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Introduzione; La preistoria e la protostoria; Dall’età del Bronzo all’età del Ferro; L’età arcaica (VIII-VI secolo a.C.); L’età classica (V-IV secolo a.C.); L’età ellenistica (323-146 a.C.); L’età romana e bizantina
Mentre la Grecia era divisa da continue lotte interne, delle quali la battaglia di Mantinea era stata un esempio lampante, nel vicino regno di Macedonia salì al trono Filippo II (359 a.C.); grande ammiratore della civiltà greca, questi era ben consapevole della profonda debolezza cui essa era condannata a causa della mancanza di unità politica. Il nuovo sovrano procedette all’annessione delle colonie greche sulle coste meridionali della Macedonia e della Tracia, e nel giro di vent’anni, vinti i tentativi di resistenza sostenuti dall’oratore ateniese Demostene (stroncati con la vittoria nella battaglia di Cheronea nel 338 a.C.), pose fine all’indipendenza della Grecia, sottomettendone progressivamente tutte le città. Mentre stava organizzandosi per muovere guerra alla Persia, Filippo venne assassinato (336 a.C.); sul trono gli succedette il figlio ventenne Alessandro, che nel corso di dieci anni, dal 334 al 323 a.C., estese l’influenza della civiltà greca in tutto il mondo antico conosciuto, dando vita a un impero che si estendeva dall’India all’Egitto: proprio per questo è conosciuto con l’appellativo di Alessandro Magno. Dotato di una solida formazione militare e di una cultura letteraria e filosofica secondo il modello greco (fu, tra l’altro, allievo di Aristotele) Alessandro si erse, nelle sue imprese di conquista in Oriente – soprattutto ai danni della Persia – a campione della grecità contro i barbari. D’altro canto, però, assunse su di sé i poteri propri della dinastia achemenide (il cui sovrano era detto “re dei re”) e cercò in ogni modo di elevare la propria figura regale al di sopra dell’umanità comune, giungendo a farsi proclamare, nel santuario di Ammone in Egitto, figlio del dio. Niente di simile si era visto prima nel mondo greco, che mai aveva accettato, per i propri governanti, alcuna forma di divinizzazione.
Alla morte di Alessandro, i generali macedoni entrarono in conflitto tra loro per la suddivisione del vasto impero che egli aveva creato, e la lunga serie di guerre che seguì, tra il 322 e il 275 a.C., ebbe in gran parte come teatro la Grecia. L’età ellenistica, compresa tra la morte di Alessandro Magno e la trasformazione della Grecia in provincia romana nel 146 a.C., segnò il trionfo della cultura e della civiltà greche, che assursero a modello universale in ogni regione del Mediterraneo antico. Quest’epoca fu dominata dalle tre grandi dinastie fondate dai diadochi, i generali di Alessandro (dal greco diádochos, cioè “successore”): i Tolomei in Egitto, i Seleucidi in Siria, gli Antigonidi in Macedonia, alle quali si aggiunse poi la dinastia degli Attalidi di Pergamo (vedi Regni ellenistici). Le aristocrazie urbane di questi regni utilizzavano il greco come lingua comune; l’arte e la letteratura si svilupparono inoltre attraverso la combinazione di elementi greci e di tradizioni locali. Vennero fondate nuove città o ne vennero rifondate o abbellite altre preesistenti: le più importanti furono Pergamo in Asia Minore, Antiochia in Siria e, soprattutto, Alessandria (fondata dallo stesso Alessandro Magno nel 332 a.C.) in Egitto. Sotto i Tolomei, che utilizzarono le loro ricchezze per richiamare a corte poeti, eruditi, artisti e scienziati, Alessandria divenne il massimo centro economico, culturale e religioso di tutto il Mediterraneo. Crocevia di razze, lingue, merci di ogni provenienza, fu anche sede della famosa biblioteca, presso la quale prosperarono parimenti le discipline scientifiche e quelle umanistiche. La fioritura culturale dell’età ellenistica fu caratterizzata ovunque dall’attività di matematici e scienziati come Euclide, Archimede, Apollonio di Perge, Eratostene, Aristarco di Samo, Ipparco di Nicea, Erone di Alessandria; di filosofi come Epicuro e Zenone; di poeti come Callimaco, Apollonio Rodio e Teocrito. L’esperienza della libertà civica delle singole póleis era infatti ormai superata e – dopo la costituzione dell’impero di Alessandro e dei suoi successori – assolutamente irripetibile; non si era persa però quella libertà intellettuale, quella creatività, che aveva contraddistinto il genio dell’uomo greco nei secoli precedenti. Nel 290 a.C. le città-stato greche tentarono però di riguadagnare l’indipendenza unendosi in istituzioni di tipo federale come la Lega etolica (confederazione politico-militare costituita già durante il regno di Filippo II dalle città dell’Etolia per garantirsi sicurezza reciproca) e la Lega achea (280 a.C.), confederazione delle città del Peloponneso del Nord a cui si unirono altre città greche. Entrambe le alleanze cercarono di porre fine al dominio macedone, ma la crescente potenza acquisita dalla lega achea spinse quest’ultima a tentare di acquisire il controllo della Grecia: guidata da Arato di Sicione, entrò in conflitto con Sparta, in una guerra in cui non esitò ad appellarsi alla potenza macedone per avere ragione della resistenza spartana; questa venne infine piegata, ma a costo di consolidare la dipendenza della Grecia dalla Macedonia in modo ormai definitivo.
