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Chanson de Roland

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Morte di Rolando a RoncisvalleMorte di Rolando a Roncisvalle
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Introduzione

Chanson de Roland La più antica chanson de geste francese rimastaci, scritta in lingua d’oïl alla fine dell’XI secolo (termine ante quem per la sua datazione è il 1095); in Italia è nota anche come Canzone di Orlando.

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La morte di un eroe

Lo spunto per la narrazione è ricavato da un reale avvenimento storico, citato anche nella Vita Karoli (Vita di Carlo) di Eginardo: tornando da una breve spedizione in Spagna effettuata da Carlo Magno nel 778, la retroguardia dell’esercito franco venne annientata nel passaggio dei Pirenei, a Roncisvalle. L’autore, però, inserisce personaggi ed episodi di invenzione e modifica in parte i fatti realmente accaduti, attribuendo a un episodio minore di una lunga guerra un’importanza che nella realtà non ebbe.

Il racconto si suddivide in tre parti. Nella prima parte viene narrato come, dopo sette anni di guerra, Carlo decida di tornare in Francia, stipulando una pace con Marsilio, re di Saragozza, l’unica città della Spagna a non essersi sottomessa al re franco; un cavaliere della corte dell’imperatore, Gano, inviato come messaggero a Marsilio, si appresta a tradire il suo signore. Nella parte centrale della chanson i saraceni, seguendo le indicazioni di Gano, attaccano e annientano a Roncisvalle la retroguardia dell’esercito franco guidata da Rolando: quest’ultimo viene ferito mortalmente e, in fin di vita, suona il corno Olifante per richiamare re Carlo. L’ultima parte è dedicata alla vendetta di Carlo sugli arabi e alla punizione del traditore Gano, che verrà squartato dal tiro di quattro cavalli.

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L’eco del Medioevo

Benché la materia di cui tratta sia un avvenimento risalente a qualche secolo prima, l’autore della Chanson de Roland proietta sui personaggi e sulle vicende narrate la mentalità del suo tempo, attribuendo a Carlo Magno e ai suoi paladini usanze e mentalità proprie dell’epoca feudale dell’XI secolo e soprattutto facendone i paladini della cristianità, in un’epoca in cui la lotta contro gli infedeli era di grande attualità: durante tutto l’XI secolo gli stati cristiani furono infatti impegnati in una strenua lotta contro gli arabi che occupavano la Spagna, la Sicilia e la Sardegna, oltre all’Africa del Nord, in una serie di guerre e battaglie che avrebbero portato alla prima crociata (1095).

La necessità di risvegliare negli ascoltatori lo spirito delle crociate spiega anche le modifiche ai fatti storici, in primo luogo l’attribuzione dell’attacco contro i cristiani ai saraceni (nella realtà, ad attaccare i franchi a Roncisvalle furono banditi baschi), e l’intervento di forze soprannaturali a fianco dei cristiani (al momento della morte Rolando è portato in cielo dagli arcangeli Michele e Gabriele e dai cherubini; nel duello finale contro Baligant, il capo dei saraceni, Carlo Magno è assistito dall’arcangelo Gabriele).

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Struttura, attribuzione e diffusione

L’organizzazione formale del poema è complessa e denota l’intento propriamente letterario dell’autore: l’opera si compone di 4002 versi, raggruppati in 291 lasse assonanzate; la sintassi è paratattica; frequenti sono le ripetizioni, l’uso di formule fisse e gli appelli agli ascoltatori, che rivelano il legame e il debito nei confronti della tradizione orale.

L’attribuzione del poema è incerta: alcuni studiosi ritengono che sia opera di un unico autore, riconosciuto in quel Turoldo citato nell’ultimo verso del poema (“qui ha fine la gesta scritta da Turoldo”); più diffusa è invece la teoria che si tratti di un’opera composita, in cui si sono fuse diverse narrazioni orali che avevano tutte come tema la sconfitta di Roncisvalle e la morte di Orlando.

La diffusione della Chanson de Roland è dimostrata dai numerosi manoscritti che l’hanno tramandata (il principale, nonché il più antico giunto fino a noi, data al 1170 ed è conservato a Oxford) e dalle traduzioni in gallese, alto tedesco, nederlandese. In Italia, il poema fu introdotto grazie a diverse traduzioni in lingua franco-veneta, e ispirò l’opera di numerosi poeti dei secoli a seguire, tra cui Matteo Maria Boiardo e Ludovico Ariosto.

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