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Abbazia della Trinità di Venosa

Abbazia della Trinità di Venosa

Ci sono luoghi che da sempre suggeriscono all’uomo l’esistenza del divino, del trascendente, dello spirituale. È il caso dell’Abbazia della Trinità, uno dei monumenti più interessanti di Venosa: i benedettini l’edificarono infatti sulle rovine di un’antica chiesa paleocristiana che a sua volta era stata eretta sul sito di un importante tempio dedicato al dio delle nozze, Imene. Il grandioso complesso abbaziale è così descritto nella Guida Rossa Basilicata e Calabria del Touring Club Italiano.

Con gli scavi del 1937 si sono rimessi in luce resti delle mura di cinta, delle arcate d'ingresso, delle gradinate della cavea e delle scale interne (i vomitoria) che recavano ai corridoi divisori dei vari cunei. Immediatamente a destra è la grandiosa abbazia della Trinità, uno dei monumenti più singolari e interessanti dell'Italia meridionale. Il complesso è formato da tre parti distinte: anteriormente si trova la chiesa vecchia, fiancheggiata a destra dalla sede abbaziale; dietro la chiesa vecchia, in prosecuzione sul medesimo asse, si sviluppano i muri perimetrali dell'incompiuta chiesa nuova. L'abbazia è in corso di restauro.

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Le date della fondazione sono controverse, ma gli studi più recenti riprendono in genere la tesi del Bertaux. La chiesa vecchia venne fondata dai Benedettini prima della venuta dei Normanni, sulle rovine di una chiesa paleocristiana, a suo tempo eretta ov'era un tempio dedicato a Imene. Nel 1059 la chiesa fu consacrata da Niccolò II e nello stesso anno Roberto il Guiscardo vi fece raccogliere i resti dei fratelli Guglielmo Braccio di Ferro, Drogone e Umfredo. Vi furono poi sepolti lo stesso Roberto (morto a Cefalonia nel 1085) e un altro fratello, Guglielmo del Principato.

Nel 1135 i Benedettini diedero inizio ai lavori della chiesa nuova forse con l'intenzione di unirla alla chiesa vecchia per ricavarne un'unica vasta basilica. Lo schema della chiesa nuova riproduceva fedelmente quelli delle architetture esotiche delle “chiese dei pellegrini” (si noti particolarmente il deambulatorio). I lavori si arrestarono però al completamento dei muri perimetrali. Ciò è forse in relazione con il fatto che l'abbazia, dopo un periodo di floridezza, incominciò a decadere. Nel 1297 Bonifacio VIII la tolse ai Benedettini per darla agli Ospedalieri di San Giovanni di Gerusalemme, i quali dopo aver eretto alcune colonne non si sentirono in grado di compiere la grande chiesa e ufficiarono quella vecchia, rimaneggiandola e deturpandola. Attualmente la chiesa è affidata all'Ordine redentivo della Santissima Trinità.

La chiesa vecchia ha una facciata semplice e modesta, costituita da un avancorpo stretto e alto, con l'ingresso fiancheggiato da due leoni di pietra. A destra dell'ingresso è il piccolo palazzo abbaziale, restaurato, che avanza rispetto alla facciata della chiesa; il piano terreno è tutto aperto dalle arcate di un portico, con rimaneggiamenti e rinforzi di varie epoche, e il piano superiore ha belle bifore e una trifora. Vi si trova una cappelletta coperta da cupola di restauro.

Giro esterno. Si può cominciare la visita all'esterno del complesso a partire dal fianco destro; dopo la sporgenza della sede abbaziale si vede il fianco della chiesa vecchia, al quale segue senza soluzione di continuità il fianco della chiesa nuova. Si noti che per la costruzione furono utilizzate grandi pietre dell'anfiteatro e di altri monumenti romani di Venosa (su molti massi si vedono grandi lettere di iscrizioni). Lungo questo fianco si alza un grande campanile a vela aggiunto più tardi e si apre un bel portale a pieno centro, con un'iscrizione che invoca la pace umana e divina sui monaci che passano la soglia. Si gira quindi attorno al transetto destro, con un'absidiola (sono particolarmente visibili sul materiale impiegato le lettere delle iscrizioni romane). Segue il grandioso capocroce, con una porticina e le tre bellissime absidi, quindi il transetto sinistro, che ripete le forme del destro salvo che nel lato occidentale, ov'è un portale composto da frammenti romani (un cippo funerario di famiglia e due leoni). Si costeggia poi il fianco sinistro, che a differenza di quello destro presenta delle mezze colonne. Segue direttamente, quasi senza che lo si noti, il fianco sinistro della chiesa vecchia.