La Roma repubblicana, in un’ottica di sempre crescente imperialismo, cominciò a interessarsi alle questioni politiche greche. Nel corso del III e del II secolo a.C. Roma fu infatti impegnata in un lungo conflitto con la Macedonia per il dominio nel settore orientale del Mediterraneo, che si svolse nel corso di tre guerre. Nelle prime due il comando macedone fu tenuto dal re Filippo V, sconfitto nel 197 a.C. a Cinoscefale dai romani – alleatisi con le due leghe delle città greche – sotto la guida del console Tito Quinzio Flaminino. Il figlio di Filippo V, Perseo, continuò la resistenza contro Roma, provocando lo scoppio della terza guerra macedonica; nel 168 a.C. il suo esercito fu però sconfitto nella battaglia di Pidna dal generale Lucio Emilio Paolo: la Macedonia divenne provincia romana nel 146 a.C. In quello stesso anno l’ultima rivolta della Lega achea contro Roma si concluse con la presa e la distruzione della città di Corinto, ciò che segnò la fine della libertà per la Grecia: ne seguirono lo scioglimento delle leghe cittadine e l’inclusione della Grecia nella provincia romana di Macedonia. Nonostante nei sessant’anni successivi al 146 a.C. il governo romano in Grecia si caratterizzasse per una particolare liberalità (Atene, Sparta e altre città mantennero una certa autonomia), quando nell’88 a.C. Mitridate VI re del Ponto iniziò una campagna di conquista dei territori controllati da Roma, molte città greche lo sostennero, attratte dalla sua promessa di concedere loro l’indipendenza. Le legioni romane guidate da Lucio Cornelio Silla costrinsero Mitridate a lasciare la Grecia e sedarono la rivolta antiromana, saccheggiando Atene nell’86 a.C. e Tebe un anno dopo. La decadenza della Grecia, sottoposta da allora a un duro regime di occupazione, fu inevitabile; Atene rimase un importante centro di cultura, ma le sue attività commerciali divennero quasi inesistenti. Affermata ad Azio la propria supremazia, nel 27 a.C. l’imperatore Augusto separò la Grecia dalla Macedonia facendone una provincia senatoria a sé stante con il nome di Acaia. Sotto l’impero romano, nei primi secoli dell’era cristiana, la Grecia conobbe una rinascita culturale ed economica soprattutto durante il regno dell’imperatore Adriano, che vi soggiornò ripetutamente. Adriano intraprese ad Atene un’intensa attività edilizia e restaurò molte delle città in rovina. Sempre per quanto riguarda Atene, fu rilevante l’attività del ricchissimo retore Erode Attico, che promosse opere benefiche ed edilizie, come l’odeon, ancora oggi ben visibile, che egli fece costruire nel 161-165 d.C. in memoria della moglie Regilla. Dal 212 in poi, per effetto della Constitutio antoniniana promulgata dall’imperatore Caracalla, tutti gli abitanti dell’Ellade – come del resto tutti gli altri provinciali – ottennero la piena cittadinanza romana. Larga parte della classe dirigente romana nutriva grande passione per la cultura e la civiltà greche; dai tempi degli Scipioni, specialmente con Scipione Emiliano, per arrivare a molti imperatori (come Nerone e Adriano), la Grecia venne vista come culla di valori che i romani avrebbero dovuto assumere e coniugare con il costume patrio (il mos maiorum). Non era mancata però anche una certa ostilità verso il mondo greco, che alcuni romani più conservatori (ad esempio Catone il Censore) consideravano troppo raffinato ed elegante, in grado quasi di corrompere le virtù civili del popolo romano. Molti furono comunque gli intellettuali greci attivi in epoca romana, tra cui lo storico Polibio (II secolo a.C.), il retore Plutarco (I-II secolo d.C.) e numerosi filosofi di varie scuole.
Alla metà del III secolo d.C. (267-268) i goti invasero la Grecia, saccheggiando Atene, Argo, Corinto e Sparta. Dopo il 395 l’impero romano fu però governato da due imperatori: uno nell’Occidente latino, l’altro nell’Oriente greco. Quando nel 476 l’impero d’Occidente cadde, quello d’Oriente – detto bizantino dalla sua capitale Bisanzio – non solo resistette, ma iniziò una fase di grande fulgore politico: vi erano sottomesse, fra l’altro, tutta la Grecia e la regione egea. L’impero bizantino fu caratterizzato da una mescolanza di cultura greca e orientale, dall’assunzione del diritto romano e dall’affermazione del cristianesimo. E mentre l’Occidente, patria della romanità, si disgregava nei regni romano-barbarici e perdeva progressivamente l’esperienza della cultura politica romana e l’uso della lingua latina, l’impero bizantino e la lingua greca perpetuavano l’eredità di Roma e del mondo classico. Quando crollò l’impero d’Oriente (1453), i territori che lo costituivano, Grecia compresa, caddero in mano ai turchi ottomani di Maometto II il Conquistatore. Ma gli abitanti della penisola ellenica, pur sottomessi a un’aspra e lunghissima dominazione, che impose loro modelli politici, culturali, religiosi, linguistici estranei alla loro tradizione, trovarono proprio nell’essere “elleni”, cioè eredi della Grecia antica e dell’impero bizantino, il modo per mantenere una propria identità. Ancora una volta, come era successo spesso nel corso della storia greca, la comunanza di lingua (il greco), di religione (la fedeltà alla Chiesa cristiana ortodossa), di valori (l’aspirazione alla libertà) fecero sentire i greci un solo popolo, a prescindere dal tipo di organizzazione politica cui furono soggetti.
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