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L’isola è incastonata all’estremità meridionale del golfo di Napoli; ha coste rocciose, a picco sul mare, in molti punti dirupate e inaccessibili, con grotte magnifiche e scogli erosi dal vento. La morfologia costiera e una natura generosa hanno fatto di Capri una delle mete turistiche più celebri al mondo. Il brano tratto dalla Guida Rossa Napoli e dintorni del Touring Club Italiano ne racconta la storia.
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L’isola fu abitata fin dal Paleolitico, come dimostra il ritrovamento, in occasione di scavi eseguiti nel 1905-1906, di armi in selce amigdaloide, insieme ad avanzi fossili di fauna paleolitica (Elephas primigenius, orso speleo ecc.); ciò prova che l’isola era allora un prolungamento della Penisola Sorrentina. Preziose documentazioni relative alla fine dell’età neolitica sono state date dai ritrovamenti nella Grotta delle Felci (aperta nella parete sud del monte Solaro) di vari armi utensili in selce, ossidiana e arenaria quarzosa, di ceramica a fondo giallo con fini decorazioni lineari brune, e di vasi a impasto nerastro decorati con solchi spiraliformi.
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Altre risorse |
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Incerta è l’origine del nome: Strabone la chiama Caprea, isola delle aspre pietre; Varrone Capreae derivandola da “capra” o per il profilo dell’isola o perché ospitasse molte capre, oppure da “capros”, cinghiale; non attendibile la derivazione dalla parola ebraica “capraim”, cioè due villaggi; in base alla quale etimologia l’isola sarebbe stata abitata dai Fenici. Alcuni scrittori antichi narrano che Capri fu conquistata dai Teleboi di Acarnania, condotti da Telone, che vi fondò un regno, continuato poi da suo figlio Ebolo; sede fortificata ne sarebbe stata Anacapri.
È certo che l’isola divenne greca anche di costumi e che vi era un celebrato efebeo (luogo di educazione dei giovani); non si conosce tuttavia l’epoca precisa della prima colonizzazione (i vasi rinvenuti nelle più antiche tombe finora esplorate non risalgono a oltre il IV secolo a.C.). Dal 326 a.C. appartenne a Napoli, insieme alla quale fu romanizzata. Augusto la visitò nel 29 a.C. e, avendo avuto un ottimo presagio dal rinverdire di un leccio secco, prese ad amarla, e dai Napoletani l’ottenne in permuta con l’isola più vasta e più fertile di Ischia. L’imperatore vi ritornò e vi dimorò più volte, favorendo i lavori edilizi nell’isola e vi fu per l’ultima volta nel 14 d.C., poco prima di morire. Ma fu il suo successore, il misantropo Tiberio, che si stabilì a Capri nel 26 o 27 d.C., quando aveva 67 anni, e vi trascorse gli ultimi 10 anni di vita (morì tuttavia a Miseno), chiuso in un volontario esilio senza rinunciare al proprio imperio, a rendere celebre l’isola; il suo soggiorno fece sorgere leggende di segrete dissolutezze e crudeltà, alimentate da Tacito e Svetonio, poi esagerate a dismisura dalla fantasia popolare. Qui Tiberio dovette alternare le cure del governo con pause di riposo. Secondo gli storici, 12 furono le ville augusteo-tiberiane dell’isola, forse dedicate alle 12 divinità maggiori, ma non è possibile tra le varie rovine romane, anche per i secolari rimaneggiamenti subiti, controllare il loro numero e la loro ubicazione. Accertate non vi sono che la Villa Jovis (il solo nome antico documentato da Svetonio), sulla collina di Santa Maria del Soccorso, una seconda villa imperiale sul pianoro di Damecuta e una terza sulla spianata di Palazzo a Mare con i cosiddetti Bagni di Tiberio.
