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Nel 1933-34 Robert Byron, scrittore e viaggiatore molto apprezzato dai contemporanei, tra cui Bruce Chatwin, partì da Venezia alla ricerca dell’Oxiana, regione situata in Afghanistan e vagheggiata da numerosi viaggiatori europei. Nel 1937, al suo rientro in patria, pubblicò un resoconto dell’avventuroso viaggio compiuto su camion sgangherati, lungo strade vecchie e malandate, sostando in villaggi sperduti al limite della cosiddetta “civiltà”. Nel suo libro, La strada per Oxiana, di cui è qui riportato un breve estratto, Byron ripercorre le vestigia delle straordinarie culture di un passato che spesso contrasta con la povertà e le contraddizioni del presente, descrivendo rozze abitazioni e imponenti monumenti e raccontando, con spigliata immediatezza, dei suoi incontri con semplici pastori nomadi e con uomini potenti, con pittoresche vecchiette di accampamenti turcomanni e signore miliardarie in viaggio di piacere.
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Abadeh, 3 marzo Ali Asgar non riesce a sopportare oltre la casa da tè. Lasciamo Persepoli dopo pranzo.
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Altre risorse |
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Un viale alberato di recente conduce lungo la strada per Isfahan fino alla tomba di Ciro, un sarcofago di marmo bianco su un alto basamento a scalini, isolato tra campi arati. Esso mostra la sua età: ogni pietra è stata separatamente commessa e ogni commessura lisciata a incavo, come per azione del mare. Non un ornamento né un cartello disturbano la sua solitaria serenità. È sufficiente che Alessandro ne fosse il primo visitatore. C'era un tempio intorno alla tomba: è ancora possibile vedere com'era disposto dalle basi delle colonne.
Da allora è divenuta la tomba della madre di Salomone. Per riguardo a questa trasformazione, un mihrab in miniatura e un'iscrizione in arabo sono stati scolpiti su uno dei muri interni. Oltre il mihrab pendono numerose tegole e campane; pagine di un vecchio Corano svolazzano sul pavimento. Il suolo all'interno del recinto del tempio è occupato da tombe islamiche.
Mezzo miglio più avanti è situata una terrazza del genere di quella di Persepoli, che sostiene un semplice pilastro bianco; e vicino a questo, i ruderi di una dimora funeraria come quella sita a Naksh-i-Rustam. Infine, quando gli ultimi raggi di sole scaturiscono da un cumulo di nubi gonfie di pioggia, arranco sul terreno fino a quella stele solitaria di marmo che reca l'effigie con quattro ali di Ciro. Ora posso davvero immaginare come si sentiva il visitatore di Persepoli, e così sognando mi smarrisco nel buio, finché vengo soccorso dalla sciabolata dei fari dell'auto.
Isfahan, 5 marzo Con Wishaw, il «magnate del petrolio»; in altre parole, il direttore della succursale locale della Anglo-Persian Oil Company.
II nome del governatore di Isfahan è Mr Tromba-di-Raffaele. Prima di fargli visita, chiedo a uno degli impiegati di Wishaw di tradurre la mia lettera di raccomandazione:
SE Il Governatore Generale,
Isfahan.
Mr Birn, uno degli eruditi d'Inghilterra, sta compiendo la sua visita agli Edifici Storici ecc. di quei distretti, e scatterà anche delle fotografie di detti edifici.
Si prega di emanare le necessarie ordinanze alle Autorità interessate per offrigli tutta l'assistenza di cui abbia bisogno.
Fto – MAHMUD JAM
(Sigillo) MINISTRO DELL'INTERNO
Mr Tromba-di-Raffaele mi mette a parte dei suoi piani per migliorare il Maidan. La prima parte del progetto lo ha messo nei guai, poiché Marjoribanks disapprova la nuova vasca sulla base del fatto che può far proliferare la zanzara anofele. In ogni caso, procederà con il resto: Le mura porticate saranno abbellite con piastrelle. E nel punto in cui la strada supera la facciata dell'ingresso del bazar, al margine nordorientale, passerà sotto un grande archivolto piastrellato su entrambe le parti. L'architetto è un Tedesco che lavora agli ordini di un comitato supervisore composto da Herzfeld, Godard e altri sapienti.
