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Archeologia industriale

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Ponte di ferro sull’AddaPonte di ferro sull’Adda
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Introduzione

Archeologia industriale Disciplina che studia le testimonianze e i reperti collegati al processo di industrializzazione (macchine, opifici, tecnologie e infrastrutture) e si occupa di indagare gli effetti impressi dalla civiltà delle macchine nella vita quotidiana, nella cultura e nella società.

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Origini

L’interesse per l’archeologia industriale si sviluppò in Inghilterra negli anni Cinquanta del Novecento, dall’esigenza di tutelare le testimonianze di un passato che rischiava di andare perso, sia per la rapida conversione dei sistemi produttivi sia perché costituito principalmente da materiale deperibile. Gli edifici industriali, concepiti infatti per un utilizzo temporaneo e specifico, avevano una durata conforme alla loro funzione e finivano con l’essere trascurati e abbandonati più facilmente degli edifici civili tradizionali.

L’interesse per queste costruzioni è nato non solo per comprendere e per mettere in evidenza l’evoluzione e le trasformazioni dell’architettura della fabbrica e del luogo di lavoro, ma anche per approfondire la conoscenza della cultura tecnica e del settore delle infrastrutture: strade ferrate, ponti, aeroporti, canali e stazioni ferroviarie.

Oltre allo studio e alla conservazione del patrimonio industriale, la disciplina si è impegnata anche nel ripristino di edifici industriali, macchinari, ambienti, territori e sedi storiche del processo di industrializzazione: è infatti degli anni Sessanta il primo progetto di parco-museo di archeologia industriale a Coalbrookdale, località inglese considerata il luogo di nascita della rivoluzione industriale. In questo centro, che si trova nei dintorni di Birmingham, Abraham Darby usò per la prima volta, nel 1709, il coke per produrre ghisa (vedi Ferro) e nel 1779 Abraham Darby III costruì il primo ponte completamente in ghisa (il ponte Ironbridge sul fiume Severn).

Musei simili sono sorti in Europa a partire dagli anni Settanta, dopo la fondazione negli Stati Uniti della Society of Industrial Archaeology, che ha dato un notevole impulso alla disciplina, stimolando molti paesi ad attuare il censimento e la schedatura del proprio patrimonio industriale.

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Testimonianze di archeologia industriale

La salvaguardia e il recupero di questi luoghi ha come finalità il loro riutilizzo: spesso i grandi edifici industriali accolgono attività terziarie, commerciali, turistiche, residenziali e culturali; ne sono esempi celebri il Musée d’Orsay a Parigi e la Tate Modern (vedi Tate Gallery) nella vecchia centrale elettrica di Londra. In Italia sono stati recuperati e riadattati a nuove attività gli stabilimenti FIAT del Lingotto di Torino, i padiglioni delle officine milanesi dell’Ansaldo a Milano e l’insediamento protoindustriale per la produzione della seta voluto da Ferdinando I di Borbone a San Leucio, presso Caserta. La grande industria può realizzare e poi abbandonare i propri insediamenti nel giro di poco tempo, come testimoniano le grandi aree dismesse situate all’interno delle città: Bovisa, Portello, Bicocca a Milano; Arsenale a Venezia; Bagnoli a Napoli; Novoli a Genova.

Testimonianze di archeologia industriale in Italia sono anche i villaggi operai di Nuova Schio (1875) e di Crespi d’Adda (1878). Quest’ultimo, fondato sul modello delle cittadine industriali inglesi (company towns), è entrato a far parte nel 1995 del Patrimonio mondiale dell’UNESCO, che si occupa di proteggere i monumenti e i siti di interesse culturale e naturale considerati patrimonio dell’umanità.

A questi si aggiungono il complesso dei Mulini Stucky (1895) a Venezia, gli stabilimenti del Mattatoio a Roma, le centrali idroelettriche dell’Adda e il maggiore monumento italiano dell’architettura in ferro dell’Ottocento, il ponte di Paderno d’Adda, costruito sul modello dell’Ironbridge.

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