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Basilica di San Zeno Maggiore a Verona

Basilica di San Zeno Maggiore a Verona

All’interno delle mura scaligere, ma anticamente fuoriporta, nell’omonimo borgo, si trova una delle più belle testimonianze dell’architettura romanica del Nord Italia. L’odierna basilica sorge sui resti di due precedenti chiese, rispettivamente del V e del IX secolo, ed è accompagnata da un campanile romanico del XII secolo e dalla torre dell’antica abbazia citata da Dante nel Purgatorio. Al suo interno si trovano diverse pregevoli opere pittoriche, tra cui la pala del Mantegna, opera fondamentale del Rinascimento italiano. Questa la descrizione che ne dà la Guida Rossa Veneto del Touring Club Italiano.

La basilica di San Zeno Maggiore fu fondata (o rifondata) nel secolo IX con lo scomparso monastero benedettino dall'arcidiacono Pacifico, cui spetterebbe la responsabilità urbanistica ed edilizia del complesso, nucleo generatore dell'omonimo borgo extra moenia. Rovinata con il terremoto del 1117, la chiesa fu riedificata tra il 1120 e il 1138, prolungata e sopraelevata a partire dalla seconda metà del secolo XII; l'abside maggiore fu rifatta nel 1386-1398 da Giovanni e Niccolò da Ferrara. La facciata a salienti, che dichiara l'impianto a tre navate con il sistema dei contrafforti esterni rispondenti ai pilastri a fascio dell'interno, è in tufo (salvo il frontone), scandita da sottili lesene e coronata da leggere archeggiature sormontate da un fregio scolpito; l'attraversa un'esile galleria di bifore in marmo rosso, in parte cieche (sopra la seconda dell'ala destra, bassorilievo con l'Abate Gerardo che offre a Cristo e alla Vergine il modello della chiesa, del principio del secolo XIII). Al centro si apre la Ruota della fortuna, grande rosone scolpito da Brioloto agli inizi del secolo XIII; sul frontone triangolare in marmo bianco a liste di rosso veronese, di cui la centrale aggiunta nel 1870 circa, è inciso un Giudizio Universale, notevole opera della fine del secolo XIII, poco visibile dopo la caduta della coloritura.

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Il portale, opera di Nicolò e bottega, è databile intorno al 1138, come si deduce dall'iscrizione infissa sulla parte sud della basilica, ed è stato di recente sottoposto a restauro che ha recuperato la ricca policromia e doratura. La semplice porta modanata si inserisce nel protiro a un ordine (alterato dal rimaneggiamento della facciata operato da Brioloto), sostenuto da due leoni stilofori; l'estradosso dell'arco, decorato da animali e rosoni, si conclude nei due telamoni sovrastati dal Battista (a destra) e da San Giovanni Evangelista (a sinistra), che creano una cesura nella serie dei Mesi scolpita, entro archetti, negli architravi laterali. Nella lunetta, San Zeno benedicente consegna i vessilli del Comune ai fanti e ai cavalieri; alla base, entro otto arcatelle, due miracoli del santo: Liberazione dal diavolo della figlia di Gallieno e Salvataggio del carrettiere caduto nell'Adige. Nel frontone, la Mano di Dio benedicente sovrasta l'Agnello mistico.

I rilievi laterali, improntati a un accentuato classicismo, denotano un'evidente operazione di riassemblaggio di materiali lapidei d'eterogenea destinazione; si dispongono entro fasce binate concluse da archetti e frontoni tra telamoni.

La porta è composta da due battenti lignei decorati ciascuno da ventiquattro formelle bronzee rettangolari, a lastre separate entro cornici traforate e bombate, fissate agli incroci per mezzo di mascheroni. Rappresentano venti storie del Nuovo e ventuno dell'Antico Testamento, quattro storie della vita di San Zeno, San Michele e due protomi destinate a reggere le maniglie; sette colonne a traforo sono disposte lungo lo stipite esterno e diciassette piccole formelle con fondo traforato, raffiguranti Re incoronati, sono disposte lungo lo stipite interno del battente di sinistra, mentre sette formelle rettangolari con santi e lo scultore si dispongono lungo lo stipite interno del battente di destra. Le formelle sono fissate mediante chiodature di vario tipo ai supporti lignei, pervenutici nelle misure originarie e dunque connessi all'ampliamento del portale.

