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Entrato nel Partito nazionalsocialista e divenutone leader nel 1923, Hitler tentò, con il putsch di Monaco, di impadronirsi del potere in Baviera, per conquistare il governo dell’intera Germania. Fallito il colpo di mano, venne condannato a cinque anni di carcere ma scontò solo otto mesi, durante i quali mise a punto, nel suo Mein Kampf (“La mia battaglia”), l’ideologia nazista, basata su una pretesa superiorità della “razza ariana” e sullo sviluppo di una “comunità nazionale” senza barriere di classe. Ricostituito il partito nel 1925, Hitler lo guidò, nel clima di paura e incertezza causato dalle rivoluzioni comuniste e dalla Grande Depressione del 1929, a un primo successo elettorale nel 1930. Nominato cancelliere nel 1933, si sbarazzò in poco tempo dei suoi avversari interni ed esterni e avviò un massiccio programma di riarmo e di lavori pubblici, ponendo le basi per le successive aggressioni militari ai paesi dell’Est, per conquistare al popolo tedesco lo “spazio vitale”. Dopo aver provocato lo scoppio della seconda guerra mondiale con l’attacco alla Polonia nel settembre 1939, nel 1941 avviò lo sterminio degli ebrei, la cosiddetta “soluzione finale”. Sopravvissuto, nel luglio 1944, a un attentato compiuto da ufficiali dell’esercito tedesco, si diede la morte, nell’aprile 1945, per non cadere in mano agli eserciti alleati giunti a Berlino. In questo documento, Hitler arringa la folla: "Per la potenza del nostro Reich, per la sua grandezza, per la sua onorabilità, ora e per sempre Germania, Sieg Heil!".
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