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Arte informale

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Antoni TàpiesAntoni Tàpies
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Introduzione

Arte informale Tendenza artistica internazionale affermatasi in Europa nel secondo dopoguerra. Il nome fu coniato nel 1951 dal critico d'arte francese Michel Tapié, che parlò di “arte informale” nella recensione alla mostra parigina tenutasi presso la Galleria Dusset, in cui avevano esposto artisti europei e nordamericani (tra i quali Giuseppe Capogrossi, Hans Hartung, Georges Mathieu, Jackson Pollock, Willem de Kooning, Jean-Paul Riopelle, Wols). L'espressione veniva tuttavia alternata ad altri termini come “art brut” e “art autre”, soprattutto in riferimento alle opere di artisti francesi. Non è infatti possibile definire l'arte informale come una corrente artistica precisa, ma piuttosto come un clima culturale, che comprende differenti movimenti di arte astratta o espressionista. Le ricerche dell'arte informale produssero i migliori frutti nel decennio 1950-1960, sia in Europa sia negli Stati Uniti, distinguendosi in tre orientamenti principali: materico, gestuale e segnico.

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Il concetto di informale

La pittura informale espresse il disagio profondo che seguì alla seconda guerra mondiale, attraverso una perdita di fiducia nella razionalità, nella possibilità della comunicazione, nella conoscenza. Riferimenti artistici fondamentali divennero alcune correnti ed esperienze fiorite dopo la Grande Guerra: gli artisti delle nuove generazioni ereditarono dal surrealismo e dall'espressionismo la negazione di forme e linguaggi razionali, l'uso di dipingere secondo procedimenti puramente pittorici, senza studi preliminari, e il tentativo di dare immediata – quasi “automatica” – concretizzazione al processo creativo. Dipingere significava agire, tendere a una libera e incontrollata espressione di sé, al di là delle categorie figurative convenzionali. Vennero quindi rifiutati la forma, la prospettiva, i contorni, le figure geometriche; lo stesso supporto del dipinto divenne materia modificabile e trasformabile dal pittore.

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L'informale materico

La pittura materica consisteva nel disporre sul supporto spessi strati sovrapposti di colore, come avveniva ad esempio nella pittura del francese Jean Fautrier e nelle opere del tedesco Wols (Wolfgang Schulze); oppure prevedeva la combinazione di materiali di varia natura. A partire dai primi anni Cinquanta Alberto Burri realizzò una serie di dipinti astratti con sacchi di juta, pezzi di legno e plastica parzialmente bruciati, tela ricoperta di spessi strati di colore; lo spagnolo Antoni Tàpies usò, accanto ai colori a olio, i materiali più diversi, dalla sabbia alla malta; Riopelle applicava con la spatola colori densi strato su strato, fino a coprire la superficie della tela. L'artista informale sceglieva dunque il mezzo espressivo per le sue potenzialità tattili, oltre che per il suo intrinseco valore cromatico.

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La corrente gestuale

La pittura gestuale, praticata soprattutto dagli artisti nordamericani dell'Action Painting, era così detta perché doveva lasciare chiara traccia nell'opera del gesto compiuto dall'artista nel dipingere. La tecnica impiegata più frequentemente fu quella del dripping: consisteva nel fare gocciolare il colore sulla tela, appoggiata per terra, direttamente dal barattolo o dal pennello intriso in modo totalmente casuale. Acquistava così importanza il gesto automatico e irripetibile dell'artista. I maggiori esponenti dell'arte gestuale furono Jackson Pollock, Franz Kline, Willem de Kooning. Tra gli italiani vanno ricordati soprattutto Emilio Vedova, autore di composizioni di grandi dimensioni, nelle quali il colore è versato quasi con violenza sulla tela, e il romano Afro, più sofisticato e intellettuale.

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