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Nel 1934 Sven Anders Hedin, esploratore e geografo svedese che era stato incaricato dal governo cinese di individuare il possibile itinerario di una strada che congiungesse Pechino con la regione dello Xinjiang, riuscì finalmente a coronare un sogno che coltivava da anni: ritornare al cosiddetto “lago errante”, che aveva raggiunto ed esplorato tra il 1893 e il 1897 senza riuscire a svelarne il mistero. Si trattava del Lop Nor, un vasto lago salato situato nella Cina nordoccidentale il cui bacino, alimentato dal fiume Tarim, era ed è tuttora soggetto a notevoli variazioni di superficie, inducendo gli antichi esploratori a ritenere addirittura che mutasse nel corso degli anni la sua posizione geografica (da ciò l’appellativo di “errante”). Ma ciò che più appassionò l’esploratore, come risulta dal brano che segue, tratto da uno dei suoi resoconti di viaggio, era la possibilità di risolvere il “complesso di problemi idrografici e geologici relativi al quaternario che sono connessi con il Lago errante”.
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Fu per noi un gran giorno la domenica di Pasqua, 1° aprile 1934, che ci vide riacquistare la libertà dopo un mese di prigionia a Korla. In seguito alla sconfitta, Ma Chungyin, il 'Gran Cavallo', e le sue truppe tungane fuggivano verso occidente, e sulla piccola città del Turkestan orientale dominava l'esercito del Nord, formato da russi bianchi e rossi, mongoli e cinesi, e comandato dal generale Bekteev. Su proposta di costui, Sheng Shih-tsai, supremo governatore militare del Sinkiang, ci aveva suggerito di arretrare verso oriente, nella regione desertica circostante il Lop Nor, e di non andare alla volta della capitale Urumchi prima che fossero trascorsi due mesi, poiché la strada colà diretta, battuta com'era da schiere di soldati tungani in fuga e da bande di saccheggiatori, era ancora pericolosa.
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Altre risorse |
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Il governatore generale, che certo non aveva mai sentito parlare del Lop Nor, non poteva immaginare con quanto piacere la sua decisione venisse da noi salutata, e soprattutto da me: con tanto ardore desideravo infatti rivedere quei luoghi che duemila anni prima erano stati così fiorenti, e nei quali il Lago Errante aveva fatto ritorno al suo antico letto nel 1921, insieme con l'estremo corso inferiore del Tarim.
Gli ultimi giorni di marzo ci avevano visti indaffarati dalla mattina alla sera a cucire nuove tende leggere, a far provviste di farina, riso, uova, frutta, nei villaggi dov'era possibile trovarne, a riparare le macchine, caricandole di tutta la benzina ch'era ancora rimasta, e infine a preparare i nostri bagagli personali. Quel che non era necessario fu lasciato in una stanza sigillata che prima ci aveva fatto da prigione e dove anche un autocarro in avaria fu affidato ai soldati affinché lo custodissero fino al nostro ritorno.
Come accade di solito quando si dà avvio a un'impresa di un certo rilievo, avevamo rinviato all'ultimo momento una quantità di piccole cose: sarti, falegnami e fabbri recavano i loro conti; dai villaggi circostanti i contadini, avendo sentito che pagavamo lautamente le loro mercanzie, portavano pale, picconi e brocche di rame... e così il tempo volava, e mezzogiorno era già passato prima che potessimo levare l'ancora. Le porte del cortile, che si affacciavano su una piccola strada, fiancheggiata da bassi muri e case di fango grigio, si spalancarono, e la folla dei curiosi si aprì al passaggio delle automobili sovraccariche che si spinsero fuori, reboanti in un nugolo di polvere.
In tempo di guerra, quando la maggior parte della popolazione s'era dispersa in cerca di luoghi tranquilli, nessuno era rimasto a regolare i canali d'irrigazione, che avevano così inondato parzialmente la strada. Con l'acqua spumeggiante intorno alle ruote, i nostri tre autocarri attraversarono a precipizio gli allagamenti, ma la vettura si piantò, e per trarla dal pantano si dovette far ricorso a un cavo e all'aiuto di alcuni contadini dei dintorni.
Per qualche minuto sostammo nel luogo, ormai famoso, dell'offensiva dell'11 marzo: nei tronchi dei salici erano ancora visibili i fori dei proiettili tunganici. Ma ora nessun altro pericolo incombeva all'infuori dei fragili ponti di legno, che stranamente ressero ai nostri pesantissimi carichi. I filari di salici erano finiti, e all'ultima casa colonica scorgemmo delle donne; seguì un tratto di steppa senza alberi né cespugli, e il viaggio continuò verso sud su uno sterile gobi.