Isfahan, 9 marzo Il pittore Muzaffar, che espose alla mostra londinese e in seguito eseguì un dipinto per la regina, riporta indietro a epoche anteriori ai capricci dell'arte, quando gli artisti operavano come veniva loro detto. Costui proviene da generazioni di pittori e ha ereditato il loro atteggiamento artigianale; in realtà, egli ha cominciato con la decorazione di astucci per penne. Gli chiedo di farmi un ritratto in miniatura. Sicuro, dice, purché gli dia una fotografia da copiare. È proprio quello, replico, che non gli avrei dato, perché il mio scopo nel commissionargli il ritratto era di vedere se sapesse disegnare dal vero. Sa farlo. Ha eseguito il ritratto ed è verosimigliante, in vero stile persiano. Ma io ho dovuto schizzarlo, dire come la testa doveva essere disposta sulla carta e decidere se lo sfondo dovesse essere semplice o decorato. I suoi allievi hanno eseguito gli sfondi e i margini secondo un repertorio di motivi tradizionali.
Egli va orgoglioso di possedere due stili, persiano ed europeo. Ho veduto alcune miniature eseguite da fotografie; erano semplicemente le foto stesse, ma colorate. L’altro giorno ha disegnato un orrendo manifesto di due pavoni per una marca di sigarette locale. «Ecco!», annuncia orgogliosamente, «so eseguire miniature e anche questo. Rubens non sarebbe riuscito a fare entrambe.»
Perché Rubens? Perché Rubens in particolare?
Isfahan, 13 marzo Christopher è ora prigioniero nella residenza a Bushire, secondo le notizie provenienti da Teheran. Ayrum, il capo della polizia, dice ancora che è colpa del comando generale. Il ministero degli Esteri afferma che dipende dagli ordini di Ayrum in persona.
Mrs Budge Bulkeley, patrimonio di £ 32.000.000, è arrivata qui accompagnata da qualche milionaria di rango inferiore. Sono in gran tormento perché il caviale è esaurito. Tutto sommato viaggiano in condizioni più confortevoli delle mie. Una dozzina di accompagnatori (loro ne hanno due) per il loro decoro non valgono un servitore capace di cucinare e trasformare un letamaio in una camera da letto normale con un preavviso di cinque minuti: per questo c'è Ali Asgar.
Uno della comitiva è stato sentito dire di Mrs Moore, che compie il suo giro in aereo: «Ricca? Da poterci comprare tutti, quattro volte e passa.»
In loro onore Mr Tromba-di-Raffaele organizza una ricevimento per il tè. Io siedo tra il vescovo inglese e un principe kajar.
«Perché è in giro da queste parti?» domanda il vescovo collerico.
«Per viaggiare.»
«Per che fare?»
[…] Alle cinque di mattina siamo fuori da Andkhoi. Scorgiamo un gregge di pecore al levar del sole, fermiamo il camion e camminiamo verso gli ovini sul rado pascolo croccante che rende la lana ricciuta. Il pastore è un Uzbeko e sulle prime non vuole avere alcun rapporto con noi, credendoci Russi. In seguito, si scusa per le cattive maniere spiegando che tre anni prima i Russi avevano rubato sessantamila tra le migliori pecore, il che ci fa sorgere la domanda se gli Ebrei caduti in disgrazia non siano stati implicati in qualche transazione di questo tipo. Il suo gregge consisteva di due varietà: karakul, che dànno le pellicce più pregiate, e arabi; acchiappando montone della prima e una pecora della seconda, egli ci mostra come distinguerli dalle code. A entrambe le specie crescono code piatte, ma mentre quelle delle arabi sono tonde e reniformi, quelle delle karakul hanno un'appendice che penzola dal centro.
Più avanti incontriamo un accampamento turcomanno. Gli uomini sono via, ma i cani ci attaccano e poiché le donne non vogliono richiamarli, c'è bisogno di una ponderata risoluzione di venti minuti per far ritirare le bestie ringhiose. Due vecchie streghe, presumibilmente vedove, escono a salutarci vestite in orrendi abiti sciolti in tela di sacco grigio-blu, ma esibendo l'alta acconciatura. Le donne più giovani, che restano a distanza, fanno un bel vedere spostandosi qua e là tra i loro neri alveari, spazzando il terreno con drappeggi bianchi e rosa e dando spettacolo di modestia dietro i lunghi veli d'acceso color zafferano che scendono dai loro alti copricapi rosa. Questi veli spesso prendono la forma di soprabito. Più tardi, durante la giornata, superiamo alcune donne, pure vestite in rosso, i cui volti sono incorniciati da manti di intenso color blu fiordaliso ricamati a fiori.
