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Belli, Giuseppe Gioachino

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Belli: La creazzione der monnoBelli: La creazzione der monno
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Introduzione

Belli, Giuseppe Gioachino (Roma 1791-1863), poeta italiano, grande protagonista, assieme a Carlo Porta, della poesia dialettale del primo Ottocento.

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La vita

Ebbe un'infanzia difficile sia a Roma sia a Napoli, dove fuggì in seguito all'occupazione della sua città da parte dei francesi (1798). Con la restaurazione del potere pontificio tornò a Roma, ma le sue condizioni di vita non migliorarono perché perse prima il padre e poi la madre. Fu costretto perciò a interrompere gli studi e a dedicarsi a diversi lavori, anche modesti. Solo nel 1816, grazie al matrimonio con una ricca vedova romana, le sue condizioni cambiarono sensibilmente: cominciò a viaggiare ed ebbe contatti con i romantici milanesi (conobbe le poesie di Porta, un precedente fondamentale per la sua attività di poeta dialettale) e con l'ambiente del Gabinetto Vieusseux a Firenze. Alla morte della moglie, nel 1837, perdette molti privilegi economici. Si impiegò allora nella pubblica amministrazione papalina, in cui ricoprì con accesissimo zelo la funzione di censore della 'morale politica', facendosi sostenitore del più retrivo e bigotto conservatorismo, proprio negli anni in cui anche l'arretratissimo ambiente culturale dello Stato Pontificio veniva scosso da spiriti liberali e di riforma. Morì all'improvviso, dopo aver chiesto all'amico Monsignor Tizzani la distruzione dei sonetti destinati a renderlo celebre.

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I Sonetti

Autore di poesie in lingua italiana improntate all'imitazione dell'opera di Vincenzo Monti, oltre che di testi per il teatro, Belli ci lascia uno Zibaldone ricco di interessanti annotazioni. Ma di gran lunga più importanti sono i suoi oltre duemila componimenti in romanesco, i Sonetti, quasi tutti pubblicati postumi, che mostrano l'altra faccia di Belli: non l'austero e ben poco fantasioso autore in lingua, non il politico reazionario, bensì il ribelle e violento accusatore, l'idealista, il contestatore, il cantore della plebe a cui dedica quello che chiama un 'monumento' poetico. I suoi componimenti, infatti, rappresentano scene di vita popolare, vivaci ritratti, invettive comiche, sempre però accompagnate dall'amarezza di chi ha una visione profondamente pessimista e tragica della vita.

Si tratta di una poesia a forti tinte, molto originale rispetto alla tradizione italiana, come dimostra del resto la scelta originale del dialetto. In questi componimenti, che non risparmiano neppure le tematiche religiose, i riti cattolici sono rappresentati come aridi copioni privi di significato. Persino la morte è sbeffeggiata, con un atteggiamento volutamente irrisorio. Risalta invece appieno la rappresentazione realistica del mondo popolare romano, ben identificato nelle sue effettive caratteristiche (in primo luogo linguistiche), anche se in fondo idealizzato: le figure di popolani dalla risposta pronta, astuti, abili a maneggiare il coltello, sono caricate di un valore esemplare che le rende protagoniste di un'epica minore, modesta, ma ricca di passioni, ironia e comicità.

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