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Introduzione; Grecia antica; Mondo romano; Medioevo e Rinascimento; Tra Seicento e Settecento; Dalla Rivoluzione francese all'Ottocento; Il XX secolo
Attore Nel teatro, l'attore (dal latino ágere, agire, fare) è colui che interpreta una parte in uno spettacolo, davanti a un pubblico. La figura professionale, la funzione scenica e il ruolo sociale dell'attore hanno subito una continua evoluzione nel corso della storia del teatro occidentale.
Nel teatro greco antico, la figura dell'attore come interprete singolo si affermò con la nascita della tragedia, avvenuta ad Atene nella seconda metà del VI secolo a.C. Prima di allora esistevano forme di poesia corale (massimi rappresentanti furono Pindaro, Simonide e Bacchilide), nella quale la recitazione del testo era affidata a un gruppo di voci. Secondo la tradizione, fu probabilmente il poeta Tespi a prevedere per primo nelle proprie opere un personaggio individuale, che recitasse da solo alcune parti, alternandosi con il coro. Si dovette poi a Eschilo l'introduzione di un secondo attore (il deuteragonista), che poteva interpretare più ruoli, e a Sofocle l'ammissione di un terzo (tritagonista), che declamasse il prologo e le parti dei monarchi. Poiché i testi delle tragedie erano incentrati su episodi del mito e della storia della città, nei quali prendevano corpo grandi passioni e dilemmi morali, religiosi e civili, gli attori dovevano essere degni portavoce di questo patrimonio mitico e ideale, nel quale la comunità si riconosceva. Era richiesta una recitazione adeguata ai contenuti evocati, solenne e misurata; nessuno spazio era lasciato all'interpretazione personale, né a una recitazione naturalistica. La stessa maschera che essi portavano (ne esistevano di tanti tipi quanti potevano essere richiesti dalle parti da rappresentare) fissava il loro ruolo e la loro funzione scenica in modo inequivocabile, mentre gli alti coturni li costringevano a movimenti lenti ed essenziali. Dal momento che la recitazione era preclusa alle donne, gli attori uomini interpretavano anche le parti femminili. Vedi anche Letteratura greca. La stilizzazione dell'arte della recitazione, insieme al ruolo civile e politico che gli attori rivestivano nella società della città-stato, fece degli interpreti professionisti rispettati e onorati, che i drammaturghi si contendevano. La personalità peculiare degli attori cominciò a emergere verso la fine del V secolo a.C., quando, sicuri dell'alta considerazione sociale di cui godevano, alcuni giunsero a eccessi, apportando modifiche al testo dell'autore; al punto che Licurgo (IV secolo) dispose che gli originali delle tragedie venissero depositati e custoditi negli archivi di stato.
Nel mondo romano gli attori, lontano dall'avvantaggiarsi di un simile prestigio sociale, lavorarono perlopiù nella condizione giuridica di servi o schiavi. Intere compagnie erano alle complete dipendenze di un dominus, e ne assecondavano i desideri sia riguardo allo stile della recitazione, sia nei confronti della loro vita personale. La rappresentazione delle commedie e delle tragedie latine (vedi Letteratura latina) vedeva in scena un numero di attori corrispondente alle parti previste, senza limitazioni, che potevano liberamente avvalersi nella loro recitazione del gesto e della mimica, poiché non indossavano maschere. A partire dal basso impero anche le donne furono ammesse a recitare, anche se ciò le condannava a una considerazione sociale ancora più bassa di quella dei colleghi maschi, trattate alla stregua di cortigiane.
Durante il Medioevo, il ripudio del mondo pagano incarnato dal teatro classico e l'anelito a vivere esperienze collettive di spiritualità cristiana portarono a forme drammaturgiche del tutto nuove, quali il dramma liturgico, il miracolo e il mistero, e infine la sacra rappresentazione. Il dramma liturgico era recitato (in latino) esclusivamente da ecclesiastici, i soli ritenuti degni di impersonare le sacre figure della Bibbia e i santi della tradizione cristiana; gli altri tipi citati di azione drammatica di impronta religiosa costituirono un'evoluzione del dramma liturgico in senso volgare e popolare, prevedendo la partecipazione di laici, artigiani e cittadini, che utilizzavano il vernacolo. Gli spettacoli venivano allestiti nelle piazze delle città e dei villaggi in occasione di feste e ricorrenze liturgiche; spesso i miracoli e i misteri erano preparati dalle gilde e dalle corporazioni, che riservavano ai propri membri ruoli specifici, in certa misura attinenti con il loro mestiere: ad esempio, ai carpentieri e ai calafati spettava la drammatizzazione degli episodi dell'arca di Noè. Parallelamente a queste espressioni del dramma religioso, le corti e le città conoscevano periodicamente forme di spettacolo profano, d'improvvisazione e creativo, promosse da compagnie itineranti di giocolieri, saltimbanchi, giullari. Mimi e acrobati di professione, buffoni e commedianti erano accolti con grande calore ed entusiasmo, pur se colpiti dalla reprimenda e dalla scomunica della Chiesa, che disprezzava il loro mestiere in quanto fonte di vane distrazioni nel cammino spirituale del cristiano. Dal punto di vista della recitazione, ogni risorsa espressiva veniva sfruttata e anzi amplificata fino all'eccesso: mimica, gesto, movimento divennero sempre più importanti rispetto alla parola, anche a causa dell'esigenza di rendere comprensibili gli spettacoli ai pubblici di idiomi diversi che le compagnie incontravano nei loro continui spostamenti tra le capitali e le corti di tutta Europa. I comici dell'arte del XVI secolo si collocano in questa tradizione, che essi seppero sviluppare e trasformare codificando stili, toni e ruoli, secondo una formula di grande successo in Italia e poi all'estero. Attori e attrici indossavano maschere e costumi propri di personaggi fissi, ciascuno personificazione di un 'tipo' umano comune e ben riconoscibile. Su palchi all'aperto o in spazi appositamente allestiti presso le corti, i comici improvvisavano su esili canovacci, in cui erano soltanto abbozzate le storie e le situazioni sceniche; la bravura degli attori si misurava sulla prontezza nella battuta salace, sulla capacità di sviluppare spunti narrativi imprevisti, sull'espressività del gesto e sulla mimica facciale.
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