Elementi correlati
Cerca in Encarta
Cerca in Encarta informazioni su Uguaglianza (scienze politiche) |
Risultati di Windows Live® Search
Risultati di Windows Live® Search Struttura articolo
Uguaglianza (scienze politiche) Termine che, nel linguaggio comune, indica il rapporto tra due oggetti o tra due persone che sono considerate intercambiabili. Se A e B sono uguali, ciò vuol dire, ad esempio, che tutto ciò che si può dire (o fare) di A si può dire (o fare) anche di B. In politica, due persone sono di solito considerate uguali se a esse sono attribuiti gli stessi diritti o gli stessi obblighi. In particolare, l’uguaglianza è rilevante per il diritto, quando si deve attribuire a un gruppo di persone una porzione di un bene da dividere. In questo caso l’uguaglianza è il criterio fondamentale della giustizia distributiva. Uno degli aspetti da tener presente del concetto di uguaglianza è che esso è sensibile al modo in cui si individuano e si definiscono le persone cui si attribuiscono uguali diritti o uguali obblighi. Quindi, c’è una differenza tra un sistema che riconosce l’uguaglianza solo tra i cittadini di uno stato e uno che invece riconosce l’uguaglianza di tutti gli esseri umani in quanto persone.
Nella filosofia politica della Grecia classica, ad esempio in Aristotele, l’uguaglianza è strettamente legata al concetto di cittadinanza: essa viene riservata esclusivamente ai cittadini di uno stato. Qualche secolo dopo, nella Roma imperiale, i filosofi stoici affermavano invece l’idea che tutti gli uomini sono uguali, a prescindere dal gruppo cui essi appartengono. Il concetto fu sviluppato in modo più ampio con il cristianesimo, in cui l’uguaglianza tra gli esseri umani viene collegata alla teoria della salvezza: tutti possono aspirare allo stesso modo alla redenzione finale. Tuttavia, se anche l’equivalenza tra i fedeli sul piano metafisico è uno dei capisaldi della teologia cristiana, nella specifica sfera del pensiero politico gli esponenti della patristica e della scolastica (tra cui, ad esempio, Agostino d’Ippona e Tommaso d’Aquino) affermarono l’inerente disuguaglianza tra gli esseri umani sul piano della partecipazione ai processi decisionali pubblici. Solo nel tardo Medioevo, con pensatori come Guglielmo di Occam e John Wycliffe, si affermò una tendenza che allarga all’ambito politico l’istanza ugualitaria tipica del cristianesimo.
Agli albori dell’età moderna il concetto si sviluppò soprattutto lungo due assi, un ugualitarismo dei diritti e un ugualitarismo economico. Nel primo caso si afferma che una situazione di uguaglianza tra le opportunità, ovvero una situazione in cui la distribuzione delle risorse sia effettuata nel rispetto delle diseguaglianze naturali tra gli uomini (intelligenza, capacità, abilità ecc.), è raggiungibile attraverso un’uguale distribuzione dei diritti fondamentali. Secondo la locuzione più comune tra gli esponenti del liberalismo classico (John Locke, Montesquieu, Thomas Jefferson, Immanuel Kant), questi diritti sono la vita, la libertà e la proprietà. Nel secondo caso si afferma che le disuguaglianze tra gli uomini sono in primo luogo il prodotto dell’ineguale distribuzione della ricchezza e che il rimedio consiste in una redistribuzione delle risorse. Tra il XVIII e il XX secolo molti hanno prospettato una soluzione di questo genere (Jean-Jacques Rousseau, Karl Marx, Michail Bakunin), collegandola spesso con una più generale istanza di rivoluzione sociale. Nel corso del Novecento entrambe le tesi sono state messe in discussione. La prima perché ci si è resi conto che, in una situazione di partenza in cui esistono forti disparità sociali, l’uguaglianza dei diritti può non rivelarsi sufficiente a garantire un’effettiva uguaglianza di opportunità. La seconda perché si è compreso che l’imposizione coatta di un generale livellamento della proprietà produce una situazione di pericolo per la libertà, che non di rado sfocia nel totalitarismo. Nel secondo dopoguerra le riflessioni dei filosofi della politica si sono quindi orientate verso l’obiettivo della redistribuzione dell’accesso alle diverse posizioni della società, e non all’attribuzione delle posizioni stesse. Questo modo di impostare il problema ha portato alla teorizzazione della necessità di concedere privilegi giuridici e materiali a coloro che appartengono a gruppi socialmente svantaggiati (donne, minoranze etniche, disabili ecc.): alla teoria è stato prestato rigore formale e filosofico dallo statunitense John Rawls nel suo Una teoria della giustizia (1971).
© 1993-2008 Microsoft Corporation. Tutti i diritti riservati. |
© 2008 Microsoft
![]() ![]() |