Avvicino una madre e due bambini. Essi fuggono dentro una kibitka, e mi volgo a una donna più giovane di magnifico portamento che abbraccia un bimbo. Mettendolo dietro uno schermo di canne, ella afferra un bastone, traccia un cerchio nella polvere di fronte a lui e mi viene incontro al pari di un cavaliere medievale, come se stessi indegnamente approfittando dell'assenza del marito. Le due vecchie streghe sogghignano alla scena, ma la nostra guardia, uno nuovo che ci ha raggiunto a Andkhoi, si vergogna e dice che l'Afghanistan è fatto così. Indossa un sofisticato impermeabile occidentale e sta sempre sniffando una zucca vuota dalla bocca d'argento con un rubino nel coperchio.
Una kibitka è vuota, forse una locanda, e possiamo visitarla senza minacce. Uno zoccolo di graticcio all'interno e un altro di giunco all'esterno cingono la base di una cupola di feltro nero. Questa è tesa su uno scheletro di legni ricurvi, attaccati, all'apice, a una sorta di cesto circolare aperto verso il cielo e adibito a camino. Sotto il cesto pende un festone di nappe nere. Porte doppie si aprono da una cornice in legno resistente; entrambe sono lievemente intagliate. C'è del feltro sul pavimento e l'arredo consiste di cassapanche intagliate e dipinte. L'effetto generale non è affatto squallido o primitivo. Quando partiamo, vediamo smantellare una delle kibitka. I puntoni della struttura, una volta riposti, rassomigliano a un mucchio di sci sottili. Ma il coronamento a cesto, grande quanto una ruota di carro, traballa scomodamente sulla gobba del cammello.
È una brutta giornata, umida e plumbea: l'Oxiana sembra, al pari dell'India, incolore e provinciale. Una chiazza verde di pascolo a Khoja Duka ci invoglia a fermarci ancora per osservare un branco di cavalle con i loro puledrini, tra i quali saltella un vecchio stallone ossuto di sedici palmi, una taglia notevole da queste parti. Christopher dice che un gruppo di laceri bambini seduti su un muro gli ricordano i clienti di Sledmere. Poi andiamo a Shibargan, una località in rovina dominata da un castello, da dove una strada si dirige verso sud a Saripul. Fu vicino a Saripul che Ferrier osservò una scultura rupestre sasanide. Così dice. Ma non riusciamo a sentire conferma della cosa tra Maimena e Andkhoi, ed egli è troppo inattendibile perché ci mettiamo alla sua ricerca senza prove.
Akcha è un centro più fiorente. Incontriamo un carrettino di gelati sotto le mura del castello il cui proprietario piazza un tavolo nell'autocarro perché pranziamo tutti e porta un secchio di neve per rinfrescare le nostre bevande.
Dopo Akcha il colore del paesaggio muta dal cuoio all'alluminio, pallido e funereo, come se il sole avesse continuato a succhiarne l'allegria per migliaia d'anni; perché questa è ora la pianura di Balkh, e Balkh dicono sia la più antica città del mondo. I gruppi di alberi verdi, i ciuffi d'erba ruvida e affilata a forma di fontana si stagliano quasi neri contro questa tinta mortale. Talvolta vediamo un campo d'orzo: è maturo e dei Turcomanni, nudi fino alla cintola, lo stanno mietendo con le falci. Ma non è marrone o dorato, voce di Cerere, d'abbondanza; sembra piuttosto prematuramente incanutito, come i capelli di un folle, e aver perduto il suo nutrimento. E da questi sudari di terreni, prima a nord e poi a sud della strada, sorgono le esauste forme grigiobianche di un'architettura del passato, ammassi segnati e sbiancati dalla pioggia e dal sole, più uggiosi di qualsiasi altra opera umana che io abbia mai veduta: una piramide contorta, una terrazza digradante, un gruppo di merlature, una bestia accucciata, tutti intimi dei Greci di Battriana, e di Marco Polo dopo di loro. Avrebbero dovuto sparire, ma il forte impatto del sole, risvegliando l'ostinazione della loro argilla cinerea, ha conservato qualche inestinguibile scintilla di forma, una scintilla che un terrapieno romano o un'altura erbosa non hanno, che ancora guizza contro un mondo più luminoso, sfinita come solo un suicida frustrato può essere sfinito.