Questa fascia desertica è breve, e ben presto ci trovammo ancora ad attraversare nubi di polvere, su un terreno molle, lievemente ondulato e coperto di vegetazione. Superammo diversi canali, un paio abbastanza grandi. Un ponte cedette sotto un autocarro, sicché perdemmo un po' di tempo per rimettere il gigante sulle sue quattro ruote. Al crepuscolo giungemmo alle prime case del villaggio sparso di Shinnega, ora abitato da poche famiglie turche. Attraverso un intrico di piccoli coni argillosi coperti di vegetazione, tra radi alberi e casali per lo più abbandonati, attraversando canali su pessimi ponti di legno, andammo in cerca di un posto adatto per il nostro cinquantaduesimo campo, e lo trovammo in riva a un canale d'irrigazione più grande degli altri.
L'anziano di Shinnega e dei dintorni, chiamato in turco bek e in cinese hsiang yeh, era un nobile di nome Seidul. Costui si mise subito a nostra disposizione con la sua servitù. Aveva capito che eravamo gente dabbene, d'Europa o di Cina, non selvaggi tungani che saccheggiavano a piacimento e nulla pagavano di quel che prendevano. Promise di procurarci tutta la farina e il riso, le uova e le pecore ch'era possibile rimediare nell'oasi, e tenne fede al suo impegno con nostra completa soddisfazione.
Quella sera ci volle un bel po' prima che il silenzio calasse sulle nostre tende. I nostri meccanici, Georg Söderbom e Effe Hill, insieme coi due autisti mongoli Serat e Jomcha, come d'uso dovevano controllare le macchine e riparare qua e là qualche guasto. In piena notte un paio di carri trainati da buoi passarono scricchiolando, e i gridi d'incitamento dei guidatori alle bestie risonavano striduli nel silenzio. Erano profughi che rientravano ai loro campi.
[…] Qual meraviglia, che magnificenza! Non v'è parola per descrivere quanto fossi felice. Un intero mese avevamo passato tra la soldataglia tungana, minacciati di morte e chiusi tra le quattro mura di un carcere, senza ombra di libertà. Ora ci trovavamo dinnanzi a una distesa selvaggia e deserta, senz'altra protezione che quella dei due affabili cosacchi, per i quali quel viaggio in barca era una gradita interruzione del pesante servizio militare, e ben presto avremmo voltato le spalle agli ultimi esseri umani su questa parte di terra. Avrei trascorso ancora tanti giorni della mia vita su un fiume asiatico: di simili viaggi conservavo incancellabili e preziosi ricordi. Nel 1899 avevo esplorato in traghetto l'intero Tarim verso valle, mentre l'anno successivo avevo navigato per i sinuosi bracci del suo delta d'allora tracciandone la carta. Nel 1907 avevo fatto un viaggio molto breve ma indimenticabile e pittoresco sul Tsangpo, o Brahmaputra superiore, nel Tibet. Nove anni dopo percorsi in traghetto 104 miglia svedesi [1.040 chilometri] sull'Eufrate da Jerablus fino a Feluja, e nel 1930 con una giunca cinese discesi il Luan-ho da Jehol alla costa.
E ora di nuovo cominciavo un viaggio idilliaco su un fiume dell'Asia. Ma questo nuovo viaggio era più importante dei precedenti: doveva porre l'ultima pietra alla soluzione di quel complesso di problemi idrografici e geologici relativi al quaternario che sono connessi con il Lago Errante. Questo viaggio sul Konche-daria e la sua continuazione sul Kum-daria mi sembravano dunque assai più attraenti e invitanti di qualsiasi altra esplorazione fluviale.
Vivevamo sull'acqua. Era l'acqua a servirci da forza motrice e a condurci senza posa sempre più vicino alla nostra meta lontana. Compatta e grave, la massa d'acqua del Konche-daria scorreva verso oriente nel suo letto dalla lieve pendenza e dall'andamento capriccioso. Il corso su cui navigavamo era la parte inferiore di tutto il sistema idrografico che confluisce nel ramo principale del Tarim. Scivolavamo su un fiume che sarebbe divenuto tanto più piccolo quanto più fossimo avanzati verso oriente. A un paio di giornate di viaggio avremmo superato gli ultimi piccoli affluenti provenienti dal Tarim, e poi sarebbe cominciata una serie di laghi e paludi che, pretendendo ciascuno un tributo d'acqua dal fiume, gliene lasciano sempre meno.
