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Antifascismo Movimento di opposizione al regime fascista in Italia, contrassegnato dalla partecipazione di differenti forze politiche e correnti di pensiero; sorto negli anni Venti, in reazione all’affermarsi della dittatura di Mussolini, si sviluppò e operò fino alla caduta definitiva del fascismo al termine della seconda guerra mondiale. La data d’inizio del movimento antifascista si può far risalire all’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti (10 giugno 1924), ucciso da sicari fascisti, e alla conseguente decisione dei deputati dell’opposizione (dai socialisti ai repubblicani, dai liberali ai popolari) di abbandonare la Camera (la cosiddetta “secessione dell’Aventino”). Con le leggi eccezionali del 1925-26 Benito Mussolini abolì le libertà politiche e costrinse gli oppositori alla clandestinità o all’emigrazione. Dopo il 1926, infatti, ogni forma di opposizione al fascismo fu condannata come un delitto contro lo stato; di conseguenza, i membri più rappresentativi dei partiti d’opposizione (di formazione democratica, socialista, comunista, liberale e cattolica) furono perseguitati (taluni condannati a lunghe pene detentive o al confino) oppure costretti a riparare come esuli all’estero, dove costituirono gruppi e organizzazioni che ebbero soprattutto Parigi come centro principale della battaglia contro il regime. L’unica voce di dissenso tollerata dal regime fu quella del filosofo, di fama internazionale, Benedetto Croce, di formazione politica liberale moderata, che poté continuare a operare e a scrivere in Italia negli anni del fascismo; promotore nel 1925 del celebre “Manifesto degli intellettuali antifascisti”, Croce diventò il principale punto di riferimento e la guida morale dell’antifascismo d’ispirazione liberale e di tutti gli intellettuali non allineati al regime. Fra le altre autorevoli voci della prima stagione dell’antifascismo vanno ricordate anzitutto quelle dei liberali democratici Giovanni Amendola (già promotore della protesta parlamentare dell’Aventino) e Piero Gobetti (giovane intellettuale torinese che fu animatore della rivista “Rivoluzione liberale”), dello storico Gaetano Salvemini (ex socialista e già interventista democratico), del cattolico democratico don Giovanni Minzoni. Dopo le leggi eccezionali del 1926, numerosi antifascisti furono costretti a scegliere la via dell’emigrazione e presero il nome – che i fascisti dettero loro – di “fuoriusciti”; fra questi vanno ricordati l’ex presidente del consiglio Francesco Saverio Nitti, il fondatore del Partito popolare Luigi Sturzo, i socialisti Claudio Treves, Filippo Turati e Pietro Nenni. Alcide De Gasperi, ultimo segretario del Partito popolare, trovò rifugio in Vaticano. In Italia gli antifascisti poterono esercitare una scarsa influenza politica, tuttavia continuarono ad alimentare dall’estero la speranza di un ritorno della libertà e per primi studiarono il fenomeno del fascismo: fra questi studi si segnalano quelli condotti in una prospettiva democratica di Salvemini e Carlo Rosselli, e quelli in chiave marxista di Palmiro Togliatti e Angelo Tasca.
