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Risultati di Windows Live® Search Movimento dei consigli di fabbrica Movimento di rivendicazioni operaie nato a Torino tra l’agosto e il settembre del 1919, che diede luogo alla formazione di organismi di lavoratori nelle fabbriche. La nascita dei consigli di fabbrica coincise con il vasto movimento di lotte sindacali e politiche che si sviluppò in Italia alla fine della prima guerra mondiale, noto come “biennio rosso”. Agli imponenti scioperi nelle campagne e nelle fabbriche, gli operai della FIAT di Torino risposero nell’agosto del 1919 con la creazione del primo consiglio di fabbrica, sorto sulle ceneri delle commissioni interne, prime forme di rappresentanza operaia sorte all’inizio del XX secolo. Costituiti da un commissario per ogni reparto della fabbrica, eletti direttamente dagli operai e indipendentemente dall’appartenenza ai sindacati, i consigli si estesero presto alle altre fabbriche torinesi, soprattutto nel settore metallurgico. I consigli di fabbrica si ispiravano all’esperienza dei soviet russi, ossia agli organi della Rivoluzione bolscevica del 1917, e furono orientati, almeno in parte, dal gruppo di socialisti torinesi raccolti da Antonio Gramsci intorno alla rivista “Ordine Nuovo”. Gli ordinovisti individuavano nel movimento dei consigli l’espressione dell’autogoverno operaio delle fabbriche e l’embrione della società futura, di carattere socialistico; dalla conquista del potere all’interno delle fabbriche sull’intero territorio nazionale, si sarebbe passati all’alleanza con le masse contadine e da lì alla formazione del nuovo Stato proletario. La protesta si radicalizzò nell’estate del 1920, quando a Milano gli operai, organizzati nella FIOM (Federazione italiana operai metallurgici), giunsero a occupare 160 stabilimenti e a nominare i consigli di fabbrica. Da lì l’occupazione delle fabbriche si estese nuovamente a Torino e alle altre città del Nord Italia, andando oltre il settore metallurgico. Isolato dal resto della società e diviso tra una linea rivoluzionaria e una linea sindacale disposta alle trattative con gli industriali, il movimento ben presto si avviò in una fase di declino. Fu così che il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, il quale aveva seguito la strada del non intervento del governo, opponendosi alle richieste di un’energica azione repressiva da parte degli industriali, poté stipulare una serie di accordi tra sindacati e imprenditori che portarono al ripristino delle condizioni di legalità.
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