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Paesi in via di sviluppo

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Paesi in via di sviluppo Espressione che designa i paesi al di sotto di un determinato reddito pro capite. L’espressione presenta non poche ambiguità; infatti, con essa vengono accomunati paesi che hanno caratteristiche sociali ed economiche molto diverse tra loro, da quelli la cui economia è basata ancora prevalentemente sull’agricoltura a quelli che invece hanno vissuto un significativo sviluppo industriale.

L’espressione developing countries venne utilizzata a partire dal secondo dopoguerra e rispecchiava la classificazione adottata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) quando, nel 1949, il livello del sottosviluppo fu fissato al di sotto di un reddito annuo di 200 dollari pro capite. Si trovavano allora in queste condizioni settanta paesi (cinque in Africa, diciotto in Asia, sedici nell’America latina e due in Europa, Grecia e Iugoslavia), che comprendevano il 70% della popolazione mondiale.

Nel corso dei decenni, i dati economici e demografici mondiali si sono ampiamente modificati, facendo crescere il numero dei paesi in via di sviluppo e portando la percentuale di persone che vivono in condizioni di arretratezza cronica a superare l’80% della popolazione mondiale. La definizione di developing countries adottata allora si è rivelata un eufemismo: solo un ristretto gruppo tra essi è effettivamente riuscito a conseguire risultati di rilievo, come l’India, la Cina, la Corea del Sud, oltre alla Grecia e alla Iugoslavia (in cui tuttavia, dopo i conflitti civili degli anni Novanta e la separazione delle entità nazionali che la costituivano, la situazione è tornata a essere critica).

Inoltre, nella maggior parte dei casi il divario con i paesi sviluppati si è ulteriormente allargato e la definizione di “paesi in via di sviluppo” ha perso la valenza socio-economica per acquisirne una politica, sostanzialmente affine a quella di Terzo Mondo.

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