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Psicolinguistica Campo di ricerca interdisciplinare tra la psicologia e la linguistica. L’indagine psicologica sul linguaggio procede principalmente secondo i metodi della psicologia sperimentale e ha il fine di comprendere i processi psicologici alla base dell’acquisizione, dell’elaborazione e dell’uso comune della lingua. A partire dagli anni Cinquanta del Novecento numerose ricerche sul linguaggio si ispirarono al comportamentismo, derivandone un approccio spiccatamente scientifico che si attiene all’analisi dei soli dati osservabili e verificabili sperimentalmente.
Il punto di vista comportamentista venne espresso nell’opera Language (1933) di Leonard Bloomfield, dove è definito “distribuzionalismo”. Il distribuzionalismo si prefigge di descrivere il linguaggio a livello formale, in una concezione in cui l’espressione linguistica è vista come una reazione sostitutiva di una più basilare reazione di soddisfazione di un bisogno. L’esempio che Bloomfield propone per spiegare questo concetto è quello di una ragazza che vede una mela su un albero; ciò le provoca un desiderio della mela stessa ma, invece di prenderla direttamente, la ragazza chiede a un amico di farlo. L’analisi distribuzionale, prescindendo dal significato, scompone il linguaggio in elementi costituenti fino a raggiungere quelli non ulteriormente scomponibili (frase, sintagma, parola, morfema, fonema). Secondo questa prospettiva, l’apprendimento e l’elaborazione del linguaggio deriverebbero dallo sviluppo di legami associativi tra semplici elementi linguistici. Ad esempio, i suoni che compongono una parola si associano all’oggetto cui si riferiscono. Tali associazioni si producono – secondo i principi generali della teoria comportamentista, enunciati soprattutto da Ivan Petrovič Pavlov, John Broadus Watson e Burrhus Frederic Skinner – in rapporto ai meccanismi di condizionamento basati sul rinforzo positivo di una risposta (mediante incoraggiamento, ricompensa ecc.) a uno stimolo. Il rinforzo positivo determinerebbe l’apprendimento dell’associazione e la sua generalizzazione.
Alla fine degli anni Cinquanta questo tipo di approccio interpretativo venne sottoposto a severe critiche, che ne sottolineavano gli aspetti troppo riduttivi. In modo particolare, la teoria di Noam Chomsky della “grammatica generativa trasformazionale” dimostrò l’insufficienza delle teorie comportamentiste dell’apprendimento linguistico. Il linguaggio, secondo Chomsky, non si acquisisce e non si sviluppa soltanto in rapporto all’esperienza, ma soprattutto a partire da processi di generazione di regole linguistiche. Egli ipotizza una struttura generale sottostante, da cui derivano le varie produzioni linguistiche. Questa struttura non è da ricercarsi nelle proprietà inerenti al codice linguistico, ma in un sistema di regole contenuto nella mente umana: un sistema che regola l’esperienza effettiva del linguaggio come produzione e come comprensione. Chomsky distingue tra competence (la conoscenza che il parlante-ascoltatore ha della sua lingua) e performance (l’uso effettivo della lingua in situazioni concrete). Il sistema di regole sottostante al linguaggio è definito “grammatica generativo-trasformazionale” e contiene i criteri necessari a generare tutte le possibili frasi grammaticalmente corrette di una lingua ed è indipendente dal significato. Chomsky, nell’affrontare il problema del significato, attribuisce l’interpretazione semantica in parte a una struttura profonda considerata innata, in parte alle regole specifiche della struttura della lingua. Sotto l’influenza del pensiero di Chomsky la psicolinguistica si inscrive in una prospettiva cognitiva: tendente, quindi, a mettere in evidenza i processi mentali e a ricercare l’ordine dei significati non negli aspetti formali del messaggio, ma nelle produzioni concrete del parlante e dell’ascoltatore.
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