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Fondamentalismo islamico

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Introduzione

Fondamentalismo islamico Espressione con la quale si indicano, in generale, i vari movimenti politico-religiosi che, diffusisi a partire dagli anni Settanta del XX secolo nel mondo islamico, promuovono l’instaurazione di una società teocratica, governata secondo le regole della shariah, la legge islamica.

L’espressione, per molto tempo inutilizzata nel mondo islamico, ha avuto fortuna soprattutto in Occidente, accanto ad altre denominazioni: integralismo islamico o islamista, islamismo e radicalismo islamico. L’ultima di queste locuzioni – la meno usata – è tuttavia anche la meno ambigua, poiché non confonde il fenomeno né con le varie correnti integraliste religiose dell’Islam (omologhe a quelle esistenti in seno al cristianesimo o all’ebraismo), né con l’Islam stesso, di cui islamismo è sinonimo. Quello che è definito “fondamentalismo islamico” è invece un movimento che, pur basandosi sui fondamenti dottrinali dell’islam, risente fortemente di eventi militari e politici che coinvolgono il mondo islamico suggerendone una versione adattata alle proprie strategie e rivolta a conquistare le masse islamiche al jihad, la “guerra santa” contro gli infedeli.

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Origini del movimento fondamentalista

Il fondamentalismo islamico emerse agli inizi del XX secolo con il movimento di purificazione e rinascita musulmano Salafiyya, nato in Egitto e guidato da Muhammad Rashid Rida, un intellettuale siriano. In breve tempo i principi del movimento si diffusero in Siria e in Egitto: qui, nel 1928, a opera di Hasan al-Banna nacque l'associazione dei Fratelli musulmani che, sviluppatasi soprattutto durante la seconda guerra mondiale, contava un milione di seguaci in Egitto e altrettanti tra Palestina, Siria e Sudan.

Il movimento sosteneva una rinascita dell'Islam minacciato dalla colonizzazione occidentale e dalla laicizzazione della società araba. Nel 1954, con l'arrivo al potere di Gamal Abd el Nasser, in Egitto l'associazione venne messa fuori legge e per i successivi vent'anni fu costretta alla clandestinità, senza tuttavia dissolversi, nonostante la dura repressione.

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Rinascita del fondamentalismo islamico

Il fondamentalismo islamico riprese forza negli anni Settanta, dopo la sconfitta subita dal nazionalismo arabo nella guerra dei Sei giorni contro Israele. I motivi della rinascita e del successivo, imponente sviluppo del fondamentalismo islamico sono vari e complessi. A giocarvi un importante ruolo fu innanzitutto la questione palestinese, che con il suo tragico carico politico e umano rispecchiava la situazione di una massa sterminata di reietti, esclusi da ogni forma di redistribuzione delle ingenti risorse petrolifere, che rivolgeva la sua ostilità sia verso il mondo occidentale, sia verso le oligarchie nazionali, ritenute volta per volta, oltre che corrotte, responsabili delle divisioni che avevano consentito a Israele di radicarsi nella Palestina e della laicizzazione degli stati e della comunità islamica nel suo complesso, esponendola all’offensiva (e alla “corruzione”) occidentale.

Il maggiore impulso venne però dall’affermazione della rivoluzione islamica in Iran nel 1979, non solo per la sua fortissima carica simbolica, ma soprattutto per l’avvio, da parte delle autorità religiose iraniane, di una vasta offensiva contro il modello culturale, politico ed economico occidentale e la sua diffusione nel mondo islamico. Nei suoi primi anni di vita il regime iraniano favorì in tutti i modi lo sviluppo di una rete di organizzazioni di varia natura al fine di rafforzare il prestigio del primo stato islamico e di esportarne il modello. In Palestina, ma anche in altre regioni del mondo islamico, il movimento fondamentalista si mosse così su più livelli, sviluppando da un lato una pura strategia politico-militare, dall’altro un’intensa attività religiosa, educativa e assistenziale, volta a diffondere l’immagine di un Islam attento alle sorti delle classi più povere, una vera e propria “religione degli oppressi”.

Negli anni Ottanta a favorire l’estensione del fenomeno dal Nord dell’Africa e dal Medio Oriente verso l’Asia centrale furono gli ultimi strascichi della Guerra Fredda. Durante la guerra dell’Afghanistan furono infatti gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita e il Pakistan a sostenere i movimenti fondamentalisti in funzione antisovietica; tempratisi nello scontro con i sovietici, questi movimenti trovarono, nell’Afghanistan dei taliban, il terreno propizio alla loro espansione. Qui infatti Osama Bin Laden, un miliardario saudita convertitosi alla causa del jihad, allestì i suoi campi, dove vennero addestrati e indottrinati migliaia di militanti provenienti da tutti i paesi del mondo islamico.

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L’internazionale fondamentalista

Negli anni Novanta, oltre all’irrisolta questione palestinese, altri drammatici eventi concorsero alla nascita di una struttura internazionale del fondamentalismo islamico: la guerra del Golfo, la guerra dei Balcani, l’irrompere di conflitti etnici e religiosi negli stati centroasiatici dell’ex Unione Sovietica (ad esempio in Cecenia); in questi scenari agirono milizie mercenarie internazionali islamiche, finanziate attraverso autonome attività illegali (commercio di armi e oppio) e legali (in quegli anni proruppe sulla scena Bin Laden), ma anche attraverso il sostegno di governi e servizi segreti di vari paesi. Per tutti gli anni Novanta le milizie islamiche si spostarono da un conflitto all’altro, stabilirono relazioni, confrontarono strategie. Colpiti dalla violentissima repressione interna, molti terroristi algerini andarono a ingrossare le fila delle milizie islamiche. Uscito di scena il comunismo, i fondamentalisti rivolsero la loro offensiva contro il mondo occidentale e il suo capofila, gli Stati Uniti, definiti il “Grande Satana”, e il loro principale alleato mediorientale, Israele.

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