Dopo Tiberio l’isola fu a poco a poco dimenticata. L’imperatore Commodo nel 182 vi relegò la sorella Lucilla e la moglie Crispina, figlia di Bruzio Presente (all’ultima è attribuito un ricco sarcofago trovato presso San Costanzo nel 1810, contenente uno scheletro di donna con avanzi di veste ricamata, armille e orecchini d’oro e una moneta di Vespasiano). Si vuole che il terremoto del 366 abbia finito per diroccare le ville romane dell’isola: Quando la Campania era sottoposta all’esarcato di Ravenna è presumibile che anche Capri ne dipendesse forse direttamente sotto i governatori di Napoli e di Amalfi, e che soffrisse delle devastazioni dei Vandali. Pare che nel 523 o 530 il patrizio romano Tertullo donasse l’isola alla Badia di Montecassino, la quale vi ebbe giurisdizione ecclesiastica. Quando Napoli si costituì in ducato, anche Capri dovette esserle sottoposta. Nel VII e VIII secolo incominciarono le incursioni dei corsari (dapprima i Saraceni), intensificatesi nel IX, e durate fino al principio del XIX secolo. Nell’866 l’imperatore Lodovico II donò Capri, insieme agli isolotti Li Galli, a Marino duca d’Amalfi, per compenso dell’opera da questo prestata nel liberare dalla prigionia Atanasio vescovo di Napoli, che Sergio, duca di quella città, aveva fatto rinchiudere nell’isola del Salvatore (attuale Castel dell’Ovo). I cambiamenti della topografia locale rimontano al X secolo: i Capresi, spinti dalle scorrerie musulmane, non trovarono miglior difesa che abbandonare il loro antico abitato alla Marina per trasferirsi nelle alture del centro, fra la cittadella murata e il Castiglione. A quel periodo risale anche la presente architettura stradale, caratterizzata da arcate e porticati molto adatti a una più rapida ed efficiente difesa. Più tardi l’isola fu presa dal principe longobardo Guaimario IV, quindi passò sotto Roberto il Guiscardo, ma al tempo di Ruggero II si ribellò al dominio normanno e nel 1133 il cavaliere siciliano Bernardo di Sariano, per ordine di Ruggero, la riconquistò. Capri passò nel 1191 agli Svevi; nel 1230 ebbe il suo primo grande feudatario nel conte Eliseo Arcucci, forse ammiraglio di Federico II. Nel 1284 il principe di Salerno fece ricostruire le mura del centro di Capri contro gli Aragonesi e infatti poco dopo una flotta di questi tentò invano di conquistare l’isola, difesa da Sergio di Nicolò (in quell’epoca dimorava a Capri Giovanni da Procida); nel 1286 l’ammiraglio aragonese Bernardo di Serricano riuscì a prenderla, sia pur per breve tempo. Nel 1300 Giacomo Arcucci, conte di Altamura, signore di Minervino e di Capri e segretario di Giovanna I d’Angiò, elargì a Capri molti privilegi e vi fondò una grandiosa Certosa (1371-1374), nella quale morì; da parte sua la regina, per benevolenza verso gli isolani che prestavano la loro opera come calafati nell’arsenale di Napoli, concesse loro molte esenzioni. Il passaggio ai Durazzeschi non fece diminuire i benefici ottenuti da Capri sotto gli Angioini, tra i quali il più cospicuo fu quello di poter importare cereali in misura più adeguata alle necessità dell’isola. Sotto il regno di Ladislao fu tramata a Capri la congiura detta “dei custodi del Castello”, che mirava all’uccisione del comandante e alla ribellione al re, sventata dagli stessi isolani, ai quali perciò Ladislao accordò privilegi. Nel 1496 Federico II d’Aragona uguagliò le condizioni di Anacapri a quelle di Capri, contribuendo a comporre il dissidio secolare che divideva i due centri. Tale atto fu confermato anche da Consalvo di Cordova (1506), primo vicerè della nuova dinastia spagnola di Ferdinando II il Cattolico. Nel XVI secolo ripresero più terribili le incursioni corsare: nel 1535 l’ammiraglio di Solimano Khair ad-din, detto Barbarossa, assalì e distrusse il castello di Anacapri, ai resti del quale rimase poi legato il suo nome; nell’agosto del 1553 il corsaro Dragut saccheggiò e bruciò la Certosa; nel 1563 si ebbe un’altra incursione. In seguito a tali scorrerie gli isolani ebbero facoltà di portare armi e poterono forse arrivare alla creazione di una sorta di milizia civica.
