Approfondimento Encarta Compare in
Intervista a Kurosawa

Intervista a Kurosawa

I film di Akira Kurosawa, uno dei più importanti e prolifici registi giapponesi, sono conosciuti in tutto il mondo per le splendide immagini e per le loro storie. In questa intervista del 1986 per la rivista Cineaste, Kurosawa parlò dell’importanza della politica e della filosofia nei suoi film e consigliò ai giovani registi di leggere i classici della letteratura e di indagare il rapporto tra letteratura e cinema.

Quest’anno, la nomination all’Oscar di Kurosawa come miglior regista è stata un riconoscimento ufficiale, anche se tardivo, al più grande regista giapponese vivente, anche uno dei più grandi registi al mondo. Ran, l’adattamento a lungo sognato da Kurosawa del King Lear di Shakespeare, è il suo 27° film e il culmine di una grande carriera. Durante la visita di Kurosawa a New York lo scorso autunno, coincisa con la proiezione di Ran al New York Film Festival, è stato intervistato per Cineaste da Kyoko Hirano, che ha anche tradotto l’intervista dal giapponese.

Altre risorse

Cineaste: Nell’intervista a una rivista giapponese lei ha detto che in Ran ha voluto descrivere il destino umano da un punto di vista “divino”. Può chiarire questa dichiarazione?

Kurosawa: Non ho detto questo. I giornalisti giapponesi interpretano sempre male quello che dico. Ciò che intendevo era che alcune delle scene principali del film sono basate sulla mia riflessione su come Dio e Buddha, se effettivamente esistono, percepiscono gli esseri umani, questa umanità sempre ferma sugli stessi modelli di comportamento. Kagemusha è girato dal punto di vista di un kagemusha [guerriero-ombra, N.d.R.], che vede le battaglie in cui è coinvolto e anche il periodo di guerra civile da un punto di osservazione molto circoscritto. Questa volta, in Ran, volevo avere una visuale più ampia… più imparziale. Non intendevo guardare attraverso gli occhi di una divinità.

Cineaste: Che tipo di pubblico ha visto Ran in Giappone?

Kurosawa: Un pubblico molto vasto che naturalmente include il pubblico abituale dei miei film. Questa volta sono andate a vederlo molte donne, e non ne conosco esattamente la ragione. So che alcune signore piuttosto anziane che lavorano come portamazze nei campi da golf vicino al monte Fuji, dove sono state girate alcune scene, sono andate a Tokio per vedere il film. A loro il film è piaciuto molto e mi hanno chiesto di girarne un altro.

Cineaste: Lei era solito girare film affrontando questioni politiche e sociali più direttamente, come per esempio in Scandalo (1950) e I cattivi dormono in pace (1960). Recentemente i suoi film sono ambientati nel passato e sembrano avere un’impronta più filosofica.

Kurosawa: Credo che il mondo non cambierà anche se io dico fate questo o quello. Anzi, il mondo non cambierà se non cambieremo radicalmente la natura umana e il nostro modo di pensare. Dobbiamo esorcizzare la malvagità insita nella natura umana, invece di cercare di dare soluzioni concrete o parlare di problemi sociali. Per questo i miei film sono diventati più filosofici.

Cineaste: La pensava così quando era giovane?

Kurosawa: No, quando ero giovane non la pensavo così ed è per questo che ho fatto quei film. Ma mi sono accorto che non funziona. Il mondo non cambierà. Non si tratta di spostare le cose da destra a sinistra. Ho affrontato problemi che trascendono periodi specifici. Sono convinto che nei miei film sto dicendo ciò che dovrei dire. Tuttavia, non credo che i messaggi dei miei film siano tanto evidenti, sono solo il prodotto finale delle mie riflessioni. Non sto cercando di trasmettere un messaggio in particolare, il pubblico non vuole questo. È sensibile a certe cose e le sfugge. La gente va al cinema per divertirsi. Credo però di essere riuscito a renderla consapevole di certi problemi senza farglielo pesare.

… I critici possono influenzare il pubblico di oggi in maniera negativa: vedono i film qui [indicando la sua testa N.d.R.] No! Devono guardare i film qui [indicando il suo cuore N.d.R.] perché io faccio film in questo modo. Non mi va che cerchino di argomentare ogni cosa. Una persona che paga per andare al cinema vuole vedere un film e basta. Inoltre non credo che il cinema sia semplicistico, ma complesso. Idealmente un film dovrebbe essere sferico; so che è impossibile, ma è ci si può avvicinare a questa forma. Un film dovrebbe attrarre persone complesse e riflessive e allo stesso tempo piacere a gente semplice. Un film che piace a un piccolo gruppo di persone non funziona. Dovrebbe soddisfare molti tipi di persone, tutti.

