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Latifondo

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Introduzione

Latifondo Ampia proprietà fondiaria coltivata estensivamente. Il latifondo fu un fenomeno solitamente associato a una certa arretratezza sociale ed economica: i grandi proprietari terrieri infatti erano generalmente membri di una classe tanto ricca quanto assenteista, poco incline a investire in innovazioni e tecnologia e interessata invece allo sfruttamento di una manodopera servile o comunque malpagata e sottomessa.

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Il mondo antico preromano

Nell'antichità il latifondo era conosciuto e praticato e ne abbiamo esempi nell'antico Oriente e nell'area cartaginese; si ebbero latifondi adibiti a lavoro servile anche nella Grecia antica di età micenea e di età arcaica, ma la struttura democratica della polis di età classica tese a limitare il fenomeno, che tornò prepotentemente in auge nell'età ellenistica: le grandi terre donate dai sovrani ellenistici a pochi privilegiati funzionari vennero allora coltivate parimenti da schiavi e uomini liberi, accomunati dallo sfruttamento cui erano sottoposti. Ma la diffusione di latifondo senza dubbio più massiccia si ebbe nel mondo romano, tanto più importante poiché – in alcune regioni – influì per secoli sul paesaggio agrario e sulle condizioni sociali dei suoi abitanti.

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Il mondo romano

Dal II secolo a.C., quando ebbe inizio la distribuzione dell'ager publicus, fino a tutto il I secolo d.C. l'agricoltura romana ebbe al suo centro (in Italia e poi nelle province, anche se in certe zone il latifondo già si diffondeva, come dimostrano tra l'altro le volontà riformistiche di Tiberio Sempronio Gracco e del fratello Caio) il sistema della villa schiavistica, di dimensioni abbastanza contenute, secondo i precetti del De agri cultura di Catone il Censore; l'abbondante produzione di vino e olio fece la fortuna dei proprietari terrieri, che non seppero resistere alla tentazione di annettere al proprio altri terreni limitrofi, creando così veri e propri latifondi. Il fenomeno si accrebbe soprattutto a partire dal II secolo d.C., ma doveva presentare un preoccupante rilievo già nella seconda metà del secolo precedente se Plinio il Vecchio sosteneva che 'i latifondi avevano rovinato l'Italia'.

Le maggiori dimensioni rispetto a quelle dell'efficiente villa schiavistica imponevano l'aumento della manodopera, cosa assai difficile in una fase calante del mercato degli schiavi, sempre meno numerosi e più costosi a causa dell'assenza di guerre di conquista. Fu dunque necessario da un lato incrementare la pastorizia e privilegiare alcune forme di coltura estensiva poco redditizie, dall'altro affidare il lavoro agricolo a famiglie di affittuari liberi (coloni), vincolati da un contratto analogo a quello della moderna mezzadria; ciò provocò non poco danno all'economia di scambio, poiché la produzione fondiaria non serviva più ad alimentare i mercati, ma alla sopravvivenza dei coloni e al pagamento di una rendita al proprietario terriero.

Con la tarda età imperiale (III-V secolo d.C.) i latifondisti accrebbero il loro potere, arrivando a gestire le loro proprietà – in certe fasi di anarchia politica – in assoluto disprezzo del controllo statale, anticipando quasi alcuni aspetti della società feudale; contemporaneamente i coloni, sempre più sfruttati e impoveriti, assumevano le caratteristiche dei servi della gleba d'epoca medievale.

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Successivi sviluppi in Italia

Il feudalesimo, fenomeno che contrassegnò il mondo medievale soprattutto fino ai secoli XII-XIII, non poté che accrescere le strutture latifondistiche in Italia: spettò sovente ai grandi feudatari-latifondisti un ruolo di supplenza delle latitanti istituzioni politiche, prima fra tutte il Sacro romano impero. Con l'età dei Comuni, soprattutto al Nord, furono promulgate disposizioni legislative antifeudali che ebbero esito positivo, favorite anche dalle condizioni di un territorio che, perlopiù pianeggiante e facilmente irrigabile, si prestava al frazionamento. Al Centro-Sud, invece, complesse ragioni politico-sociali, ma anche la presenza di terreni poco produttivi perché eccessivamente aridi, o viceversa paludosi, imposero una plurisecolare persistenza del latifondo.

Anche dopo l'unità d'Italia (1861), nonostante la denuncia della 'questione meridionale' da parte di studiosi liberali come Pasquale Villari, Sidney Sonnino e Giustino Fortunato, l'alleanza tra la nuova classe dirigente piemontese e i grandi proprietari terrieri meridionali protesse i latifondi; anzi, la pesante politica fiscale del nuovo stato unitario 'accrebbe di giorno in giorno le grandi proprietà a danno delle piccole' (G. Fortunato). Nel Novecento, qualche successo nella lotta al latifondo ottenne il regime fascista, con la bonifica delle paludi pontine (nel Lazio) e la costituzione di numerosi poderi (1931-1934), anche se i risultati furono inferiori rispetto alla 'bonifica integrale' del suolo italiano che era stata propagandata. Esiti più consistenti conseguirono alle leggi agrarie, promosse nel 1951 dalla giovane Repubblica italiana, che portarono alla redistribuzione di ben 736.000 ettari di terreno, riducendo di molto l'incidenza del latifondo nella moderna economia agraria.

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