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Scavo (archeologia)

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Scavi archeologici in EgittoScavi archeologici in Egitto
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Introduzione

Scavo (archeologia) Tecnica fondamentale della ricerca archeologica, che consente di riportare alla luce testimonianze preistoriche e di antiche civiltà. Lo scavo può essere di due tipi: topografico, quando mira a esplorare complessi abitativi, città, quartieri, palazzi, così come erano nell’ultima fase della loro storia; oppure stratigrafico, quando tende a ricostruire la successione cronologica delle testimonianze delle diverse culture in un determinato luogo.

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L’individuazione del sito archeologico

L’esplorazione archeologica è scandita in tre fasi principali: l’individuazione del giacimento archeologico, lo scavo, la conservazione e pubblicazione del materiale rinvenuto. L’individuazione del giacimento può avvenire fortuitamente, in seguito a lavori edilizi oppure per cause naturali (smottamenti, dilavamento delle acque ecc.). Ma generalmente gli archeologi avviano esplorazioni mirate in base a deduzioni e supposizioni storiche, e utilizzano metodi di ricerca moderni che si avvalgono delle nuove tecnologie: la fotografia aerea, che permette di rilevare la pianta di insediamenti o singoli edifici, la situazione di un territorio o gli antichi tracciati stradali senza dover ricorrere allo scavo; i rilevamenti elettrici, che registrano i cambiamenti nella resistività del terreno in presenza di strutture sotterranee; il metodo geochimico, con il quale viene analizzata la composizione chimica del suolo e viene individuata la presenza di fosfati derivanti dalla decomposizione di sostanze organiche.

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Metodi e tecniche di scavo

Una volta individuato il giacimento ha inizio lo scavo vero e proprio, che deve essere condotto con la massima attenzione, in quanto comporta un’azione distruttiva e irreversibile. Il tipo di scavo che si è rivelato più appropriato nella maggior parte dei casi è quello stratigrafico: esso si basa sulla premessa che ogni strato di terreno, a profondità diverse, corrisponde a un’epoca o a una fase differente. I reperti rinvenuti durante lo scavo (ad esempio strumenti litici, monete, ceramiche e i cosiddetti fossili guida), studiati e datati, permettono di assegnare una data allo strato cui appartenevano; la posizione relativa degli strati indica infine la sequenza cronologica del sito che si sta indagando.

Spesso il lavoro d’indagine è interdisciplinare: ogni singolo frammento rinvenuto può fornire informazioni non solo all’archeologo, ma anche a studiosi di altri campi, e servire per la ricostruzione della fauna, della vegetazione, del clima del luogo, e magari anche degli usi alimentari dei nostri progenitori e delle principali patologie di cui erano affetti. Ogni fase degli scavi deve essere documentata con la massima precisione, mediante fotografie, disegni delle sezioni stratigrafiche, planimetrie: viene inoltre redatto un “giornale di scavo”, nel quale si annotano tutte le osservazioni degli archeologi e le misurazioni compiute durante i lavori.

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Cenni storici

I primi scavi furono realizzati nel Rinascimento e riguardarono soprattutto la città di Roma e i suoi dintorni, ricchi di monumenti e di reperti dell’antichità classica. Gli scavi erano promossi da collezionisti, antiquari e conoscitori d’arte, interessati a raccogliere, riciclare e vendere i reperti, soprattutto sculture; si svolgevano spesso clandestinamente e in modo maldestro, fatto che comportò notevoli perdite.

Nel Settecento si incominciò a compiere scavi più sistematici, che miravano principalmente alla conoscenza delle antichità e alla loro conservazione. Risalgono a quest’epoca le prime rilevazioni in pianta e in alzato e le prime ricostruzioni grafiche delle architetture rinvenute. La scoperta di Ercolano (1738) e Pompei (1748) diede nuovo impulso alle ricerche archeologiche: i dati raccolti produssero i primi studi scientifici sull’antichità, tra cui grande importanza ebbero quelli del Winckelmann.

Dalla seconda metà del XIX secolo furono messe a punto tecniche di scavo più rigorose. Il paletnologo Luigi Pigorini condusse importanti scavi protostorici con metodo moderno. A Pompei, l’archeologo Giuseppe Fiorelli pose fine agli scavi mal condotti, che portavano a spogliare le rovine di tutti i beni asportabili, e iniziò un’esplorazione finalizzata a salvaguardare e documentare ogni singolo reperto. Le missioni archeologiche si fecero più frequenti, organizzate sulla base di criteri scientifici e conservativi: tra i maggiori scavi ottocenteschi si ricordano quelli tedeschi ad Atene (cimitero del Dipylon, 1863), a Samotracia (1863), a Olimpia (1875-80), e quelli di Schliemann a Troia (dal 1871) e a Micene (1874).

Nella prima metà del Novecento i metodi di scavo conobbero ulteriori progressi. Gli scavi del Foro romano diretti da Giangiacomo Boni divennero un modello del metodo esplorativo; Boni fu inoltre il primo archeologo ad applicare lo scavo stratigrafico all’ambiente greco-romano. Anche gli scavi di Paolo Orsi in Sicilia e in Calabria ebbero una notevole rilevanza sul piano metodologico, oltre che per i risultati conseguiti. Nel 1937 la Conferenza internazionale del Cairo stabilì, in un documento approvato dalla Società delle Nazioni, i principi fondamentali dell’esplorazione archeologica.

L’ulteriore affinamento del metodo stratigrafico avvenne soprattutto ad opera della scuola archeologica inglese: basato su principi e criteri fissati, venne adottato sistematicamente negli scavi in Inghilterra e in Estremo Oriente, soprattutto grazie a Mortimer Wheeler e Kathleen Kenyon. Nel bacino mediterraneo, di grande importanza furono gli scavi di Cartagine, condotti da un’équipe internazionale. In Italia, il metodo fu applicato negli anni Ottanta nei cantieri-scuola della villa romana di Settefinestre (Grosseto) e della Crypta Balbi a Roma, rispettivamente sotto la direzione di Andrea Carandini e di Daniele Manacorda.

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