Cineaste: Ha mai ricevuto pressioni politiche quando i suoi film trattavano più direttamente questioni politiche?

Kurosawa: Alla fine di Ikiru, per esempio, dopo il funerale, la burocrazia ristabilisce il potere nell’ufficio del protagonista. Il vice presidente della società di produzione mi disse che nel film avevamo criticato la burocrazia a sufficienza e che l’ultima scena non era necessaria. Risposi che se voleva tagliare quella scena era libero di farlo ma che, in quel caso, avrebbe dovuto tagliare anche tutte le altre scene del film. La società era in perdita e così, alla fine, mi dissero che il film andava bene com’era.

… Le società produttrici hanno cercato di cancellare le scene nelle quali ho detto chiaramente quello che pensavo ma io non ho mai ceduto a queste pressioni. Lei ha detto che io ho fatto film su problemi attuali. Suppongo che se oggi scegliessi come soggetto problemi attuali nessuna società produttrice oserebbe distribuirli e se nessuno distribuisce questi film io non ho ragioni per farli.

… Nell’ultima scena di I cattivi dormono in pace, tutto il pubblico deve aver dedotto che la persona che parla al telefono, il grande corruttore, fosse l’allora premier Kishi. Questa è la ragione per cui la società non ha più riproposto il film, anche se tutti volevano rivederlo. Francis Ford Coppola ha detto che è il suo film preferito. La società non voleva distribuire il film finché non fosse chiarito chi era quel personaggio misterioso. Io volevo essere capito anche se i dirigenti della società non erano stati in grado di capire quando lessero la sceneggiatura. Ecco perché la approvarono e investirono il loro denaro. I dirigenti sono sempre le persone che capiscono i film per ultimi.

Cineaste: Sono peggiori dei critici cinematografici?

Kurosawa: Sicuramente. Noi scriviamo le sceneggiature abilmente e gliele sottoponiamo. I dirigenti delle società davvero non capiscono. Invece di critici ce ne sono di tutti i tipi. Molti critici giapponesi sono strani. Scrivono recensioni come se tra di loro ci fossero certe regole, tipo “Questa volta io scrivo una recensione positiva e tu ne scrivi una negativa”. E lo fanno a seconda di chi li paga e non per loro volontà o per loro scelta.

Cineaste: Recentemente in Giappone certa critica cinematografica si è intellettualizzata da quando gli accademici hanno cominciato a scrivere di cinema servendosi di certe discipline come lo strutturalismo. Crede che questo sia servito a migliorare la qualità della critica?

Kurosawa: Usano una terminologia estremamente pedante. Io non credo in queste razionalizzazioni o in questi gerghi. I film dovrebbero essere più in relazione ai sentimenti umani, più spontanei. Per esempio, che cosa dire del “pensiero perpendicolare nel cinema”? Loro vogliono utilizzare questo linguaggio, ma io non lo capisco. Ed è così anche per la critica musicale. Toru Takemitsu e altri, cercando di decifrare questo linguaggio, hanno concluso che questi critici non capiscono niente.

… Hideo Kobayashi [un famoso critico, N.d.R.] dopo aver scritto tantissime recensioni, ha concluso che gli unici che le hanno approvate sono stati coloro che avevano apprezzato i lavori in questione. Lui credeva che il ruolo della critica fosse quello di incoraggiare gli artisti, segnalando gli aspetti positivi dei loro lavori: indicare gli aspetti negativi è assurdo. Allora è meglio non parlare. Anche se fai una critica dura, il lavoro non migliorerà. Se non ti piace è meglio ignorarlo. Questo è ciò che ha detto Kobayashi.

… Gli artisti e i critici non andranno mai d’accordo. Gli artisti vogliono le lodi, che le meritino oppure no. La cosa peggiore che può fare un critico è scrivere una recensione negativa quando tutti hanno apprezzato quel lavoro, e non perché sia convinto di quello che scrive ma perché vuole distinguersi. I critici sono liberi di giudicare e parlare male. Però quello che non tollererò mai è ricevere un attacco ostile, che mi definisca pazzo e stupido. Davvero non so che cosa ho fatto a quel tipo per meritarmi questo. La critica dovrebbe essere fatta con affetto, non con ostilità.

… La critica in Giappone dice cose incomprensibili. Questa volta, per esempio, hanno detto che ho girato Ran per fare soldi. Ma se si trattava solo di questo avrei fatto un film più facile. Questo film era troppo difficile. Ma io sono abituato alle calunnie. Sarebbe falso dire che non mi importa, ma le ignoro.

