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Risultati di Windows Live® Search Ragion di stato Teoria politica sviluppatasi in Italia tra il XVI e il XVII secolo con lo scopo di giustificare l’arte della conservazione e dell’ampliamento del potere detenuto dal governante sullo stato, a prescindere dalla legittimità delle pratiche impiegate. La locuzione fu usata probabilmente per la prima volta da Francesco Guicciardini nel suo Discorso di Logrogno (1512), ma la dottrina ricevette una piena formulazione da Niccolò Machiavelli nel Principe. Il concetto venne poi ripreso e divulgato da altri. Fu Giovanni Botero, nel suo Della ragion di stato (1589), a conferirgli grande notorietà; nell’opera si stabiliva che la valutazione dei mezzi atti a mantenere uno stato dovesse essere fatta sulla base di considerazioni realistiche, senza tener conto di principi religiosi o morali. La dottrina si fondava sull’idea che il principale fine di chi governa sia la conservazione dello stato. In linea di principio tale obiettivo primario può, secondo i teorici di questa tendenza, legittimare azioni eticamente condannabili e autorizzare l’impiego della violenza e dell’inganno in tutti i casi in cui tali mezzi risultino efficaci per garantire la sicurezza dello stato. Nel corso del dibattito sviluppatosi dalla fine del XVI secolo, in seguito alle inevitabili critiche di carattere etico e religioso cui la dottrina si esponeva, si affermò l’idea che la deroga dalle leggi morali e dalle leggi positive fosse accettabile se condotta a beneficio dello stato e non a favore degli interessi privati del governante. Dall’Italia la riflessione si allargò alla Francia e proseguì in Germania, assumendo il nome di “dottrina dello stato-potenza” e incarnandosi infine nella politica del cancelliere Otto von Bismarck. Le opere di Leopold von Ranke, Heinrich von Treitschke e Ernst Troeltsch teorizzarono la necessità che gli stati, giudicati portatori di una missione universale culturale e politica, esercitassero il monopolio della forza indispensabile alla realizzazione dell’autoaffermazione.
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