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Filicudi, compresa nell’arcipelago delle Eolie tra Alicudi (a ovest) e Salina (a est), ha una forma ellittica che si allunga a una estremità con la penisola di Capo Graziano. L’isola è costituita dalla parte superiore di una complessa struttura vulcanica sommersa. La conformazione geologica, le caratteristiche fisiche e la storia dell’isola sono descritte nel brano che segue, tratto dalla Guida Rossa Sicilia del Touring Club Italiano.
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I Latini traducendo dal greco la chiamarono Phoenicodes e Phoenicussa, da cui trae origine la moderna denominazione. L’etimologia da alcuni viene spiegata dall’abbondante vegetazione di palme che esisteva, oggi quasi del tutto scomparsa, da altri per la presenza sull’isola di stabilimenti fenici. La parte visibile di Filicudi è la sommità di una complessa struttura vulcanica sommersa. Nella vicenda, che iniziata nel Pleistocene si è conclusa prima dell’inizio del Tirreniano, si sono prodotti numerosi centri eruttivi, strato-vulcani centrali, e cupole di ristagno. Alla fine, sei differenti edifici vulcanici si possono identificare: quattro, dal più antico filo di Sciacca, posto lungo la sezione della costa di levante (poco a nord di Filicudi Porto), a Zucco Grande, Fossa delle Felci e Monte Terrione, mostrano i caratteri tipici di uno strato-vulcano: colate laviche e prodotti piroclastici in successione. I due rimanenti edifici, la Montagnola e capo Graziano, hanno forma propria delle cupole di ristagno e segnano le ultime fasi dell’attività vulcanica sull’isola. La composizione delle rocce è compresa tra i basalti e le andesiti ricche in potassio e solidificate in condizioni di elevata pressione parziale di O2 (ossigeno). Non vi sono fenomeni di attività vulcanica secondaria, anche se fino alla fine del secolo scorso, nella parte nord dell’isola, veniva segnalata una sorgente di acqua calda, oggi non più rintracciabile.
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Alcuni scogli emergenti a ca. 1 Km dalla costa di nord-ovest fortemente erosi dalla violenza del mare, la Canna, Montenassari e lo Scoglietto, propongono una maggiore estensione dell’odierna isola in direzione ovest. Le coste selvagge e inospitali quasi sempre a picco sul mare (tranne il pianoro dell’istmo, Piano del Porto, che congiunge capo Graziano al resto dell’isola), fortemente scoscese, solcate da sciare e profonde incisioni sono uno scenario di singolare bellezza.
La vegetazione tipica della macchia mediterranea (corbezzolo, lentisco, erica arborea, felce aquilina, ginestra e il consueto addobbo di composite) ha riconquistato il dominio del territorio, un tempo faticosamente messo a coltura e oggi abbandonato, raramente interrotta da qualche macchia di essenze arboree (leccio, roverella e, in alcune vallette più umide, salice, frassino e bagolaro). In prossimità delle case ancora abitate altre varietà (pino, bouganvillea, ibiscus), di recente introduzione, vegetano circondate dalle specie tipiche dei giardini di terraferma.
Ma è il mare circostante, limpido e luminoso, che attrae maggiormente per la ricchezza delle varietà ittiche che lo popolano e per la suggestione degli scorci e dei panorami che offrono le coste.
Pochi e isolati frammenti di ceramica neolitica (dello stile di Diana, ca. 3000 a.C.) ritrovati sulla Montagnola di capo Graziano rappresentano, allo stato attuale degli scavi, i segni del primo insediamento umano sull’isola. Numerose sono, invece, le reliquie dell’età del Bronzo: in un primo tempo (1600-1700 a.C.) un villaggio sorge sulla costa sud del Piano del Porto, in contrada Filo Braccio in direzione dell’ormai distrutta casa Lopez, singolare abitazione fortificata per difendersi dalle incursioni dei pirati barbareschi, in una posizione che rivela l’assenza di una necessità difensiva. L’erosione cui è sottoposto il terreno ha portato alla luce parte del villaggio ma solo alcune capanne ovali, edificate con tecnica grossolana e più volte ricostruite, anche con spostamenti di posizione, sono state oggetto di scavo. Il materiale fittile recuperato possiede già le forme tipiche della facies culturale, che da capo Graziano prende nome, ma privo di decorazioni; non sono venute alla luce ceramiche d’importazione. Durante il 1500 a.C., forse per il pericolo di incursioni provenienti dal mare, il villaggio viene abbandonato e l’abitato si sposta in posizione naturalmente munita dalla inaccessibilità del luogo su tre lati e dalla facilità difensiva del quarto lato. Il villaggio si sviluppa su un pianoro posto a ca. 100 m/slm, e continua a espandersi verso l’alto lungo le pendici della Montagnola di capo Graziano. Una quindicina sono le capanne riportate alla luce dal lavoro degli archeologi di forma ovale, composte da un unico vano, sono edificate con tecnica più evoluta e accurata delle capanne del Piano del Porto e presentano in genere dimensioni minori. Il pavimento era posto a un livello inferiore a quello del suolo esterno in modo tale che, dal mare, fossero visibili solo i tetti di paglia. Molte recano evidenti tracce di ripetute ricostruzioni, talvolta con un sensibile mutamento di sito. L’edificazione di nuove capanne, e l’ultima ricostruzione di alcune di esse avvenuta nel periodo culturale successivo, suggeriscono che non vi sia stata soluzione di continuità tra l’abitato della cultura di capo Graziano e quella del Milazzese (1400-1270 ca. a.C.). Il materiale rinvenuto in entrambi i livelli consiste prevalentemente in ceramiche, appartenenti alla fase evoluta della cultura di capo Graziano, decorate con sottili tratti incisi e frammenti di ceramiche egee importate. Una necropoli, della fase culturale più antica, è stata ritrovata sui versanti sud e est della Montagnola di capo Graziano: le tombe, del tipo a inumazione collettiva, che in questo periodo in tutta la Sicilia avveniva entro grotticelle artificiali e che qui, per la durezza della roccia, non si potevano scavare, erano poste negli anfratti del terreno. Una distruzione violenta, avvenuta forse agli inizi del secolo XIII a.C., segna la fine della vita nel villaggio e l’isola sembra rimanere a lungo disabitata.
I segni di età classica si riducono a tracce di abitati, a ceramiche con vernice nera di epoca greca e di terra sigillata di età romana rinvenute nelle contrade Siccagni e Zucco Grande, a una grande cisterna e tracce di edifici romani identificati al Piano del Porto e, sulla Montagnola di Pecorini, a un masso con nome greco inciso. L’archeologia marina, in diverse campagne di ricerche più o meno sistematiche, ha recuperato, da almeno nove diversi relitti di navi naufragate presso l’insidioso capo Graziano, un’anforetta micenea del secolo XV a.C., gruppi di anfore diversamente databili dal secolo IV a.C. fino all’età tardoimperiale e cannoni di bronzo da una nave da guerra del secolo XVII-XVIII d.C. Il materiale proveniente dagli scavi e dai recuperi marini è esposto al Museo di Lipari.
Guida d’Italia. Sicilia, Touring Club Italiano, Milano 1989.
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Filicudi
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