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Partito comunista italiano

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Antonio GramsciAntonio Gramsci
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Introduzione

Partito comunista italiano o PCI Partito politico italiano fondato nel 1921, con il nome di Partito comunista d'Italia (Pcd’I), in seguito alla scissione, durante il congresso di Livorno, dell’ala di estrema sinistra del Partito socialista italiano (PSI). A dare vita al nuovo partito, che si richiamava all’esperienza della rivoluzione bolscevica del 1917, furono da un lato il gruppo torinese, guidato da Antonio Gramsci, che si raccoglieva intorno alla rivista 'L’Ordine nuovo' e faceva riferimento all’esperienza dei consigli di fabbrica, dall’altro la corrente che faceva capo ad Amadeo Bordiga, fondatore della rivista 'Il Soviet'.

Primo segretario del partito dal 1921 al 1926 fu Bordiga che, al III congresso tenutosi a Lione nel 1926, venne accusato di settarismo e messo in minoranza, mentre la linea del partito venne fissata da Gramsci e Palmiro Togliatti nelle cosiddette 'Tesi di Lione', dove si ponevano le premesse per la costruzione di un partito di massa e veniva data un'analisi del fascismo come espressione della reazione borghese.

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Dalla clandestinità alla resistenza

Nel 1926 Gramsci fu arrestato e quindi condannato nel 1928 a vent’anni di reclusione, che scontò fino al 1933 nel penitenziario di Turi (messo in libertà per le precarie condizioni di salute, morì nel 1937). Decapitato dei suoi dirigenti dal regime fascista e messo fuori legge, il Pcd'I si organizzò nella clandestinità e costituì un centro di coordinamento a Parigi; negli anni Trenta, nonostante la repressione fascista in Italia e le epurazioni interne al partito, di matrice staliniana, riuscì a sopravvivere sotto la guida di Togliatti. Preponderante fu il contributo dei suoi militanti tra il 1943 e il 1945 nella guerra partigiana.

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Dalla Costituente all’opposizione parlamentare

Preso il nome di Partito comunista italiano (PCI) nel 1943 dopo lo scioglimento del Comintern, con il rientro in Italia nel 1944 di Togliatti da Mosca il partito passò a svolgere una funzione primaria nel processo politico italiano; Togliatti annunciò infatti la disponibilità del PCI a far parte del governo guidato da Pietro Badoglio, rinviando a guerra finita (con la cosiddetta svolta di Salerno) la soluzione della questione “monarchia o repubblica”. Orientato verso una strategia legalitaria, il PCI partecipò ai lavori dell’Assemblea costituente dopo la proclamazione della Repubblica (con il referendum del 2 giugno 1946). Nel 1947 il PCI fu tuttavia estromesso dal governo guidato da Alcide de Gasperi e, nel clima della Guerra Fredda, confinato all'opposizione, anche a seguito della sconfitta elettorale del fronte popolare formato con i socialisti nelle elezioni dell’8 aprile 1948.

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La via riformista

Fortemente radicato tra gli strati operai e popolari, il PCI sviluppò una strategia riformista affrancandosi progressivamente dall'influenza sovietica e perseguendo una 'via italiana al socialismo'. Tuttavia il suo isolamento continuò, e le sole occasioni di governo riguardarono le amministrazioni delle regioni dell'Italia centrale (Emilia, Toscana, Umbria), rette da coalizioni di sinistra. Un periodo difficile si aprì con la denuncia kruscioviana dello stalinismo e con la vicenda d’Ungheria del 1956, in seguito alla quale diversi iscritti e simpatizzanti, soprattutto tra gli intellettuali si allontanarono dal partito; ma il partito non vide per questo sostanzialmente ridotto il consenso della base.

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