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Filosofia del linguaggio

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3.2

La lingua universale

Riallacciandosi agli studi grammaticali medievali per armonizzarli con il razionalismo di Cartesio, i filosofi della “scuola di Port-Royal”, come Antoine Arnauld e Pierre Nicole (1625-1695), elaborarono la concezione di una “grammatica generale e ragionata”, cioè di un sistema linguistico universale che sarebbe alla base di tutte le lingue particolari e che corrisponderebbe alle leggi del pensiero. Nel Settecento Gottfried Leibniz avanzò il progetto di una characteristica universalis, cioè di un linguaggio simbolico universale, nel quale i rapporti fra i simboli impiegati esprimessero direttamente le relazioni logiche fra i concetti.

Così come alla “grammatica” di Port-Royal si rifarà nel Novecento la ricerca linguistica di Noam Chomsky, al progetto di Leibniz si riallaccerà la logica simbolica contemporanea, nata nell’Ottocento per merito del matematico irlandese George Boole.

3.3

Il problema dell’origine storica del linguaggio

Nel Settecento una riflessione originale sul linguaggio è svolta dal filosofo napoletano Giambattista Vico: reagendo alle concezioni della genesi convenzionale del linguaggio, egli sottolinea come alle sue origini sia da porre la “sapienza poetica”, quale modo di espressione di sentimenti e affetti dell’umanità “fanciulla”, in cui prevaleva la fantasia sulla ragione. Le teorie di Vico, se rimasero alquanto isolate nel suo tempo, dominato dalle concezioni del razionalismo e dell’empirismo, saranno riprese nella cultura contemporanea da Benedetto Croce, che teorizzerà la riduzione della linguistica all’estetica. Indipendentemente da Vico, una ricerca dell’origine del linguaggio a partire dal “linguaggio d’azione”, originato dall’istinto e non dalla riflessione, fu svolta nell’età dell’Illuminismo dal filosofo francese Etienne de Condillac.

4

La “svolta linguistica” nella filosofia contemporanea

Con il romanticismo si affaccia una nuova concezione del linguaggio, concepito come organismo che si sviluppa storicamente. Karl Wilhelm von Humboldt lo intendeva come una produzione dello spirito, ovvero come un’attività organica, vivente e storica, per la quale ogni lingua porta alla luce la particolare “concezione del mondo” di ciascun popolo. Le riflessioni di Humboldt ebbero una vasta eco sulla linguistica ottocentesca.

Nel Novecento il problema del linguaggio ha acquisito un rilievo centrale nella filosofia, tanto che si è parlato di una “svolta linguistica” della filosofia contemporanea, secondo un’espressione di Richard Rorty.

Questa centralità del problema del linguaggio è rintracciabile nelle principali correnti della filosofia del Novecento: il neokantismo, l’ermeneutica, lo strutturalismo, la filosofia analitica. Il filosofo neokantiano Ernst Cassirer elaborò una concezione del linguaggio come “forma simbolica”; dal canto loro Martin Heidegger e il suo allievo Hans Georg Gadamer rinnovarono l’ermeneutica (o teoria dell’interpretazione), assegnandole il compito di una comprensione dell’essere e del suo venire alla parola attraverso il linguaggio; lo strutturalismo, che nasce con la linguistica di Ferdinand de Saussure e si sviluppa con l’antropologia di Claude Lévi-Strauss, studiò il linguaggio come una struttura fatta di regole anonime, dietro cui non è necessario ipotizzare il “soggetto” o la “coscienza” (a questa impostazione si rifanno in particolare Michel Foucault e Jacques Derrida); la semiotica, in particolare quella di Charles Morris, è venuta sempre più svolgendo una concezione “pragmatica” del linguaggio, volta a studiare l’origine, l’uso e l’effetto dei segni linguistici in rapporto ai comportamenti umani.

4.1

La filosofia analitica del linguaggio

La gran parte degli studi novecenteschi sul linguaggio, tuttavia, fa riferimento soprattutto alle discussioni che contraddistinguono la filosofia analitica a partire dalla pubblicazione di Senso e significato (1892) di Gottlob Frege. Nell’ambito della filosofia analitica si possono evidenziare due linee principali: una prima, legata alla riflessione di Bertrand Russell e del “primo” Wittgenstein, e proseguita dai filosofi del neopositivismo, si è orientata sul modello di un linguaggio logicamente perfetto; una seconda linea più recente, che ha preso avvio dal “secondo” Wittgenstein ed è stata sviluppata da filosofi come John Wisdom (1904-1993) e Gilbert Ryle (1900-1976), ha spostato il fuoco della ricerca sull’analisi del linguaggio ordinario.

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