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Vedutismo Genere pittorico fiorito nella seconda metà del Seicento in Olanda e presto diffuso in Italia, dove conobbe particolare sviluppo nel XVIII secolo. Il termine “veduta” designa una raffigurazione di città di carattere realistico, disegnata, incisa o dipinta secondo le regole della prospettiva.
Le origini del vedutismo risalgono alla pittura di paesaggio affermatasi nel Cinquecento nell’arte fiamminga, e praticata da alcuni artisti nordici che operavano a Roma. I disegni di Maarten van Heemskerck e le pitture di Paul Bril delle rovine romane, per il loro timbro descrittivo e documentario precorrono già gli esiti del vedutismo settecentesco. Altri esempi precoci furono le vedute topografiche della Roma di Sisto V, dipinte a fresco nel Salone della Biblioteca Vaticana. Ancora nella prima metà del XVII secolo fu la città dei papi il principale centro del vedutismo: le testimonianze architettoniche e scultoree del mondo antico, concentrate a Roma e nei dintorni, costituirono un polo d'attrazione irresistibile per artisti italiani e stranieri. A causa della pressante richiesta dei collezionisti, la produzione grafica e pittorica delle vedute italiane crebbe considerevolmente, fino a ricoprire un ruolo di primo piano nel mercato d'arte internazionale. Viviano Codazzi (Bergamo 1603 – Roma 1670) applicò il tipo di rappresentazione prospettica e illusionista del quadraturismo alla pittura di vedute dette “ideali”, nelle quali cioè architetture romane esistenti erano accostate a edifici di fantasia (Fantasia romana, Firenze, Gallerie). L'inventore della veduta moderna fu però Gaspard van Wittel, pittore olandese attivo a Roma dal 1674, che abbandonò la pratica allora più di moda della pittura di rovine e l'interesse per il pittoresco, per rappresentare, invece, gli aspetti moderni e reali della città; assai significative sono le serie di incisioni e dipinti raffiguranti Piazza del Popolo, Piazza San Pietro, Piazza San Giovanni in Laterano e altri luoghi romani. A Roma la veduta prospettica proseguì soprattutto nell'opera di Hendrik Frans van Lint, contraddistinta da un descrittivismo diligente, e nell'opera giovanile di Giovanni Paolo Pannini, che divenne il maggiore esponente del vedutismo romano grazie ai suoi “capricci architettonici”. Pannini dipingeva imponenti scenografie urbane con architetture reali e inventate, nelle quali ambientava talvolta delle animate storie bibliche.
I veneziani Luca Carlevarijs, Canaletto, Bernardo Bellotto e Francesco Guardi furono i protagonisti della nuova, brillante stagione del vedutismo settecentesco. Il genere incontrò il favore dei grandi collezionisti del tempo, dal console inglese Joseph Smith ai sovrani d'Austria, Sassonia e Polonia. Canaletto e Bellotto abbandonarono completamente la veduta fantastica, ed evitarono le contaminazioni con altri generi pittorici: si dedicarono esclusivamente alle vedute di città e paesi “dal vero”, dettate da assoluta fedeltà al dato visivo, e con spirito cronachistico crearono composizioni ariose, realizzate con pennellate libere che creano straordinari effetti luministici e cromatici, rinnovando così la tradizione del colorismo veneto.
Le origini del vedutismo napoletano vanno ricercate anch’esse nell'opera di Gaspard van Wittel, già al servizio del viceré spagnolo, e in quella del modenese Antonio Joli (Modena 1700 ca. - Napoli 1777), di cui si ricordano le Vedute di Paestum (1759). Le scoperte archeologiche di Pompei, Ercolano e Paestum furono infatti determinanti nello sviluppo della pittura di veduta a Napoli nel Settecento. I resti architettonici tornati alla luce stimolarono una vasta produzione di dipinti, incisioni e disegni in cui testimonianze dell’antichità classica si trovano accostate a immagini realistiche della città partenopea e della campagna circostante. Tra i pittori di vedute più significativi attivi a Napoli nel Settecento ricordiamo Gabriele Ricciarelli, Pietro Fabri, Carlo Bonavia e il tedesco Jakob-Philipp Hackert (Prenzlau 1737 - San Piero di Careggi, Firenze 1807).
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