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Partito democratico americano

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Thomas Jefferson: Dichiarazione d’indipendenzaThomas Jefferson: Dichiarazione d’indipendenza
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Introduzione

Partito democratico americano Partito politico degli Stati Uniti d’America, le cui origini risalgono alla coalizione formata nel 1790 da Thomas Jefferson per opporsi all’amministrazione di George Washington. Originariamente chiamato Partito democratico-repubblicano, rappresentava gli interessi degli agricoltori del Sud contrari alle misure protezionistiche di Alexander Hamilton, che favorivano gli interessi degli industriali del Nord. Nel 1828 il partito si scisse in due fazioni, una delle quali prese il nome di Partito democratico (The Democratic Party).

Il Partito democratico egemonizzò la vita politica degli Stati Uniti fino al 1860, quando si divise sulla questione della schiavitù, favorendo la vittoria di Abraham Lincoln, e sulla guerra di secessione (1861-1865). Fino al 1913 i democratici espressero solo tre presidenti, Andrew Johnson (1865-1869), Stephen G. Cleveland (1885-1889 e 1893-1897) e Woodrow Wilson (1913-1921).

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Il partito “progressista”

Dagli inizi del Novecento il Partito democratico assunse tratti progressisti. Wilson sostenne un programma innovatore in economia (soprattutto con l’introduzione delle leggi antitrust) e per l’uscita dall’isolazionismo; egli decise l’intervento degli Stati Uniti nella prima guerra mondiale (1917) e sostenne energicamente la costituzione della Società delle Nazioni e l’autodeterminazione dei popoli, condannando il colonialismo.

Dopo un periodo di egemonia repubblicana, i democratici riconquistarono la presidenza con Franklin Delano Roosevelt durante la Grande Depressione (1933), inaugurando la stagione che prese il nome di New Deal, caratterizzata dal forte intervento dello stato nell’economia e come garante della giustizia sociale. L’attenzione nei confronti del welfare state e dei diritti civili e delle minoranze contrassegnarono la politica democratica dopo la seconda guerra mondiale e, soprattutto, durante la breve amministrazione di John F. Kennedy, la cui strategia della “New Frontier” (Nuova Frontiera) era volta a rilanciare economicamente e culturalmente il paese, ricucendo le lacerazioni prodotte dalla buia parentesi maccartista.

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Il partito “liberal”

Negli anni Sessanta il partito fu attraversato da molte tensioni, provocate soprattutto dall’intervento nel Vietnam e dallo sviluppo del movimento antisegregazionista negli stati del Sud, che provocò una spaccatura, guidata dal governatore dell’Alabama George Wallace, violentemente contrario al riconoscimento dei diritti civili alla popolazione afroamericana. Fu in questo contesto che nel partito prese piede, soprattutto nelle grandi metropoli della California e della costa orientale, una componente di sinistra cosiddetta “liberal”, di respiro internazionale, aperta anche alle tematiche più nuove e controverse (femminismo, controcultura, ambientalismo ecc); sempre più forte tra le minoranze etniche, i movimenti per i diritti civili, i sindacati, il Partito democratico andò perdendo il sostegno delle classi medie, dei credenti (soprattutto protestanti) e degli stati del Sud, che voltarono le spalle all’antica tradizione democratica per rifugiarsi nel più rassicurante “nuovo moderatismo” dei repubblicani (dal quale in seguito avrebbero tratto ispirazione Richard Nixon e Ronald Reagan.

Dagli anni Settanta il Partito democratico si caratterizzò per un’estrema disomogeneità del corpo elettorale, in cui erano presenti movimenti sociali portatori di diversi interessi e aspirazioni. Dopo la presidenza di Lyndon B. Johnson (1963-1968), iniziò negli Stati Uniti il lungo periodo di dominio repubblicano, interrotto soltanto dalla presidenza di Jimmy Carter (1977-1981). Con la presidenza Reagan e l’affermarsi della sua dottrina economica (la cosiddetta “Reaganomics”, fondata soprattutto sui tagli alle tasse e alle spese sociali e sulla deregulation, cioè la soppressione dei vincoli pubblici sull’iniziativa privata), la crisi del Partito democratico si accentuò.

Solo nel 1993 i democratici riconquistarono la Casa Bianca, con Bill Clinton, che riuscì a conquistare il voto degli strati popolari più colpiti dagli effetti della ristrutturazione economica, ottenendo un vasto consenso anche tra le classi medie. Subito dopo la conquista della Casa Bianca, il Partito democratico perse tuttavia la maggioranza al Congresso e subì in seguito l’attacco dei repubblicani, che sfruttarono spregiudicatamente le vicissitudini private del presidente, costringendolo a rinunciare a significativi cambiamenti nelle linee di politica economica interna.

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Alla ricerca di una nuova identità

Battuti nel 2000 in seguito a un confuso scrutinio (risoltosi solo con l’intervento della Corte Suprema, favorevole al candidato repubblicano George W. Bush), dopo il grave attacco terroristico dell’11 settembre 2001 i democratici spalleggiarono, non sempre di buon grado, l’offensiva contro il terrorismo internazionale lanciata dal presidente Bush, criticando blandamente l’introduzione delle severe leggi speciali del Patriot Act e le violazioni del diritto internazionale compiute in particolare a danno dei prigionieri islamici della base di Guantánamo. Tuttavia, privi di una strategia, i democratici non riuscirono a recuperare consensi e nel 2004, dopo un’aspra campagna elettorale condotta dai repubblicani sui temi del terrorismo e della sicurezza nazionale, si videro nuovamente sconfitti dal presidente in carica Bush, perdendo anche seggi al Congresso.

Favoriti dal calo di popolarità dell’amministrazione repubblicana, incapace a trovare una via d’uscita in Iraq, i democratici hanno ottenuto un clamoroso risultato nelle elezioni di mid-term del novembre 2006, riuscendo a ottenere la maggioranza in entrambe le camere del Congresso.

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