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Risultati di Windows Live® Search Antropologia teatrale Complesso di studi di carattere antropologico che analizza il rapporto dell’attore con la consapevolezza rituale dei suoi gesti sulla scena. Tali studi, che prendono il via dall’analisi delle tecniche del corpo utilizzate dall’attore, hanno quindi come oggetto i comportamenti che stanno alla base di una data cultura teatrale anche in vista di una comparazione con quelli adottati da culture differenti. Un’attenzione al lavoro attoriale in chiave antropologica era già presente nelle teorie di Antonin Artaud, che contrapponevano alla parola il gesto di un attore concepito come “geroglifico animato” (Il teatro e il suo doppio, 1938) e nella riflessione pratica di registi quali Konstantin Stanislavskij con il suo “metodo delle azioni fisiche” (Il lavoro dell’attore su se stesso, 1937). Il nesso esistente fra antropologia e teatro fu evidenziato per la prima volta a metà degli anni Sessanta dal critico, teorico e regista teatrale Richard Schechner, che allargò la riflessione teatrale coinvolgendovi altre realtà di tipo performativo come il gioco, il rito e lo sport, per giungere infine alla concezione della performance (uno spettacolo inserito nella realtà sociale e politica fino all’interazione con gli spettatori) in Ritual, Play, Performance (1970). Un grande contributo alla definizione dell’antropologia teatrale è stato fornito dagli scritti di Eugenio Barba e dall'esperienza elaborata a partire dal 1964 con l'Odin Teatret e dal 1979 con l’ISTA (International School of Theatre Anthropology), il gruppo di ricerca internazionale da lui creato che riunisce specialisti di teatro, antropologi, scienziati e maestri di diverse tradizioni teatrali. Da ciò sono nate le prime riflessioni sul comportamento degli esseri umani in una situazione di rappresentazione organizzata. L’opera teorica di Barba (La canoa di carta. Trattato di antropologia teatrale, 1993) è stata influenzata dal contatto con le variegate esperienze dei teatri orientali e dal lavoro di Jerzy Grotowski (Per un teatro povero, 1970), che col Teatr Laboratorium mise in scena negli anni Sessanta spettacoli dall’impianto scenico e attoriale rivoluzionari e, col Workshop di Pontedera, approfondì tra gli anni Ottanta e Novanta lo studio e la ricerca interiore dell’interprete attraverso il perfezionamento del training e della “Action”, come testimonia l’allievo ed erede morale Thomas Richards in Al lavoro con Grotowski sulle azioni fisiche (1993).
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