Dopo l’arresto di Antonio Gramsci nel novembre del 1926, il Partito comunista d’Italia costituì un centro estero a Parigi, sotto la direzione di Togliatti, ma mantenne un collegamento con alcuni gruppi di militanti che avevano scelto di organizzarsi e di operare in clandestinità in patria, pur subendo numerosi arresti e condanne. Un altro centro di opposizione al regime si formò, sempre a Parigi, nel 1927 con la Concentrazione antifascista, a cui aderirono principalmente esponenti delle correnti del socialismo italiano e che si propose il compito di denunciare all’opinione pubblica internazionale il carattere illiberale del regime mussoliniano. In polemica sia con le analisi marxiste che con l’attività della Concentrazione, giudicate attendiste, sorse nel 1929 il movimento Giustizia e Libertà (GL) per iniziativa dei fratelli Carlo e Nello Rosselli e di altri intellettuali democratici tra cui Emilio Lussu, Salvemini e Alberto Cianca. Il manifesto teorico del gruppo era contenuto nell’opera Socialismo liberale, che Carlo Rosselli pubblicò a Parigi nel 1930: si teorizzava una terza via, tra capitalismo e socialismo, come prospettiva nuova che recuperasse i valori liberali e fondasse quella tradizione democratica che era fino allora mancata in Italia. Gruppi di GL si formarono in Italia soprattutto tra gli studenti universitari, molti dei quali (come Ernesto Rossi, Ferruccio Parri, Leone Ginzburg) furono arrestati e condannati a lunghe pene detentive. Neppure l’esilio bastava a garantire la vita: Carlo e Nello Rosselli furono assassinati nel 1937 da sicari francesi per ordine del governo italiano. Alla metà degli anni Trenta l’antifascismo italiano riuscì a stabilire nuovi livelli di collaborazione: a questa svolta concorsero alcuni eventi internazionali. Fu importante la politica dei fronti popolari, adottata nel 1935 dall’Internazionale comunista, che indusse i comunisti italiani a stabilire alleanze con le forze socialiste e democratiche per fronteggiare l’avanzata dei fascismi europei, ormai rafforzati dal successo dei nazisti in Germania. Inoltre, la partecipazione di più di tremila volontari italiani, in massima parte provenienti dagli ambienti dell’emigrazione politica, alla guerra civile spagnola in difesa della repubblica creò le premesse per una collaborazione operativa, che faceva in Spagna le sue prove anche sul terreno militare. Nella penisola iberica combatterono alcuni uomini che avrebbero avuto una parte di rilievo nella Resistenza e nella Repubblica italiana, quali Nenni, Luigi Longo, Randolfo Pacciardi, Sandro Pertini, Giuseppe Di Vittorio.
La piega presa dagli eventi internazionali prebellici mise in crisi l’unità antifascista, specialmente dopo il patto di non aggressione fra la Germania e l’Unione sovietica (il patto Molotov-Ribbentrop, firmato il 23 agosto 1939), che disorientò i comunisti italiani. I primi anni di guerra dispersero poi i nuclei antifascisti che si erano organizzati a Parigi: una parte dei dirigenti comunisti si trasferì a Mosca; altri antifascisti svolsero attività clandestina nella Francia del regime di Vichy, subendo internamenti e arresti; altri si trasferirono negli Stati Uniti, dove era attiva la Mazzini Society, di ispirazione democratica e anticomunista, fondata da Gaetano Salvemini a New York. All’inizio del 1943, tuttavia, furono proprio gli eventi bellici a porre le basi per una ripresa dell’azione antifascista. Il crescente scontento nella popolazione italiana, alimentato dai rovesci militari in Africa e in Russia, le divisioni all’interno dello stesso blocco fascista, l’opposizione a Mussolini che covava negli ambienti vicini al re, il ritorno della conflittualità operaia con gli scioperi del marzo 1943, furono altrettanti fattori che favorirono la formazione di un fronte antifascista relativamente omogeneo. I partiti antifascisti, rimasti di fatto estranei alla destituzione di Mussolini il 25 luglio del 1943 e alla conseguente caduta del fascismo, ripresero a operare nel “regno del Sud” (rappresentato dal re e dal primo ministro Pietro Badoglio), e dal 1944 parteciparono alla formazione dei governi. Ma soprattutto animarono, con la formazione dei Comitati di liberazione nazionale, il movimento partigiano della Resistenza nelle zone dell’Italia del Nord e dell’Italia centrale controllate militarmente dai tedeschi e governate nuovamente da Mussolini. Con la partecipazione alla lotta armata contro l’occupazione tedesca e il regime collaborazionista della Repubblica Sociale Italiana, i partiti antifascisti si prepararono a guidare la transizione dallo stato fascista allo stato costituzionale, pluripartitico e parlamentare. Nell’Italia repubblicana l’antifascismo è rimasto un valore costitutivo nel quale si sono riconosciute forze politiche di differente matrice ideologica, come base unitaria alla quale richiamarsi per la tutela dello stato democratico ogniqualvolta questo è stato minacciato da trame eversive.
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