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Società (sociologia)

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Introduzione

Società (sociologia) Insieme organizzato di individui legati da vincoli culturali, economici, politici, giuridici, territoriali ecc., regolati da un complesso sistema di norme e istituzioni. Una società dispone di solito di un’organizzazione sociale funzionale al soddisfacimento dei bisogni dei propri membri – riproduzione, sopravvivenza, distribuzione delle risorse, comunicazione, difesa ecc. – ed è organizzata a livello politico in uno stato, ha una o più istituzioni religiose riconosciute, una o più lingue comuni, un sistema economico unitario.

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Naturalismo sociale e contrattualismo

Nella storia della filosofia si sono storicamente confrontate due concezioni fondamentalmente opposte della società. Secondo la prima, essa è un prodotto della naturale e istintiva socialità dell'uomo; la società è una realtà unitaria di livello superiore, un'entità autonoma di cui gli individui sono membri senza determinarla. Il bene della società (cioè il bene comune) è indivisibile e non coincide con la somma dei beni dei suoi membri. Questa impostazione, presente già in Tommaso d'Aquino, ha caratterizzato tutto il pensiero sociale cristiano.

All’opposto di questa vi è una concezione di tipo contrattualistico, diffusasi nel XVII e XVIII secolo, secondo la quale la società è un prodotto artificiale, frutto di un accordo tra gli individui che cedono a un terzo (la società, appunto) alcuni diritti per ottenerne dei vantaggi. La società sarebbe insomma il frutto di un contratto sociale implicitamente sottoscritto da tutti i suoi membri.

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La società nel dibattito sociologico

Lo studio della società mutò radicalmente con la nascita della sociologia. La nuova disciplina affrontò infatti direttamente la descrizione delle forme storiche di associazione umana. In particolare, la sociologia, che nacque in piena rivoluzione industriale, partiva già dalla constatazione della vasta trasformazione sociale provocata dall’industrializzazione. I principali sociologi del XIX secolo, da Auguste Comte a Herbert Spencer, da Karl Marx a Emile Durkheim, si sforzarono di mettere a fuoco il carattere unico e specifico della società industriale rispetto a tutte le forme precedenti di associazione umana.

Tutti questi tentativi di classificazione miravano a dar conto di un'osservazione comune: nella società industriale i rapporti umani subiscono un forte impulso di istituzionalizzazione e razionalizzazione. Le norme sociali prendono il sopravvento sui rapporti individuali, che divengono sempre più fuggevoli e superficiali, impersonali e standardizzati.

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Società e comunità

La sociologia più recente tende a ricomporre la dicotomia classica tra comunità e società (vedi Ferdinand Tönnies), in quanto riconosce che anche all'interno di organizzazioni funzionalmente molto complesse, come le società attuali, le relazioni interpersonali profonde mantengono una posizione di rilievo. Habermas, ad esempio, propone di superare la contrapposizione tra un agire strumentale (cioè finalizzato razionalmente al raggiungimento di obiettivi) e un agire 'comunicativo' (cioè dettato dalla volontà di comunicare con gli altri), riconoscendo che il buon funzionamento della società si basa sulla complementarità dell'agire orientato alla realizzazione di scopi e di quello orientato al raggiungimento dell'intesa.

Anthony Giddens ritiene che il concetto di società vada applicato a collettività che non necessariamente sono collocabili in uno spazio e in un tempo 'chiusi'. Egli mette a fuoco come, in particolar modo negli ultimi decenni, la società industriale abbia scardinato gran parte delle barriere rappresentate in precedenza dalle proprie strutture organizzative (sistemi economici, confini nazionali, differenze linguistiche). Si tratta del cosiddetto processo di globalizzazione, che spinge la società verso forme di convivenza in cui le relazioni sociali si sciolgono dai vincoli posti da quel tipo di razionalità organizzativa.

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