Grazie al viaggio compiuto dal docente Nils Hörner e da Parker C. Chen nell'inverno 1930-31, sapevamo che l'affermazione secondo cui il fiume arrivava fino a tre giorni di viaggio da Tun-hwang era erronea. Sapevamo pure dov'era situato il Lop Nor e dove cessava il Kum-daria. Una questione soltanto era ancora aperta, vale a dire se il fiume fosse navigabile fino alla regione dove Hörner e Chen avevano esplorato il suo delta. Questo era il grande fascino del viaggio di scoperta cui davamo inizio il 5 aprile.
L'acqua grigio-verde su cui scivolavamo veniva da regioni lontane. Chi ne avesse riempito un bicchiere attingendola dal fiume, si sarebbe dissetato, ma le gocce d'acqua non potevano rivelare in qual punto della terra fossero precipitate dalle nubi, per raccogliersi poi nel Tarim attraverso ruscelli e affluenti. Il Kashgar-daria, il Gez-daria e il Raskan-daria portavano acque provenienti dalle nevi eterne e dai ghiacciai azzurri del Pamir, del Kara-korum e del Tibet occidentale. Dai monti Kun-lun, attraverso il Kara-kash e lo Yurun-kash, giungevano i tributari del Khotan-daria, che per qualche mese estivo si univa col Tarim. E tramite l'Aksu-daria i Tienslian e i Khan-tengri inviavano il proprio contributo al corso principale. Gran parte dell'acqua che sciabordava e gorgogliava sotto le nostre canoe traeva origine dai Tien-shan, dove sono situate le sorgenti del Khaidugol, il fiume che all'inizio di marzo avevamo attraversato presso la città di Kara-shahr.
Bere un sorso d'acqua del fiume, sul quale ora dovevamo vivere per un certo periodo, non era dunque come bere da una sorgente o da un ruscello tra i monti. V'era qualcosa di singolarmente meraviglioso in quell'acqua, in quella sorsata ch'era un insieme di tributi di tutta l'Asia interna, della vera Asia centrale, di quella corona montuosa formata da alcune tra le più alte e selvagge vette della terra, che a nord, a occidente e a sud cingono il bacino del Tarim. Ci si abitua presto, ma sulle prime si è preda di un profondo sgomento al pensiero dell'enorme universo montano donde scaturisce la sorgente di questo fiume, che lentamente scorre verso oriente nel suo corso sinuoso. Si ricevono saluti, e si ricambiano brindando, dalle lontane e alte regioni dei ghiacciai e delle nevi eterne, dove l'Ovis Poli, la pecora selvatica di Marco Polo, dalle possenti corna arcuate, vive la sua libera vita balzando agilmente di rupe in rupe. Pareva quasi di udire lo scroscio dei torrenti, formati dalle nevi disciolte, sulle cui rive le antilopi orongo e gli yak selvatici pascolano in santa pace, e s'udiva persino l'eco morente dei monotoni canti dei cacciatori tibetani e gli spari dei loro fucili ad avancarica. Nelle regioni dove il fiume è ancora giovane scalpitano branchi d'asini selvatici che vengono assaliti dai lupi affamati. Nei prati e nei pascoli delle alte valli dei Tien-shan, dove i kirghizi e i mongoli avevano le loro yurte, le greggi e i pastori si dissetavano con quest'acqua, le cui ultime correnti ora ci portavano sempre più verso oriente.
Con le mie carovane di cavalli, di yak o di cammelli avevo percorso tutte le regioni, dove le sorgenti di questo fiume cantavano le loro perenni canzoni argentine, e già quarantaquattro anni erano trascorsi da quando per la prima volta le avevo conosciute. Non era dunque tanto strano che in me questo viaggio suscitasse l'impressione di un ritorno, e che io guardassi come vecchi amici i mulinelli impegnati in un'agile danza silenziosa sulla superficie del fiume. Mi sentivo proprio come a casa mia, tra cose note.
[…] Mai mi è capitato di pompare un indigeno per la sua sapienza come quel 20 febbraio del 1928, e realizzai subito che quella giornata avrebbe avuto un posto nella storia dell'esplorazione dell'Asia centrale. Così ci veniva offerta la soluzione dell'enigma del Lago Errante. Era la risposta alle polemiche corse tra Richthofen e Przeval'skij, tra Kozlov e me, nonché alle indagini e alle spiegazioni di Huntington e Stein.