Volendo visitare l'interno della chiesa vecchia, si deve entrare prima in un ambiente dal quale una scala sale a destra al primo piano del palazzo abbaziale. Di fronte, fiancheggiato da una colonna detta dell'amicizia, è il bel portale d'ingresso alla chiesa vecchia, aggiunto nel 1287: per esso si penetra nella chiesa vera e propria, con pianta a tre navate divise da pilastri di varie dimensioni con arcate trasverse ogivali risalenti alle ristrutturazioni del Quattrocento. Oltre l'ampio transetto si apre un'abside semicircolare risalente all'impianto romanico (secoli VII-IX). Nel corso di recenti scavi sono venuti in luce i resti di una cripta sotterranea, cui si accedeva con due rampe di scale laterali, come poi nella Cattedrale, con tracce di affreschi del secolo XV. La cripta era collegata, mediante due varchi nelle pareti di fondo, a un ampio ambulacro anulare mosaicato, ritrovato di recente e che avvolgeva all'esterno il perimetro dell'abside. A destra un grande capitello di arte normanna serve da acquasantiera; sui pilastri e ai muri della parte anteriore della chiesa sono affreschi di varie epoche, tra cui: un ritratto di Nicolò II, Santa Caterina (interessante, coronata e in abito regale riccamente lavorato, forse ritratto della regina Giovanna I di Napoli) e, sotto, Pietà, opere attribuite dal Berenson a Roberto Oderisi (secolo XIV). Nella zona del transetto sono in corso lavori per mettere in luce l'antica cripta.

Nella quinta campata sinistra si trova la tomba di Aberada, la sola rimasta delle numerose tombe normanne di questa chiesa.

Aberada fu la prima moglie di Roberto il Guiscardo, che la sposò nel 1048 e se ne separò nel 1058. Si vuole che poi Aberada sposasse Riccardo, un nipote del marito, figlio del conte Drogone, e poi passasse a terze nozze con Ruggero di Pomareda. L'epigrafe ricorda il figlio Boemondo, sepolto presso la cattedrale di Canosa.

Ai lati dell'arco trionfale sono due magnifiche colonne corinzie di cipollino, sormontate da pulvini decorati con racemi stilizzati e croce, del secolo V.

Dall'abside si passa direttamente nella chiesa nuova, inserita sul retro della vecchia e con essa formante come un unico corpo lungo 125 metri. Intorno all'abside della chiesa vecchia si vedono resti della precedente costruzione paleocristiana e tracce di mosaici pavimentali. All'interno della chiesa nuova esistono solo i muri perimetrali, il colonnato di destra e i pilastri, che delimitano una pianta a croce latina, a tre navate con peribolo, tre absidi semicircolari nel capocroce e un'abside, pure semicircolare, in ciascun braccio del transetto. La costruzione ha dimensioni colossali: è lunga 70 metri, larga 24 (nel transetto 48) e pur nella sua incompiutezza rivela una bellezza e un'armonia molto notevoli (si osservino le grandiose colonne, il pilastro polistilo e le tre belle absidi del capocroce) e permette di riconoscere l'ispirazione ricavata dall'architettura delle chiese “dei pellegrini”, francesi in particolare. Nel corso di recenti saggi sono venute in luce strutture di antichi edifici che si ricollegano all'impianto urbano di età romana, che si estende su tutta l'area attigua al complesso della Santissima Trinità.

La strada prosegue rasentando il Cimitero; poco oltre passa vicino alla zona ove sono le Catacombe ebraiche e paleocristiane, scoperte nel 1853 e nel 1929, scavate nel tufo vulcanico e situate in alto, a una cinquantina di metri dalla strada.

Guida d’Italia. Basilicata e Calabria, Touring Club Italiano, Milano 1980.

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