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Sostanza

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Introduzione

Sostanza In filosofia, il termine “sostanza” designa una realtà che è a fondamento di ogni altra. La parola significa letteralmente “ciò che sta sotto” (dal latino substantia) e vuol dire, nel linguaggio della metafisica, una realtà che permane invariata pur nel mutare dei suoi aspetti, detti anche “accidenti”.

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La concezione aristotelica della sostanza

Aristotele, cui si deve la prima teorizzazione del concetto di sostanza (in greco, ousia), la concepisce come l’essenza necessaria che sta a fondamento di ogni realtà; inoltre egli la qualifica anche come ciò che esiste in maniera indipendente e “di per sé”. Una certa realtà, ad esempio un certo uomo, può presentare vari aspetti, talvolta mutevoli, quali l’essere grande o piccolo, buono o cattivo, ma non può essere altro che uomo, cioè animale razionale, che è quanto costituisce la sua essenza necessaria; inoltre è chiaro che gli aspetti suddetti non possiedono un’esistenza indipendente, ma sono presenti sempre e soltanto come aspetti secondari (o “accidenti”) di un certo individuo.

Per ciò Aristotele aveva inteso la sostanza come la prima delle dieci categorie e aveva asserito che si conosce a fondo una determinata cosa solo quando si conosca la sua sostanza, ossia “che cosa è”. Nella Metafisica, poi, Aristotele afferma che il problema fondamentale della filosofia, ovvero “che cos’è l’essere”, si riduce in definitiva al problema di sapere che cosa è la sostanza. Di questa Aristotele dice che può essere sia la forma di una certa realtà, ovvero quanto costituisce la sua struttura necessaria (ad esempio l’anima razionale dell’uomo), sia il “sinolo”, cioè il composto di forma e materia: esso corrisponde a quella che, nello scritto sulle categorie, Aristotele chiamava la “sostanza prima”, ossìa l’individuo che esiste pienamente (ad esempio, un certo uomo: Socrate, Alcibiade, oppure un tavolo, un albero).

Tuttavia, in un senso meno pregnante, può dirsi sostanza anche la materia (la carne di cui è fatto Socrate, il legno del tavolo), perché essa costituisce un aspetto da cui non si può prescindere nella considerazione delle cose. Vi sono, inoltre, tre specie di sostanze: 1) le sostanze sensibili e corruttibili, cioè le cose che esistono nel mondo sublunare; 2) le sostanze sensibili ed eterne, cioè i diversi cieli e gli astri; 3) la sostanza non sensibile ed eterna, cioè Dio.

Questa dottrina di Aristotele fu ampiamente ripresa e rielaborata nella filosofia scolastica dell’età medievale, senza subire però trasformazioni decisive.

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La sostanza nella filosofia moderna

Con l’età moderna il concetto di “sostanza” subisce alcune trasformazioni, ma si avvia anche verso un processo di dissoluzione. Cartesio definisce la sostanza come ciò che per esistere non ha bisogno di nient’altro se non di se medesimo. È evidente che questo requisito può spettare solo a una sostanza, cioè a Dio; ma Cartesio ritiene che possano essere definite sostanze anche la sostanza corporea (la res extensa) e la sostanza pensante (la res cogitans), in quanto per esistere hanno bisogno solo dell’atto creatore di Dio. Con ciò la filosofia di Cartesio introduce un dualismo fra sostanza pensante (spirituale, inestesa) e sostanza corporea (che occupa uno spazio), che sarà all’origine di molteplici discussioni nella filosofia moderna.

Facendo leva sulla definizione cartesiana di sostanza, Baruch Spinoza trae la conclusione che né il pensiero né l’estensione sono di per sé sostanze: solo Dio costituisce la sostanza infinita, ma Dio per Spinoza coincide con l’ordine necessario dell’universo, di cui i singoli corpi e le singole idee sono solo i “modi” o manifestazioni. Dopo Spinoza, le concezioni più rilevanti della sostanza sono quelle di Gottfried Wilhelm Leibniz, che la identifica con la “monade”, e di G.W.F. Hegel, che la risolve idealisticamente nello Spirito o Assoluto.

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Critica del concetto di sostanza

Nel pensiero moderno prende però via via consistenza, nel filone dell’empirismo, una critica del concetto di sostanza. John Locke, pur non negando l’esistenza di una realtà fondamentale, rileva come essa non è oggetto della nostra esperienza, la quale invece si limita a conoscere solo gli aspetti o qualità “accidentali” delle cose.

Questa critica sarà ripresa e approfondita da David Hume, il quale nega che le molteplici impressioni e idee, che noi associamo regolarmente e che si presentano a noi compresenti (ad esempio il colore, la fragranza, la forma di una mela), possano riferirsi a qualcosa che ne sarebbe il supporto (la mela come “sostanza”): non solo la cosa materiale, ma anche l’anima o io spirituale sono fatti oggetto della critica scettica di Hume.

L’idea che ciò che noi chiamiamo sostanza si risolva in una compresenza o connessione uniforme di molteplici aspetti è ripresa, nell’Ottocento, da Ernst Mach e ispira le critiche del concetto metafisico di sostanza da parte delle correnti del neopositivismo e della filosofia analitica del Novecento.

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