Dal 1896 m'ero occupato del problema geografico del Lop Nor. L'antica Via della Seta era passata lungo la riva settentrionale del lago e lungo il Kuruk-daria. Lou-lan era stata la capitale della regione. Quando, verso il 330, il fiume e il lago s'erano spostati più a sud, la Via della Seta era rimasta interrotta e Lou-lan era stata abbandonata e dimenticata. Ora l'acqua aveva fatto ritorno ai suoi alvei originari e nuove prospettive storicamente significative si dispiegavano dinnanzi ai nostri occhi. Aridità, silenzio di morte e oblio avevano per sedici secoli avvolto quella regione, che ora veniva così improvvisamente alla ribalta, e alla nostra spedizione era toccato di riannodare in un tutto la catena spezzata. Dietro di noi stavano i duemila anni durante i quali il Lop Nor era stato conosciuto dai cinesi, davanti a noi... c'era da esser presi da vertigini al pensiero degli innumerevoli e nebulosi anni di là da venire in cui nuove vie commerciali, per automobili, per treni e strategiche sarebbero state costruite nel cuore dell'Asia e nuove stazioni e città sarebbero sorte in un tratto di deserto che per un millennio e mezzo era stato così povero da non poter sostentare neppure gli scorpioni e le lucertole. Solo i cammelli selvatici vi si erano qualche volta smarriti scendendo dalle loro sorgenti salate nei Kuruk-tagh. Ma ora che le acque erano ritornate e gli uomini avanzavano, le vaganti navi del deserto con spavento avrebbero visto restringersi i confini dei loro antichi regni e ne sarebbero stati respinti.
Come erano state faticose e dure le marce sul letto del Kuruk-daria ventotto anni prima! Si riaffacciava alla memoria l'aspetto dell'ampio, profondo e sinuoso alveo disseccato e le boscaglie morte delle rive. E gli alberi simili a stele di tombe in un cimitero, grigi, spaccati, morti da mille e seicento anni, fragili come vecchi cocci! Niente vita, non una goccia d'acqua in quel letto dove un tempo era passato un fiume possente e il vento del deserto aveva cantato tra rigogliose corone di pioppi. E v'era stata una città con templi riccamente ornati e stipa simili a torri, eretti in onore del Buddha. Una forte guarnigione l'aveva presidiata contro i barbari del Nord, e nei caravanserragli e nei mercati, commercianti d'Occidente, dell'India e della Cina avevano trattato i loro affari. Imballate e cucite in sacchi a dorso di cammello o su carri trainati da buoi erano state portate le preziose sete cinesi di cui le etere della Roma imperiale s'erano adornate per la danza.
Questi i miei pensieri quando correva l'anno 1900! Nel 1921 il fiume era ritornato al suo antico letto e nel 1928 ne ricevevo la prima notizia: la mia predizione s'era avverata. Che venissi a conoscenza dell'accaduto prima di tutti gli altri uomini colti della terra, era una disposizione del destino così meravigliosa e inverosimile, che anche in un poema sarebbe stata sentita come inappropriata.
Frattanto, da Turfan proseguimmo verso la capitale della provincia del Sinkiang, Urumchi, dove ricevemmo ospitale accoglienza dal governatore generale maresciallo Yang Tseng-hsin.
Ma le descrizioni orali di Tokhta Ahun non erano per noi sufficienti. Gli orientali possiedono una fervida fantasia e per loro il concetto di verità è qualcosa di molto elastico. Dovevamo controllare coi nostri occhi e coi nostri strumenti che le affermazioni di Tokhta Ahun corrispondessero alla realtà.
Senza difficoltà ottenni dal maresciallo Yang il permesso di inviare subito il nostro geologo dottor Erik Norin giù al fiume resuscitato.
Partito l'11 aprile 1928 dal piccolo villaggio di Singer nei Kuruk-tagh, Norin vide a un tratto, a un miglio [10 chilometri] di distanza verso sud, le acque del nuovo fiume brillare ai raggi del sole. Finché l'alveo era rimasto senz'acqua aveva avuto il nome di Kuruk-daria, 'Fiume Secco', ma ora i turchi orientali lo chiamavano Kum-daria, 'Fiume delle Sabbie', nome usato ovunque da Tömenpu fino al Lop Nor.
Norin fu il primo europeo che vide il Kum-daria serpeggiare come un nastro azzurro attraverso il pallore grigio-giallo del deserto. Lo seguì per 220 chilometri verso oriente, fino a un punto sito a un paio di miglia [20 chilometri] a nord nord-est da Lou-lan, tracciò la carta del suo corso, per quanto gli fu possibile osservare dalla riva, e trovò che la gran massa d'acqua seguiva grosso modo il medesimo alveo di cui avevo eseguito i rilievi cartografici ventotto anni prima. Nel suo corso superiore il fiume era largo da 100 a 150 metri e profondo parecchi metri, con una velocità di 1 metro al secondo.
