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    0 ... La vita: Biografia (I parte) DE CHIRICO Giorgio nasce il 10 luglio 1888 a Volos, in Grecia.

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Pittura metafisica

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Pittura metafisica Tendenza artistica del Novecento italiano, affermatasi nel 1910 nella produzione pittorica di Giorgio de Chirico, in particolare con i dipinti L’enigma di un pomeriggio d’autunno (ubicazione ignota) e L’enigma dell’oracolo (collezione privata, Berlino). La pittura metafisica si qualificava in primo luogo per l’effetto di spaesamento e sorpresa generato nello spettatore, dovuto alle immagini irreali e alle atmosfere fantastiche delle composizioni.

Caratteristica dei quadri di De Chirico è l’ambientazione: uno spazio nitidissimo, semplificato ma non deformato, reso attraverso chiaroscuri molto accentuati, è organizzato attorno a oggetti e presenze solitarie, perlopiù inanimate. Anche se sullo sfondo si vede un treno in movimento (La piazza d’Italia, 1915, collezione privata, Roma), se due personaggi danno l’impressione di parlare tra loro (Nostalgia dell’infinito, Museum of Modern Art, New York), se una ragazzina corre con un cerchio (Mistero e malinconia di una strada, 1914, collezione privata, New Canaan), la vita sembra lontana dagli scenari di questi dipinti, che intendono appunto evocare qualcosa che sta “al di là” della “fisica” quotidiana.

Convergono nello stile particolarissimo del “maestro degli enigmi”, come fu soprannominato De Chirico, una vasta conoscenza dell’arte classica, studi approfonditi su Giotto e Tiziano, l’influenza delle esperienze luministiche di Claude Lorrain, della pittura simbolista e di quella romantica di Max Klinger e Arnold Böcklin; oltre alle suggestioni letterarie di Friedrich Nietzsche e Giovanni Papini, che De Chirico conobbe a Firenze.

La metafisica non fu mai un movimento, ma soltanto un’esperienza pittorica e intellettuale che per un breve tempo (dal 1917 circa al 1921) riunì accanto a De Chirico il fratello Alberto Savinio, Carlo Carrà e Giorgio Morandi. Fu quello il periodo delle Muse inquietanti e dei manichini di Ettore e Andromaca (entrambi nella raccolta Gianni Mattioli, Milano) di De Chirico, che parallelamente teorizzava come, per diventare immortale, un’opera d’arte deve sempre superare i limiti dell’umano senza preoccuparsi né del buon senso né della logica.

L’immagine dei manichini fu ispirata probabilmente da Savinio, che nel 1914, nel poema Les Chants de la Mi-Mort pubblicato sulla rivista “Les Soirées de Paris” di Guillaume Apollinaire, scriveva di uomini senza voce, senza occhi, senza volto; fantasmi cui Savinio stesso tentò del resto di dare forma visiva nella tela Senza titolo (collezione privata).

Il sodalizio fra i quattro artisti non durò molto. Carrà, che proveniva dal futurismo, conduceva una ricerca sugli oggetti che lo riportasse a una dimensione più vicina alla quotidianità, a una percezione intima della realtà; risalgono a quegli anni La musa metafisica (1917, Pinacoteca di Brera, Milano) e L’ovale delle apparizioni (1918, collezione privata). Morandi proseguì nel suo percorso artistico orientato a una rimeditazione della lezione dei primitivi, in particolare di Giotto, centrata sul colore e sulla composizione.

De Chirico e Savinio cercarono invece, piuttosto, di approfondire le suggestioni filosofiche implicite nell’arte metafisica. La rottura avvenne nel 1919, dopo la pubblicazione del libro di Carrà La pittura metafisica, in cui De Chirico non era neppure citato. In seguito l’esperienza metafisica fu in parte raccolta e sviluppata, in Italia, da Filippo de Pisis, Mario Sironi, Felice Casorati; in Francia, da Max Ernst e dai surrealisti; in Germania, da George Grosz e dal gruppo della Nuova Oggettività.

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