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Neoclassicismo (letteratura)

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Omero: Ettore e AiaceOmero: Ettore e Aiace
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Introduzione

Neoclassicismo (letteratura) Movimento artistico-letterario che si sviluppò in Europa tra la seconda metà del Settecento e il primo decennio dell’Ottocento, orientando il gusto e le predilezioni culturali verso la civiltà antica, soprattutto greca, scelta come modello da emulare.

Nata nell’ambito delle arti visive (vedi Arte neoclassica), la tendenza ricevette un forte impulso dagli importanti ritrovamenti archeologici di Ercolano e Pompei, che da una parte furono fondamentali per l’organizzazione dell’archeologia in scienza moderna e dall’altra contribuirono alla nascita di un “turismo” aristocratico diretto verso i luoghi della classicità soprattutto in Italia e in Grecia. Cominciarono così a moltiplicarsi le testimonianze di viaggio, tra le quali si possono citare un Viaggio in Grecia (1799-1800) di Saverio Scrofani e Viaggio per tutte le antichità della Sicilia (1781) di Ignazio Paternò, principe di Biscari.

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Importanza delle teorie di Winckelmann

Soprattutto nell’ambito delle arti figurative fiorì anche la riflessione teorica, che trovò le sue formulazioni più importanti nell’opera di due tedeschi, il pittore Anton Raphael Mengs e, soprattutto, l’archeologo e storico dell’arte Johann Joachim Winckelmann, che aveva visitato Pompei e Paestum intuendone per primo l’importanza archeologica. Winckelmann propugnava l’ideale di un’arte equilibrata e composta, priva di passionalità, capace di rievocare la naturale semplicità dei tempi remoti della civiltà.

Nell’età di Pericle, in particolare, Winckelmann ravvisò il momento di più armonica e perfetta fusione di individuo e società, natura e civiltà: l’imitazione dei modelli dell’antichità corrispondeva alla volontà di recuperare non soltanto le antiche forme di bellezza, ma anche la razionalità e l’equilibrio morale che quelle forme esprimevano, partecipando in questo degli ideali tipicamente illuministici.

In ambito letterario, il neoclassicismo si tradusse nel ricorso alla mitologia e, quando il riferimento non era al passato ma al presente, all’allegoria. La lingua, modellata su quella dei classici greci e latini, risulta artefatta, lontana da quella corrente. Fuori d’Italia, e soprattutto in Francia con André Marie de Chénier, i principi neoclassici si legarono profondamente al presente e, in particolare, alle istanze rivoluzionarie (vedi Rivoluzione francese).

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Il neoclassicismo in Italia

In Italia, centro del neoclassicismo fu la capitale del Regno all’epoca di Napoleone, Milano, dove lavorava Antonio Canova, celebre scultore di statue dalla bellezza astratta ed esangue, e dove venne avviata l’impresa editoriale della “Collezione dei classici italiani” (1802-1814), che raccoglieva gli autori maggiori della tradizione italiana fornendo un canone ben preciso di letterarietà.

I generi letterari più frequentati erano quelli tradizionali della classicità: Vittorio Alfieri fece rivivere la tragedia, ambientando le sue storie nel mondo antico. Il maggiore scrittore neoclassico italiano fu Vincenzo Monti; anche se la sua produzione non può essere ridotta semplicemente sotto questa etichetta, è significativo il fatto che probabilmente la sua opera migliore è la traduzione in endecasillabi sciolti dell’Iliade di Omero, completata nel 1810.

Molti altri autori “attraversarono” il neoclassicismo senza però limitarsi a questa esperienza espressiva. Basti ricordare i tedeschi Johann Wolfgang von Goethe e Friedrich von Schiller, e i britannici John Keats e Percy Bysshe Shelley. In Italia Ugo Foscolo scrisse, oltre a un romanzo che manifestava una sensibilità preromantica come Le ultime lettere di Jacopo Ortis (1802), due odi allegoriche neoclassiche (A Luigia Pallavicini caduta da cavallo, del 1799, e All’amica risanata, del 1802) e, a conclusione della sua carriera poetica, le Grazie, poema rimasto frammentario, dedicato a tre divinità minori che secondo la mitologia classica sono al seguito di Venere.

Melchiorre Cesarotti, cultore del greco, tradusse un’opera destinata ad avere fortuna presso i romantici, le Poesie di Ossian antico poeta celtico (1763), scritte dallo scozzese James Macpherson, che le spacciò per antichi testi gaelici. Nelle Prose e poesie campestri (le prime pubblicate nel 1788, le altre nel 1817), Ippolito Pindemonte celebra “piaceri eruditi e tranquilli” sullo sfondo di uno scenario campestre. Qui l’autore ricorda la tradizione pastorale che risale a Teocrito, ma, invece del distacco neoclassico, compare in evidenza una vena melanconica.

Che il neoclassicismo sfumi nel romanticismo è poi confermato da un fatto interessante: l’articolo di madame de Staël Sull’utilità delle traduzioni in Italia, destinato a scatenare nel 1816 la polemica tra classicisti e romantici, apparve sulla rivista “La Biblioteca italiana” proprio nel periodo in cui Monti era condirettore. A tradurlo fu un “classicista illuminato”, Pietro Giordani.

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