A nord di Lou-lan il fiume si ramificava in un delta interno che impedì a Norin di avanzare fino alle rovine della città.
Già allora le canne si stendevano a perdita d'occhio sulle rive. Nuove tamerici vi mettevano radici e semi di piante venivano portati dalla corrente sempre più all'interno di quel deserto che, nella mia giovinezza, aveva gli stessi caratteri di morte e desolazione della superficie lunare. Ora c'erano antilopi e lepri, cinghiali grufolavano nei canneti e nei laghi azzurri brulicavano anitre e oche, mentre cicogne e aironi cercavano da mangiare negli acquitrini.
Accompagnato dal nostro giovane astronomo dottor Nils Ambolt, nei mesi di febbraio e marzo del 1930 Norin completò l'esplorazione del Kum-daria ch'egli seguì fino a 90° di longitudine est, cioè fino a 40 chilometri da Lou-lan in direzione nord nord-est. La carta dei Kuruk-tagh e di certe parti del paese a sud di quei monti, frutto del lavoro congiunto di Norin e Ambolt, è d'una precisione che raramente si trova nella cartografia di zone desertiche della terra.
Nell'autunno del 1928 tentai invano di ottenere dal nuovo governatore generale del Sinkiang, il cocciuto e angusto Chin Shu-jen, il permesso di recarmi io stesso sul Kum-daria, per inoltrarmi in inverno, quando il corso d'acqua è gelato, fino al lago terminale, il nuovo Lop Nor. Il lago doveva trovarsi nello stesso letto in cui le carte e i geografi cinesi ponevano il P'u-ch'ang-hai, e che Norin e Ambolt, a causa della stagione avanzata e della mancanza di canoe, non avevano potuto raggiungere. I loro compiti inerivano del resto ad altri campi, perché l'interesse principale di Norin era la geologia e quello di Ambolt riguardava le osservazioni astronomiche, e io m'ero accordato con loro che l'esplorazione del Lop Nor sarebbe toccata a me. Ma l'ostilità del governatore mi fece rinunziare a quel piano.
Fu allora, nel dicembre 1928, che il dottor Hummel, io e il professor Hsü Ping-ch'ang ci recammo a Nanchino per protestare contro l'irremovibilità del governatore generale. Il generale Chang Kai-shek ci promise il suo aiuto. Le circostanze, però, mi indussero a seguire un'altra traccia e per il momento il Lop Nor dovette attendere.
Avevamo chiari i tratti principali del problema: mancava solamente l'esplorazione del lago terminale. Nel 1928 cinque membri della nostra spedizione avevano percorso il delta del basso Tarim, per la prima volta esplorato da Przeval'skij, e dove anche io vent'anni prima ero passato con cammelli, canoe e traghetti. Due di essi, l'archeologo Folke Bergman e il meteorologo dottor Waldemar Haude mi inviarono dei rapporti sul loro viaggio e le loro osservazioni. Avevano trovato i corsi inferiori del Tarim e del Konche-daria quasi prosciugati. Solo nel periodo delle piene una modesta quantità d'acqua riuscì a introdursi nei loro letti. Fino all'altezza d'Arghan, secondo le osservazioni di Bergman, dopo il 1924 non era più arrivata una goccia d'acqua corrente. Nel letto abbandonato del Tarim non restavano che pozze d'acqua stagnante.
Era quindi chiaro che sia il Tarim sia il suo affluente Konche-daria nel 1928 avevano ormai trasferito il proprio corso nell'antico alveo asciutto del Kuruk-daria, che ora portava il nome di Kum-daria. Con ciò risultava che la mia teoria era esatta anche riguardo al fatto che non solo il Konche-daria ma anche i rami principali del sistema fluviale del Turkestan orientale, dopo il 1921, erano passati nell'antico letto del Kuruk-daria. Già il 12 marzo 1900, in occasione della mia visita a Ying-p'an, avevo capito che anticamente l'intero Tarim era passato per il letto colà esistente, nella cui parte più profonda era ancora contenuta una pozza salata, e nella mia descrizione del viaggio scrivevo:
'Perfino gli indigeni pensavano che noi ci trovassimo presso l'antico corso di questo fiume (il Tarim). Le tracce d'acqua, tuttavia, non si estendono più a oriente, l'alveo è secco come esca finché si perde nel bacino ugualmente secco dell'antico Lop Nor'.
Sven Hedin, Il lago errante, traduzione di F. Brunelli, Cierre Edizioni, Verona 1994.
Compare in
Tarim; Lop Nur; Esplorazioni geografiche; Hedin, Sven Anders; Xinjiang Uygur
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