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Composto da tre nuclei separati, uno nella Sila Grande, uno nella Sila Piccola e uno nell’Aspromonte, il Parco nazionale della Sila (istituito nel 2002) incorpora i territori dello storico Parco nazionale della Calabria. Per concezione assomiglia ai parchi americani: al suo interno, infatti, non ci sono centri abitati o aree coltivate, ma solo natura selvaggia e incontaminata. Si pensi alla foresta millenaria della Fossiata, con i suoi giganteschi pini, o a quella del Gariglione, definita un esempio di foresta vergine; o alla comunità dei lupi, la più numerosa d’Italia, alle lontre, un tempo quasi scomparse, ai caprioli, reintrodotti di recente, e al rarissimo picchio nero, punta di diamante di un’avifauna ricchissima. Di questo Parco, ricavato da ex foreste demaniali, parla il brano che segue, tratto dal volume Parchi e aree naturali protette d’Italia del Touring Club Italiano.
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Il territorio storico del Parco Nazionale della Sila è composto da due nuclei, ubicati rispettivamente attorno al Monte Pettinascura (1708 m), nella Sila Grande, e al Monte Gariglione (1765 m), nella Sila Piccola. Immense selve impenetrabili, estesi boschi, che dopo secoli di saccheggio sono giunti a noi ridimensionati, ma non per questo meno ricchi e affascinanti. La Sila è un vasto altopiano, con un netto contorno quadrilatero, che offre la più vasta superficie selvosa di tutta l'Italia meridionale. Fortemente ondulato, ha un'altitudine media intorno ai 1200-1400 m, con una serie di lunghe groppe arrotondate, con cime massicce e cupoliformi alte fino a 1500-1900 m, e perciò di poco sollevate rispetto alle conche e alle valli.
Pini e abeti. Pini larici nell'altopiano della Sila Grande, abeti bianchi in quella Piccola, svettano ancora sui pendii, nei valloni, sulle vette, in cerca della luce, proteggendo il suolo e donando ossigeno. Diversi e venerati gli esemplari arborei ultracentenari come i pini giganti in contrada Gallopane o a Cozzo del Principe. Fra le latifoglie, il faggio è l'essenza più diffusa grazie alla favorevole situazione altimetrica e climatica, ma frequenti sono anche le associazioni fra pino laricio e cerro (ad Arnocampo in Sila Grande), fra pino laricio e faggio (nelle esposizioni a nord, vicino ai 1500 m d'altitudine), fra abete bianco e faggio (nella Sila Piccola). La faggeta pura si segnala nella zona nord-orientale della Sila Piccola. Quasi leggendaria la selva millenaria della Fossiata, nella Sila Grande, dove sorgenti purissime sgorgano fra contorti ontani e felci, giunchi e narcisi. Esse danno vita ai tre maggiori corsi d'acqua dell'altopiano: il Cecita, che dà origine al lago omonimo, il Lese e il Neto.
Pecore e lupi. Tra i boschi di faggio, al riparo di antichi tronchi sradicati e aggrediti da funghi e muschi, si muovono i rari lupi, da sempre temuti dall'uomo e per questo perseguitati, mentre silenzioso si lancia in formidabili cacce il gatto selvatico, felino dal comportamento schivo, difficile da vedere nell'immensa distesa arborea del Parco. Nella notte, tra i rami degli alberi, ghiri, moscardini e topi quercini si affollano in cerca di cibo, all'erta ad ogni rumore che possa mettere in pericolo la loro fragile esistenza.
Nelle radure, lontani da ornielli e frassini, che popolano lo strato arboreo inferiore, predatori alati, come aquile e gufi reali, inseguono le loro prede, in competizione con le volpi, le martore, le faine. Le fioriture primaverili, dopo inverni solitamente molto nevosi, annunciano il ritorno di numerose specie di uccelli. Dopo i rigori invernali e la gelida coltre di neve che impedisce ai più di nutrirsi e di rivedere nuove lune, la primavera è un'esplosione di canti e di voli, di frenetiche evoluzioni aeree. L'avvento dell'estate è quindi salutato dallo scampanio delle mandrie, che risalgono le 'antiche strade della marina'.
La pastorizia transumante fra la Presila ionica e l'altopiano della Sila Grande è un evento che richiama le origini dell'uomo, il suo nomadismo, la ricerca di terre e risorse.
La sensazione di apertura e di distesa che danno i vasti altipiani centrali della Sila, il verde cupo dei boschi e quello sparso di luce delle praterie, la natura dirompente, il rumore delle acque, il penetrante profumo della resina sui tronchi tagliati, i fischi dei pastori che richiamano le greggi da lontano, il volo dei falchi, l'invisibile ma percettibile presenza del lupo perseguitato ma ostinatamente vivo, fanno di questo parco un tesoro da valorizzare, nonostante le ostilità e le polemiche che la sua esistenza ha sempre suscitato.
La foresta dei tedeschi. Nella Sila Piccola, il Parco comprende gran parte della foresta demaniale di Roncino-Buturo e la foresta Gariglione. Interessante la vicenda storica di quest'ultima. Fino al XIX secolo fu un bene della Corona borbonica ceduto alla famiglia Poerio per servigi resi alla monarchia; da questa passò al Banco di Napoli e, nel 1911, alla ditta tedesca Huelsberg di Charlottenburg; espropriata dal demanio come bene di suddito ex nemico, fu venduta all'Azienda di Stato per le Foreste Demaniali nel 1924. Il naturalista inglese Norman Douglas, che visitò questa selva al tempo della pienezza e della magnificenza del bosco, si espresse in termini entusiastici, considerandola come un autentico Urwald, una foresta vergine mai toccata dall'uomo, formata da “migliaia di pini e di abeti barbuti”.
Benvenuto, predatore. Un ambiente senza i suoi predatori è un ambiente malato. Per questo i naturalisti vedono con grande soddisfazione l'avanzata del lupo. Temuto e perseguitato con ogni mezzo, ancora oggi e perfino nelle aree protette, il lupo appenninico (Canis lupus italicus), appena la persecuzione si attenua, riconquista lentamente le aree da dove era stato sterminato. Nel Sud, il parco delta Sila rappresenta sicuramente una delle sue roccaforti, con le sue estese foreste di conifere, soprattutto da quando hanno ripreso ad aumentare di numero cervi e caprioli, di cui rappresenta il predatore naturale.
Parchi e aree naturali protette d’Italia, Touring Club Italiano, Milano 1999.
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Sila; Sila, parco nazionale
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