Cineaste: Una volta ha detto che la cosa più importante per i giovani che aspirano a diventare registi è la lettura dei classici. Lo pensa ancora?

Kurosawa: Certamente. Leggere tutto è praticamente impossibile, e quindi si devono individuare gli scrittori che piacciono di più. Poi bisogna scoprire i lavori preferiti di questi scrittori e leggerli varie volte; così si approfondisce la conoscenza dei personaggi. Il livello di comprensione dopo una lettura o dopo dieci è molto diverso. Anche per gli attori è molto importante capire i personaggi che devono interpretare.

… L’ideale sarebbe scrivere sceneggiature. È basilare per fare film, perché una bella sceneggiatura può diventare un ottimo film anche nelle mani di un regista mediocre, ma una sceneggiatura scadente non diventerà mai un bel film, neanche se a girarlo è un grande regista. Quindi è necessario rendersi conto dell’importanza della sceneggiatura. Inoltre, quando si vuole studiare regia, usare pellicole e costruire scene è estremamente costoso e questa opportunità di solito non viene offerta. Invece, per scrivere una sceneggiatura è sufficiente avere carta e penna. In Giappone, le televisioni hanno bisogno di buone sceneggiature e così il cinema. Se scrivi una buona sceneggiatura significa immediato guadagno. Ho sempre suggerito ai giovani di scrivere sceneggiature, ma loro non lo fanno.

… Balzac una volta disse che la cosa più importante per un romanziere è tollerare il noioso lavoro di scrivere, riga dopo riga, le lettere dell’alfabeto. Questi giovani non sono abbastanza pazienti… E inoltre non vogliono nemmeno fare lo sforzo di leggere romanzi. Anche se si credono pieni di talento non lo possono dimostrare. Con Ran ho aiutato dei giovani che aspiravano a essere assistenti registi. Ne ho scelti tre, tra molte richieste, basandomi sulle sceneggiature che avevano presentato. Ho cercato di incoraggiare giovani talenti. Anche un ragazzo italiano che è diventato assistente alla regia di Ran. Ha imparato a parlare e a scrivere in giapponese.

… Scrivere e leggere dovrebbe diventare un’abitudine; altrimenti non si va avanti. Oggi i giovani assistenti alla regia non scrivono sceneggiature, perché, dicono, sono troppo impegnati. Io ho sempre scritto. Quando si girava in esterni il lavoro di un capo assistente alla regia era molto duro, e io ero solito scrivere dopo mezzanotte, a letto. Vendevo le mie sceneggiature con facilità facendo più soldi di quanti ne guadagnassi con il mio lavoro di assistente alla regia. Questo voleva dire che potevo bere di più. Quindi scrivevo, poi bevevo, e quando ero in bolletta scrivevo ancora. I miei amici aspettavano che io scrivessi sceneggiature e guadagnassi dei soldi per andare a bere. E quando andavamo a bere parlavamo sempre di cinema. Alcuni di questi discorsi divennero parte dei nuovi progetti. Anche adesso, quando beviamo insieme agli attori e alla troupe dopo un giorno di lavoro in esterni, parliamo del nostro lavoro, e a volte è lì che ci diciamo le cose più importanti.

Cineaste: Il grande schermo del Lincoln Center fa apparire Ran estremamente emozionante, in confronto al piccolo schermo della sala stampa.

Kurosawa: A Parigi Ran è stato proiettato a 70 mm. Le scene della battaglia apparivano grandiose e con il sistema stereo a sei canali erano veramente esaltanti. Le persone che non erano riuscite a entrare nel cinema facevano un gran baccano là fuori, e si sentivano anche dentro la sala. Però le scene delicate, con risvolti psicologici, non funzionano in queste sale. A volte penso che queste scene siano più adatte a sale più piccole e raccolte. Non ci sono molti cinema a 70 mm. A Tokio forse ci sono solo due sale. E poi costa molto produrre un film a 70 mm. Penso che i migliori film a 70 mm siano stati Ben Hur di Wyler e Lawrence d’Arabia di Lean. In particolare la scena della corsa delle bighe in Ben Hur non sarebbe stata così emozionante se non fosse stata proiettata a 70 mm.

Gery Crowdus e Dan Georgakas (a cura di), The Cineaste Interviews II: On the Art and Politics of the Cinema, Lake View Press, Chicago 1998.

Compare in

Sceneggiatura; Cinema giapponese; Kurosawa Akira

© 2008 Microsoft