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Cappella degli Scrovegni, Padova

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Cappella degli Scrovegni, PadovaCappella degli Scrovegni, Padova
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Introduzione

Cappella degli Scrovegni, Padova Antica cappella di Padova, decorata con un ciclo pittorico eseguito da Giotto, di eccezionale rilievo nella storia della pittura italiana.

Eretta nel 1303 su incarico del banchiere Enrico Scrovegni come oratorio privato e insieme cappella sepolcrale annessa alla residenza urbana, è dedicata alla Madonna della Carità e all’Annunciata. Nelle intenzioni del committente, la costruzione del monumento sacro doveva rappresentare anche un atto di espiazione per i peccati commessi, in particolare per quello d’usura, di cui lo Scrovegni si era macchiato tanto quanto il padre Reginaldo; non sfuggì tuttavia ai contemporanei, e specialmente ai vicini padri eremitani, come l’impresa rispondesse innanzitutto a un desiderio, tutto terreno, di gloria e autocelebrazione.

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Gli affreschi di Giotto

Per la decorazione pittorica della cappella fu chiamato Giotto, presente in quegli anni a Padova per eseguire un ciclo di affreschi nella Basilica di Sant’Antonio, oggi perduto. Gli affreschi della Cappella degli Scrovegni, realizzati fra il 25 marzo 1303 e il 25 marzo 1305, rivestono interamente il vano architettonico, secondo un ricco programma iconografico basato sulla Legenda Aurea di Jacopo da Varazze e sugli Apocrifi del Nuovo Testamento: tre pareti sono dedicate alle Storie di Gioacchino e Anna, di Maria, di Gesù, riassunte in 38 scene organizzate in tre fasce orizzontali; la controfacciata reca il grandioso Giudizio Universale, mentre l’alto zoccolo di base, illusionisticamente dipinto, alterna riquadri finto-marmorei a monocromi con personificazioni dei Vizi e delle Virtù; sul blu della volta a botte spiccano infine i medaglioni con Cristo, la Madonna e otto Profeti.

Gli affreschi palesano un affinamento delle novità espressive, linguistiche e compositive elaborate da Giotto nel grande ciclo della Basilica di San Francesco ad Assisi. Proseguendo nella ricerca di un naturalismo vivido, accompagnato da forme narrative classicamente intonate, il maestro toscano consegna ai posteri brani di eccezionale e toccante verità, come il Compianto su Cristo morto e il Noli me tangere. Da un punto di vista tecnico, Giotto mostra di avere ulteriormente meditato sulla resa del volume e della prospettiva, e sulle possibilità espressive della composizione. Contribuiscono ad accrescere il fascino del ciclo la qualità della gamma cromatica, luminosa e ricca di effetti cangianti, e il delicato pittoricismo, conseguito attraverso una stesura delicata dei pigmenti.

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La zona presbiteriale

Completano l’apparato decorativo della cappella le statue di Giovanni Pisano sull’altare maggiore, raffiguranti la Madonna col Bambino e due Angeli reggicandelabro, e gli affreschi dell’abside e della zona presbiteriale, aggiunta circa vent’anni dopo la fine dei lavori e dipinta da autori vari. Di minore interesse artistico sono la tomba di Enrico Scrovegni e la statua che lo rappresenta in preghiera (collocata in sagrestia), opere attribuite al cosiddetto Maestro delle tombe Scrovegni e Salomone.

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Il restauro

Radicali interventi di restauro della cappella furono eseguiti alla fine dell’Ottocento e negli anni Sessanta del Novecento, ma non bastarono a scongiurare il pericolo di degrado dei delicati affreschi, causato principalmente dall’inquinamento (oltre che dai maldestri interventi precedenti sulla pellicola pittorica). Un nuovo, importante intervento, gestito dall’Istituto centrale per il restauro, iniziò alla fine di maggio 2001, prendendo le mosse da un’approfondita analisi dell’ambiente (struttura architettonica e condizioni termo-igrometriche), affiancata dallo studio dei materiali e dei procedimenti utilizzati da Giotto e dalla ricostruzione della storia conservativa del complesso.

Oltre a rivelare particolari degli affreschi finora invisibili (come le efficaci lacrime delle madri nella Strage degli innocenti), il restauro (terminato nel 2002) consentì una più precisa conoscenza della tecnica artistica messa a punto da Giotto: si è scoperto, ad esempio, che il Maestro rifinì molti dettagli “a secco” (con tempere talvolta mischiate con oli, laddove intendeva rendere effetti di trasparenza), inserì nelle aureole dei personaggi sacri placchette di metallo e specchietti per riflettere la luce naturale, utilizzò l’antica tecnica dello “stucco romano” nello zoccolo dei Vizi e delle Virtù.

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