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Mimesi

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Mimesi In estetica, produzione di un’immagine corrispondente a un archetipo. Storicamente, il concetto di mimesi (dal greco mímesis, “imitazione”) affonda le proprie radici nella filosofia di Platone e di Aristotele.

Per Platone la mimesi è produzione di immagini, che possono avere origine divina (è il caso dei sogni) o umana. In campo letterario, Platone, nella Repubblica, considera in gran parte mimetiche (attribuendo al termine una connotazione negativa) la tragedia, la commedia e l’epica, in quanto producono pallide imitazioni di eventi e realtà del mondo sensibile, che a loro volta non sono che copie imperfette del mondo delle idee.

Aristotele invece, nella Poetica, definisce ogni forma di poesia come mimesi, distinguendo la mimesi drammatica della tragedia e della commedia, da quella narrativa dell’epica. In particolare, la qualità letteraria della tragedia risiede nel suo potere di operare in modo simile alla natura. La rappresentazione del conflitto quotidiano degli uomini con gli dei e con il destino produce sullo spettatore un effetto di purificazione dalle passioni che normalmente condizionano la sua percezione del reale, in modo analogo a quanto avviene in seguito a un’esperienza reale traumatica o sconvolgente, quando, superate le emozioni che l’hanno accompagnata, si riesce a considerarla con maggiore distacco. Nel caso della tragedia, il piacere estetico si identifica proprio in questa liberazione dell’animo dalle passioni e dalle paure (catarsi), che permette poi di osservare con sguardo critico le contraddizioni del reale.

La categoria letteraria della mimesi ha lasciato il campo, nel XIX secolo, a quelle più complesse e sfumate di realismo e naturalismo. Nel Novecento, tra i teorici e i critici che hanno affrontato lo studio della storia letteraria europea attraverso la chiave di lettura del realismo, spicca il nome del filologo tedesco Erich Auerbach, autore del famoso saggio Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale (1956).

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