Scelti da Encarta
I migliori testi sull'argomento Interesse (economia), scelti dalla redazione di Encarta Cerca in Encarta
Cerca in Encarta informazioni su Interesse (economia) |
Risultati di Windows Live® Search
Risultati di Windows Live® Search Struttura articolo
Interesse (economia) Compenso che viene corrisposto a chi presta ad altri denaro, ossia capitale, per un determinato periodo di tempo; il rapporto, espresso in percentuale, fra tale compenso e il capitale costituisce il tasso d’interesse. In economia l’interesse rappresenta il prezzo del capitale preso a prestito. L’interesse è oggetto di numerose classificazioni. Le principali sono: 1) interesse “semplice e composto”. Il primo viene calcolato soltanto sul capitale dato a prestito inizialmente e, nel caso di prestiti a lungo termine, viene pagato periodicamente alla scadenza prestabilita, di solito annuale; si può però pattuire che gli interessi dovuti, invece di essere pagati periodicamente al creditore, vengano capitalizzati, ossia sommati al capitale iniziale, calcolando in ciascun periodo l’interesse sul capitale maggiorato dell’interesse del periodo precedente. Ad esempio, un capitale di 100 euro, impiegato al 10%, al termine del primo anno rende un interesse di 10 euro e diviene quindi uguale a 110 euro; al termine del secondo anno rende quindi un interesse di 11 euro (il 10% di 110), e così via. In pratica quindi, per effetto della 'composizione', anche l’interesse produce interesse. 2) interesse 'legale e convenzionale'. Il primo è quello stabilito dalla legge, il secondo è invece pattuito dalle parti. 3) interesse 'attivo e passivo'. Il primo è quello incassato sui fondi dati a prestito; 'passivo' è invece l’interesse pagato sulle somme prese a prestito. 4) interesse 'di mora o moratorio'. È quello che la legge o le parti stabiliscono in caso di ritardo nel rimborso del prestito o nell’adempimento di un’obbligazione e che si applica per tutto il periodo di mora sulla somma o sul valore della prestazione oggetto di inadempienza.
Gli economisti classici, fra i quali Adam Smith e David Ricardo, definirono interesse il rendimento del capitale investito, ossia il reddito, analogo ma distinto dalla rendita della terra, percepito dal proprietario del capitale. Il tasso di interesse era quindi determinato direttamente dalla produttività del capitale investito. Karl Marx considerò l’interesse una delle tre componenti (profitto, rendita e interesse) in cui si divide il plusvalore complessivo. Il filone teorico che spiega l’interesse per mezzo della produttività del capitale fu sviluppato da Böhm-Bawerk: poiché i metodi di produzione più produttivi sono anche i più indiretti, essi richiedono un periodo di produzione più lungo e quindi un maggior volume di risorse anticipate; gli incrementi di produttività così ottenuti contribuiscono a determinare il livello del tasso d’interesse, che costituisce il prezzo pagato a quanti si astengono dal consumo e forniscono quelle risorse; la necessità di pagare tale prezzo, secondo Böhm-Bawerk, discende dalla preferenza psicologica per i beni presenti rispetto a quelli futuri. L’interazione di tale preferenza con la produttività del capitale spiega quindi l’esistenza e l’entità del tasso d’interesse. Questa teoria fu sistematizzata da Irving Fisher con la nozione di 'preferenza temporale'. Le teorie che ravvisano nella preferenza per i beni presenti rispetto a quelli futuri una determinante del tasso d’interesse, che integra l’altra componente – la produttività del capitale – sono state in qualche modo anticipate dalla 'teoria dell’astinenza', secondo la quale l’interesse è per l’appunto il prezzo pagato per indurre a risparmiare reddito presente e incrementare il capitale produttivo. John M. Keynes propose una diversa concezione del tasso d’interesse: anziché venire determinato dalle forze reali dell’economia, e cioè dalla produttività del capitale, l’interesse è visto come un fenomeno puramente monetario, determinato cioè dall’offerta e dalla domanda di moneta, la quale dipende a sua volta da vari moventi, fra i quali la preferenza per la liquidità.
Nell’antica Grecia i tassi di interesse si aggiravano mediamente intorno al 10%; non molto diversi erano i tassi d’interesse nell’antica Roma, dove l’interesse era regolato minuziosamente dalle leggi, che fra l’altro vietarono costantemente l’usura stabilendo i tassi massimi che potevano venire richiesti dal prestatore. Ovviamente tali tassi variavano nel tempo: in genere il limite imposto si aggirava intorno al 10%, ma spesso scendeva a valori molto più bassi. Nel Medioevo il divieto dell’usura, che in pratica si estendeva a tutte le forme di prestito a interesse, fece sì che questo venisse avversato anche dalle autorità civili e ne decretò una forte limitazione, anche se prestiti e usura non scomparvero del tutto. Nei secoli XII e XIII, col largo ricorso al prestito dei regnanti e con le pratiche commerciali affermatesi nelle grandi città mercantili, si cominciò a riammettere la liceità dell’interesse, che venne poi pienamente riconosciuta nell’età moderna. Rimase però viva l’ostilità nei confronti dell’usura: in vari paesi europei numerose leggi stabilivano tassi massimi, oltre i quali l’interesse era considerato usura e perseguito penalmente; fra i secoli XVI e XVIII tali tassi potevano variare fra il 4 e il 12%, anche se i tassi praticati illegalmente potevano essere molto superiori. Le concezioni liberali affermatesi nell’età moderna portarono a guardare con sfavore all’imposizione di vincoli al tasso d’interesse, sostenendo che si doveva lasciarne la determinazione al libero gioco delle forze di mercato. Tuttavia il dilagare della piaga dell’usura ha riproposto drammaticamente il problema della regolamentazione dell’interesse; in questo senso, in Italia, dal 1992 si vanno prendendo i primi provvedimenti legislativi. Nell’età contemporanea, con la creazione dei sistemi monetari nazionali e l’affermarsi delle banche centrali, il tasso d’interesse è divenuto uno strumento della politica economica, che attraverso complesse manovre monetarie riesce a influenzarlo e utilizzarlo per stimolare o regolare le attività economiche nazionali. Il tasso di interesse tende altresì a variare nello stesso senso del tasso d’inflazione, dovendo una parte dell’interesse compensare l’inflazione verificatasi durante il periodo del prestito. Tale tendenza si è particolarmente accentuata nei recenti periodi di inflazione rampante, durante i quali è prevalsa la pratica di indicizzare il tasso di interesse (ossia di legarlo contrattualmente al tasso di inflazione).
© 1993-2008 Microsoft Corporation. Tutti i diritti riservati. |
© 2008 Microsoft
![]() ![]() |