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Narra la leggenda che sul finire del X secolo il monaco benedettino Emerico, il cui eremo era stato distrutto durante un’incursione dei saraceni, ottenne dal suo superiore e dal principe di Salerno il permesso di insediarsi nella valle, in prossimità del torrente Selano. Il suo esempio fu seguito, meno di cinquant’anni dopo, da un altro monaco, Liuzio, che si stabilì con altri confratelli nella Grotta Arsicia, detta Cava, che dà il nome al paese poco distante. Ma fu solo nel 1011 che Sant’Alferio iniziò a costruire la chiesa presso l’attuale abbazia, che nel corso dei secoli si trasformò in un importante centro di potere politico, economico e, come per la maggior parte dei monasteri benedettini, anche di cultura (nella biblioteca del monastero sono conservati manoscritti e incunaboli di inestimabile valore, e nell’archivio oltre 15.000 pergamene). Le meraviglie e i tesori di questo importante complesso sono descritti dalla Guida Rossa Campania del Touring Club Italiano.
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La celebre Abbazia della Trinità di Cava sorge in romantica posizione sul ciglio del profondo torrente Selano, sotto una rupe a ridosso delle mura di Corpo di Cava, in una severa cerchia di monti. È importante storicamente e presenta interesse per i notevoli, suggestivi resti medioevali. Fu fondata nel 1011 da Sant’Alferio Pappacarbone, nobile salernitano e benedettino cluniacense, che ne fu il primo abate e morì nel 1050 all'età di 120 anni. Salì in grande potenza sotto il terzo abate, San Pietro Pappacarbone, nipote di Sant’Alferio, con la costituzione della Congregazione Cavense; giunse ad avere giurisdizione sopra circa 500 fra abbazie, priorati e chiese dipendenti, da Roma a Palermo, e possedeva navi per il commercio con l'Oriente. Nell'Abbazia furono ospiti il Tasso, Gaetano Filangieri e Pietro Giannone.
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La chiesa, ampliata verso la fine del secolo XI e consacrata il 5 settembre 1092 da papa Urbano II, per le rovine causate dal tempo e dalla caduta di massi dalla roccia incombente fu rifatta dal 1757 ca. Ha una bella facciata sobriamente barocca, in pietra vulcanica, su disegno di Giovanni Del Gaizo (1772); il campanile, a destra, è recente. Precede la chiesa un atrio decorato di pitture moderne.
L'interno è a croce latina a tre navate divise da pilastri con cupola; gli affreschi che ornano la volta, la cupola e il coro sono di Vincenzo Morani (1857). All'inizio della navata sin. è una porta intagliata del Cinquecento; presso l'ultimo pilastro della navata centrale è un ambone con decorazione musiva cosmatesca del secolo XIII, a fregi policromi, su quattro colonnine tortili sostenute da leoni: nella facciata anteriore è il lettorino. L'ambone fu ricomposto su frammenti dal certosino Giovanni Iannelli nel 1880. Accanto è il candelabro del cero pasquale, con fusto tortile decorato da mosaici, pure cosmatesco.
A destra del presbiterio si apre la barocca cappella dei Santi Padri o del Sacramento, con decorazione marmorea di Giuseppe Rapi (1641) e quattro statue (Santa Felicita e San Matteo, del Cinquecento, forse di scuola di Girolamo Santacroce; San Giuseppe di ignoto settecentesco; Madonna delle Grazie, del Cinquecento). A destra è la grotta in cui visse Sant’Alferio; di fronte ad essa, le nicchie contengono vari reliquiari, tra cui notevoli il busto di Santa Felicita in argento, del secolo XV, e il reliquiario della Santa Croce, lavoro bizantino del secolo XI.
Nel transetto sinistro, a destra dell'altare, elegante portale marmoreo del Cinquecento, di accesso alla sagrestia, dai battenti lignei coevi, con simboli degli Evangelisti nei riquadri maggiori.
Dalla porta a sinistra della chiesa si accede al Monastero dei Padri Benedettini. Dall'ingresso si percorre un ampio corridoio: a sinistra è la sala capitolare, restaurata nel 1632, cinta all'ingiro da stalli lignei intagliati e intarsiati, del 1540; pavimento in piastrelle maiolicate del 1777, proveniente dal monastero di Sant’Andrea delle Dame in Napoli. Alle pareti, affreschi del 1632, rappresentanti, sotto partiti architettonici, i fondatori degli ordini religiosi che hanno seguito la regola benedettina: di fronte, Sant’Alferio e San Benedetto; a destra, i Santi Giovanni Gualberto, Guglielmo, Bernardo Tolomei; a sinistra, i Santi Romualdo, Bernardo, Pier Celestino; sopra l'ingresso, cinque fondatori di ordini cavallereschi: Cosimo I granduca di Toscana, Alfonso I di Portogallo, don Diego Velásquez, don Gómez Fernández, Giacomo II d'Aragona; inoltre, medaglioni con diciotto Papi benedettini, cinque re e imperatori fattisi benedettini, le Sante benedettine Scolastica, Riccarda regina, Cunegonda, Agnese imperatrice. Nel mezzo della volta, San Benedetto che accoglie il re Totila, di Raffaele Stramondo (1940).
