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Risultati di Windows Live® Search Alterità Termine filosofico che risale ai Dialoghi di Platone, in cui indica il contrario di identità. Ripreso da Hegel nella sua definizione dell'essere in relazione con 'l'altro' da sé, venne usato dai filosofi moderni con significati diversi, spesso su un terreno contiguo a quello della psicoanalisi. In antropologia culturale, il termine divenne di grande attualità verso la fine del XX secolo, pur essendo stato, 'l'altro', oggetto di studio dell'antropologia fin dai suoi inizi. Da una visione etnocentrica che interpretava le diverse culture in base a una scala evolutiva di cui l'Occidente rappresentava il massimo grado, ai tentativi di comparazione e catalogazione delle differenze, l'antropologo si è sempre posto di fronte all'altro come osservatore, segnando così, come ammetteva Lévi-Strauss, i confini della propria cultura di appartenenza. Con la fine delle grandi esplorazioni e la diffusione mondiale dei modelli di vita dell'Occidente, l'antropologia culturale inizia a mancare di confronti con culture diverse e si concentra sui propri fondamenti scientifici, accostandosi a metodi interpretativi propri della psicoanalisi e giungendo a porsi questioni filosofiche del tipo 'che cos'è la realtà?'. Recupera così il concetto di alterità in tutta la sua complessità, allargandolo a tutti gli aspetti del 'diverso'. In termini di alterità si possono leggere le differenze culturali tra i popoli e le situazioni che si sviluppano con l'impatto di culture diverse, come accadde in epoca colonialista o avviene oggi nella convivenza interetnica (progressivamente in aumento nelle società occidentali); ma si parla di alterità anche per analizzare e spiegare la psicosi e la follia; non a caso influenti etnologi e psichiatri hanno messo in luce il nesso che intercorre tra antropologia, medicina e filosofia. Nascono così scuole e correnti che operano su un terreno comune ad altre discipline, come l'antropologia epistemologica e l'antropoanalisi; la ricerca sul campo ribalta il proprio punto di vista con l'antropologia interpretativa (vedi Clifford Geertz), che mette in discussione l'obiettività dell'osservatore, dichiarando che le culture si possono conoscere solo dall'interno, calandosi in un sistema di segni e valori che vanno interpretati come in un'azione teatrale.
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