Ma gradatamente la campagna si fa più verde, il pascolo copre la terra adamantina, gli alberi aumentano di numero e all'improvviso una fila di mura scheletriche in rovina spuntano dal suolo e occupano l'orizzonte. Passando al loro interno, ci troviamo in mezzo a una vasta metropoli di rovine che s'estendono verso nord; mentre a sud della strada, i verdi lucenti di gelsi, pioppi e maestosi platani isolati sono balsamo per gli occhi feriti dalla mostruosa antichità del paesaggio precedente. Ci troviamo nella stessa Balkh, la Madre delle Città.
La nostra guardia, contemplando le rovine, che furono in gran parte abbandonate in questo stato da Genghiz Khan, osserva: «Era un posto magnifico finché i bolscevichi lo distrussero otto anni or sono.»
Ancora mezzo miglio e arriviamo al nucleo abitato della località, un bazar, negozi, serragli e un crocevia. Vicino agli alberi, a sud, sorge un'alta cupola scanalata, un blu chiaro di luna contro la vegetazione scura e l'accigliato ardesia di un temporale sull'Hindukush. Camminiamo verso questo edificio, mentre il conducente va in cerca d'alloggio; e sbucando da dietro siamo sorpresi di vedere la nostra conoscenza, il governatore di Maimena, in mezzo a uno spazio aperto. Vicino a lui sta un europeo, la cui lucida zucca a forma di pisello lo denuncia come Tedesco. Un drappello di quattro soldati è allineato su un lato, un crocchio di ufficiali e segretari è riunito sull'altro. Tra di loro, di fronte a una tenda introdotta da tappeti, il Tedesco sta spiegando la configurazione del terreno a un uomo maestoso con cappello di pelliccia, barba nera accuratamente tagliata, camicia aperta da cricket e tre penne stilografiche nel taschino sul petto.
Quest'uomo al quale il governatore di Maimena ci presenta è Mohammad Gul Khan, ministro degli Interni del Turkestan. È venuto in auto da Mazar per occuparsi della ricostruzione della città. Ci sono dei paletti sul terreno, e uno spazio è già stato creato tra il fronte del santuario con cupola e l'arco crollato della scuola dirimpetto. Il Tedesco ci dice di essere stato tre anni in Afghanistan e sei mesi a Mazar, dove opera come factotum per ponti, canali, strade ed edifici in generale.
Il temporale si avvicina. Mohammad Gul, espressa la speranza che non fossimo stati sopraffatti dai disagi della strada, sale sulla sua auto e parte. La menzione da parte sua di un albergo a Mazar, dov'egli pensava saremmo stati comodi, ci induce a seguirlo invece di fermarci a Balkh. Sono ancora cinquantacinque miglia. Il diluvio e l'oscurità scendono quando giungiamo nella capitale.
«Dov'è la locanda?», chiediamo, usando la parola comune persiana.
«Non è una locanda. È un 'hotel'. In questa direzione.»
È proprio vero. Ogni camera ha un letto in ferro con un materasso a molle, e un bagno piastrellato annesso, in cui ci laviamo abbondantemente con secchi d'acqua e ci asciughiamo i piedi su un tappetino con l'etichetta BATH MAT. La sala da pranzo è arredata con una lunga tavola da convitto apparecchiata con posate Sheffield e sciacquadita. Il cibo è persiano-afghano-anglo-indiano, ciascuno preso nel peggior senso. Le porte del gabinetto si chiudono solo dall'esterno. Sto quasi per richiamare l'attenzione del direttore sulla cosa, ma Christopher dice che gli piace e non vuole che le si tocchi.
Paghiamo 7s. 6d. al giorno, cifra modica per l'uso locale. A giudicare dall'eccitazione del personale, dobbiamo essere i primi ospiti che hanno avuto.
Robert Byron, La strada per Oxiana, traduzione di F. Brunelli, Cierre Edizioni, Verona 1993.
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Asia; Afghanistan; Letteratura di viaggio
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