Subito a destra si passa nel suggestivo chiostrino, del secolo XIII, situato sotto la rupe incombente, su colonnine binate di marmi vari con capitelli romanici e archi rialzati. Sotto un arco, San Lodovico di Tolosa e Santo Stefano d'Ungheria, affreschi del secolo XV; lungo il lato nord del chiostrino sono tre sarcofagi romani, di cui uno del secolo III, adorno di geni alati sostenenti festoni, busti di defunti e maschere; un altro, pure romano, del secolo III-IV, con la caccia di Meleagro: vi sono poi due sarcofagi longobardi e uno quattrocentesco, con ippogrifi.
A sinistra, adiacente al chiostrino, è la grande sala del capitolo vecchio, gotica, del secolo XIII, in cui sono temporaneamente raccolti (1980) affreschi staccati dalla Cappella di San Germano nel Cimitero Longobardo, tra cui San Benedetto e seguaci e Giudizio Universale, attribuiti ad Andrea da Salerno, e Crocifissione del sec. XV; si trova inoltre un affresco del secolo XV (L'Arcangelo Michele tra i Santi Benedetto e Alferio), staccato dalla grotta di Sant’Alferio nella chiesa dell'abbazia. Per due arche ogivali, si entra nella cappella del crocifisso, rimessa in luce nel 1930, con avanzi del pavimento quattrocentesco: al 1° altare, Astanti alla Crocifissione e gruppo di pie donne, bassorilievo di Tino di Camaino. Nell'adiacente cappella, all'altare, Madonna col Bambino tra i Santi Benedetto e Alferio che presenta l'abate Filippo de Haia (morto nel 1331), della scuola di Tino di Camaino; sotto l'altare, paliotto marmoreo, del secolo XI, con croce, alfa e omega, colonnine e archetti, appartenente all'altare consacrato da papa Urbano II; a sinistra dell'altare, frammento della lapide commemorativa della consacrazione.
Si scende (nel 1° ripiano, sarcofago della regina Sibilla, moglie di re Ruggero II Normanno; 1150) nel cosiddetto cimitero longobardo, cripta del secolo XII, su colonne del secolo IX-X e pilastri cilindrici in muratura, di effetto assai suggestivo. Vi furono sepolti molti laici illustri; una lapide (apocrifa) ricorda Teodorico antipapa col nome di Silvestro III, relegato da Pasquale II nell'Abbazia, dove morì nel 1102. A sinistra si apre la cappella di San Germano (vescovo di Auxerre), del 1280, ove si trovavano, fino a poco tempo fa, affreschi del XV secolo, che di recente sono stati staccati.
Si risale verso il chiostrino e, percorso un breve corridoio, si scende al Museo, fondato nel 1953 e sistemato in tre sale appartenenti al palatium della fine del Duecento, destinato agli ospiti, in cui sono conservati numerosi reperti di epoca romana e altomedievale, tra cui si segnalano alcuni pregevoli bassorilievi di Tino di Camaino e del suo seguace detto Maestro di Cava de’ Tirreni, nonché un polittico di Andrea da Salerno e alcune tele di Luca Giordano.
Si sale poi all'Archivio e alla Biblioteca (vi sono ammessi solo gli studiosi). L'Archivio, in cui si entra per una bella porta marmorea, conserva oltre 15.000 pergamene, tra cui numerosi documenti longobardi e normanni, ed è di grande importanza per la storia medioevale dell'Italia Meridionale. È ordinato in due eleganti sale della fine del Settecento: Sala diplomatica e Sala dei Protocolli notarili (in tutto 177 volumi), contenenti documenti dei notai di Cava e di Nocera a partire dal 1468. Dal 1876 al 1893 furono pubblicati otto volumi col titolo Codex Diplomaticus Cavensis, relativi a 1388 documenti dal 792 al 1065. La Biblioteca, sistemata in tre sale, possiede importanti manoscritti membranacei e cartacei, 120 incunaboli, oltre 300 edizioni della prima metà del Cinquecento, in tutto circa 30.000 volumi e 8000 opuscoli. Notevoli soprattutto: una preziosa Bibbia, in scrittura visigotica, splendido esempio di arte decorativa del sec. IX; il Codex Legum Langobardorum e i Capitularia Regum Francorum, del secolo XI, con miniature di scene e personaggi della dinastia germanica; il codice contenente Beda, De temporibus, Annales Cavenses, Florilegium, con interessanti disegni dello Scriptorium dell'Abbazia, del secolo XI-XIII; il codice De Septem Sigillis di Benedetto da Bari, datato 1227.
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Guida d’Italia. Campania, Touring Club Italiano, Milano 1981.
Compare in
Cava de’ Tirreni; Benedettini
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