresentazioni più espressive e sofferte della maturità, come la Maddalena (Museo dell’Opera del Duomo, Firenze). Si consideri in particolare quest’ultima opera: la distanza dai modelli sereni e levigati proposti da artisti più giovani – quali Desiderio da Settignano e Bernardo e Antonio Rossellino – spiega le incomprensioni che Donatello dovette incontrare al termine della sua carriera. Oltre alle statue a tuttotondo, lo scultore fiorentino eseguì anche splendidi rilievi in cui viene efficacemente suggerito l’effetto della profondità attraverso la prospettiva. Il pittore più famoso del primo Rinascimento fu senza dubbio Masaccio, che all’inizio del Quattrocento reagì all’eleganza artificiosa dello stile gotico internazionale adottato a Firenze da Lorenzo Monaco e Gentile da Fabriano. Gli affreschi che Masaccio dipinse nella Cappella Brancacci di Santa Maria del Carmine non solo esibiscono un’efficace resa prospettica dello spazio e dei volumi, ma mostrano figure umane convincenti dal punto di vista anatomico, vigorosamente modellate grazie al chiaroscuro. Scene molto naturalistiche come La cacciata dal Paradiso terrestre sono dotate di grande drammaticità ed emotività, mentre nel Pagamento del tributo si annunciano le composizioni equilibrate e monumentali del tardo Rinascimento. Nonostante l’abile ricerca prospettica messa in pratica da Masaccio, ad esempio nella Crocifissione affrescata in Santa Maria Novella a Firenze, gli esperimenti più audaci in questo campo furono condotti da Paolo Uccello, che applicò la prospettiva nella rappresentazione di animate scene di battaglia e, soprattutto, negli affreschi del Diluvio universale nel chiostro di Santa Maria Novella, a Firenze. Un altro artista dello stesso periodo, il domenicano Beato Angelico, assimilò invece solo alcuni caratteri della pittura rinascimentale, pur rimanendo in parte fedele alla tendenza raffinata e artificiosa di Lorenzo Monaco. Le innovazioni introdotte da Masaccio furono comprese molto meglio dall’allievo Filippo Lippi che, come Andrea del Castagno, si ispirò anche a Donatello. Il Beato Angelico, Domenico Veneziano e Filippo Lippi inventarono il genere della “sacra conversazione”, pala d’altare in cui la Vergine, il Bambino e le figure di santi che li circondano sono rappresentati in una scena unitaria anziché su pannelli separati come avveniva nell’arte gotica; i personaggi mostrano inoltre una consapevolezza e uno spessore umano sconosciuti alle analoghe raffigurazioni medievali. Per rendere in modo più naturale la luce e gli effetti chiaroscurali, gli artisti di quest’epoca non esitarono inoltre a confrontarsi con le soluzioni adottate dalla contemporanea arte fiamminga. La successiva generazione di artisti fiorentini accentuò e sviluppò la vivacità e il naturalismo tipicamente rinascimentali. Ne è un esempio la pala d’altare con il Martirio di san Sebastiano (National Gallery, Londra) realizzata dal Pollaiolo, pittore e scultore che esercitò notevole influenza sugli artisti più giovani: si osservi in particolare la resa dell’anatomia umana, vista da diverse angolazioni. Un’altra famosa bottega del tempo fu quella di Andrea del Verrocchio, scultore e pittore che negli anni Settanta del XV secolo contribuì alla formazione di Leonardo da Vinci e di altri artisti di talento. Il capolavoro giovanile di Leonardo, l’Adorazione dei Magi (1481, Uffizi, Firenze), lasciato incompiuto, presenta un innovativo impianto piramidale e spaziale che anticipa il carattere monumentale delle sue opere successive. Sebbene la produzione leonardesca contenga già i germi degli sviluppi che si ebbero nel tardo Rinascimento, molti pittori contemporanei perseguirono finalità del tutto differenti. Tra i più originali vi fu Sandro Botticelli, allievo di Filippo Lippi e autore di una serie di dipinti enigmatici e allegorici come La Primavera (1478). Nella Nascita di Venere (1482 ca., Uffizi, Firenze), nonostante il soggetto di sapore classico, la grazia e la linearità del disegno ricordano tuttavia le opere degli artisti prerinascimentali. Se lo stile di Botticelli è riconducibile a Filippino Lippi, figlio di Filippo, un orientamento completamente diverso fu adottato da Domenico Ghirlandaio: i suoi affreschi della chiesa di Santa Maria Novella (completati nel 1490) testimoniano un notevole interesse per la narrazione cronachistica, ritraendo con grande realismo personaggi viventi, abbigliati alla moda e colti nelle vie della città, quasi come in una fotografia d’epoca.
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