Tuttora aperta è la discussione critica sulla distinzione dei vari maestri delle formelle, sulla datazione di queste e sull'assetto generale della porta. Ora ritenute di provenienza germanica, avvicinate ai manufatti bronzei dell'area sassone, ora considerate prodotto della metallurgia autoctona per affinità stilistica con la figuretta bronzea firmata Stefanus Lagerinus, le formelle della Prima Officina, databili ai primi del secolo XII e caratterizzate da una decisa e sintetica espressività plastica e spaziale, ricoprono l'anta sinistra e la parte inferiore di quella destra. Le formelle della Seconda Officina, quasi concordemente riferite alla fine del secolo XII - inizi del XIII, o recentemente anticipate al 1138 circa (coeve, cioè, alla realizzazione del protiro), si dispongono sull'anta destra (tranne l'Entrata in Gerusalemme). Un ricercato calligrafismo, attinto alle preziosità linearistiche dei codici miniati, connota il linguaggio del Maestro delle Storie dell'Antico Testamento, da cui si discosta il Maestro delle Storie di San Zeno, che ridimensiona la scarna essenzialità della Prima Officina con l'articolata e complessa lezione di Nicolò.

Il fianco sud della chiesa è a conci di tufo e mattoni inquadrati da pilastri di pietra, salvo la prima campata in tufo e l'ultima in cotto nella parte inferiore (forse della costruzione precedente). L'abside poligonale, slanciata e aperta da sottili monofore, è di forme gotiche. Il poderoso campanile, ricostruito nel 1120 e sopraelevato nel 1178, è a filari alterni di tufo e cotto, diviso in piani da archetti pensili e coronato da un doppio ordine di trifore sormontate da una cuspide conica con quattro pinnacoli angolari. Tra il campanile e il fianco della basilica è una tomba romana sotterranea, ritenuta popolarmente di re Pipino.

Si scende nel grandioso interno a croce latina per una gradinata che domina la navata maggiore, divisa dalle due laterali mediante pilastri cruciformi e colonne monolitiche con capitelli a motivi zoomorfi e altri corinzi, provenienti da edifici romani; il soffitto ligneo carenato è del 1386. In fondo, tra le scalinate che dalle navate minori salgono al presbiterio; concluso dall'altissima abside gotica, si apre l'ampia imboccatura della profonda cripta.

Una larga scalinata scende alla cripta, del secolo XIII, aperta sul davanti da sette arcate (nelle ghiere, motivi barbarici, in parte di Adamino da San Giorgio, in parte di lapicida contemporaneo) su colonne con capitelli e archivolti scolpiti della prima metà del secolo XII (il secondo capitello a sinistra è opera più raffinata dello stesso Adamino, 1225 ca.). L'ambiente è sorretto da una selva di colonne marmoree antiche di varia provenienza e da grandi pilastri, affrescati, come le pareti, nel secolo XIII-XIV. Una cancellata quattrocentesca a maglie di ferro chiude l'abside, con volte a vela, sistemata nel secolo XV. L'altare-sarcofago, monolite di broccatello, racchiude le spoglie di San Zeno.

Ritornati in chiesa, dalla navata sinistra si esce nel chiostro romanico (restaurato nel 1984), accessibile anche dall'esterno per un atrio del secolo XII. Il resto del complesso abbaziale è databile probabilmente agli anni 1296-1313 per l'uso dell'arco acuto sui lati est e ovest (gli altri due sono a tutto sesto) e per i capitelli a foglie uncinate delle colonnine binate in marmo rosso di Verona; forse di poco posteriore è il recinto del lavatoio sporgente dal lato nord. Sotto il portico, varie tombe, tra cui, a est, il sepolcro di Giuseppe della Scala, abate di San Zeno (1292-1313) che fu oggetto di un'invettiva di Dante (Purgatorio, XVIII, 124-126): nella lunetta, importante affresco raffigurante Madonna col Bambino tra i Santi Zeno e Benedetto, di pittore giottesco.

Guida d’Italia. Veneto, Touring Club Italiano, Milano 1992.

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Basilica di San Zeno Maggiore, Verona; Verona

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