Nel 1656 la popolazione fu quasi distrutta da una pestilenza, che sarebbe stata importata da Napoli da un servo di Giacinto Morcaldi che recava al suo padrone una treccia di capelli e un anello della fidanzata, morta in quella città (altri vuole invece fossero Roberto Brancaccio, fidanzato di Giulia Morcaldi). Nuovo benessere ebbe l’isola col ritorno di Napoli a capitale (1734), sotto Carlo di Borbone. Nella seconda metà del XVIII secolo Ferdinado IV la visitò frequentemente per la caccia alle quaglie; indusse gli abitanti a istituire una forza civica armata per difesa contro i pirati, li esentò dal reclutamento per l’esercito, e soppresse il cosiddetto Maestrato di Cappa e Spada nel governo dell’isola (un amministratore che imperava con soprusi e angherie), sostituendolo con un governatore civile. Il conflitto tra i due paesi consigliò però il ritorno al governatore militare (1782). Quando nel 1806 i Francesi entrarono in Napoli, il capitano Chevret occupò anche l’isola di Capri cominciando a fortificarla, ma l’11 maggio una flottiglia inglese vi sbarcò 300 uomini che sopraffecero il piccolo presidio francese. Ferdinando IV mandò allora a Capri un governatore civile e gli Inglesi vi inviarono come governatore militare il colonnello Hudson Lowe, che divenne poi noto come carceriere di Napoleone a Sant’Elena. Egli fortificò l’isola, che allora fu detta la “piccola Gibilterra”. Due tentativi fatti durante il regno di Giuseppe Bonaparte per riconquistare Capri furono sventati, ma succeduto sul trono di Napoli Gioacchino Murat, questi fece fare i preparativi per un attacco in forze; il 4 ottobre 1808 (il Murat assisteva dalla Punta Campanella in mezzo al suo Stato Maggiore). I Francesi forti di ca. 2000 uomini comandati dal Lamarque, dopo finti attacchi a est dell’isola, sbarcarono nelle cale della costa ovest, e il 18 seguente gli Inglesi si arrendevano. Nel 1809 l’isola, già sotto la provincia di Salerno, fu aggregata a quella di Napoli, di cui poi seguì le vicende. I primi scavi archeologici furono promossi dal re Carlo di Borbone (XVIII secolo) e nella Villa Jovis fu trovato il pavimento marmoreo che ora figura nella chiesa di Santo Stefano. Nel 1785 Hadrawa, segretario dell’Ambasciata Austriaca a Napoli, ottenuta la concessione di eseguire gli scavi per conto del re e del regio museo, promosse ricerche archeologiche (1786-1790) che portarono, tra l’altro, alla scoperta sulle pendici nord del Castiglione di una grande villa romana; delle cose rinvenute, molto decantate dall’Hadrawa, rimane solo il ricco pavimento a tarsie marmoree, ridotto in forma ellittica e trasportato prima alla Villa Favorita a Ercolano, poi nel Palazzo Reale di Capodimonte a Napoli. Durante i domini inglese e francese (inizi del XIX secolo) molti resti di edifici romani furono utilizzati per fortificare l’isola. Razionali scavi furono intrapresi negli ultimi decenni sotto la direzione di Amedeo Maiuri, che misero in luce le grandiose rovine, risparmiate dai secolari rimaneggiamenti, di due ville imperiali romane: la Villa Jovis e la Villa di Damecuta.
La fama turistica di Capri cominciò con la rivelazione della Grotta Azzurra, nel 1826. L’isola entrò subito nell’alone della letteratura romantica tedesca e ispirò al poeta Augusto von Platen, che vi soggiornò nel 1827, l’idillio “Il pescatore di Capri”; da allora fu meta preferita, e talvolta fonte d’ispirazione, di scrittori, poeti e pittori, soprattutto tedeschi (Ferdinando Gregorovius, il grande storico della Roma medioevale, ne fece oggetto di una delle più vive descrizioni paesaggistiche del periodo romantico). Agli inizi dell’attuale secolo Capri diventa un rifugio di scrittori ed esuli politici russi; tra essi, Massimo Gorki nel 1906-1907. Ulteriori testimonianze del fascino da essa esercitato nel campo letterario sono, tra l’altro, i “Canti dell’isola” (1924) di Ada Negri e il notissimo romanzo “La storia di San Michele” (edizione italiana 1932) del medico svedese Axel Munthe. Negli ultimi decenni con il rapido accrescersi delle proprie attrezzature ricettive Capri da aristocratico asilo di romantici e di intellettuali si è trasformata in una delle più eleganti e ricercate zone del turismo internazionale.
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Guida d’Italia. Napoli e dintorni, Touring Club Italiano, Milano 1976.
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Anacapri; Arcipelago campano; Capri
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