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Baillet: Cartesio

Cartesio

Nel 1637, per i tipi dell’editore Le Maire, venne pubblicato a Leida il Discorso sul metodo di René Descartes, che accompagnava, a mo’ di introduzione, tre trattati di argomento filosofico-scientifico, la Geometria, la Diottrica e le Meteore. Opera che inaugura la filosofia moderna, il Discorso cala in una cornice autobiografica una nuova visione del mondo, affidando alla trasparenza della prosa francese, insieme semplice e rigorosa, il compito di fondare un’epistemologia che si avvale del dubbio per giungere a nozioni certe, chiare e distinte. Queste pagine di Adrien Baillet, uno dei primi biografi di Descartes, ci conducono nel cuore del metodo cartesiano, tracciando con ammirata sobrietà la genesi e la struttura di un testo inattaccabile dal tempo.

Dal momento che Descartes aveva deciso di non autorizzare la pubblicazione delle proprie opere fintanto che fosse rimasto in vita, sembrava non restasse altro da fare che ucciderlo per consentire al pubblico di entrare in possesso di un bene al quale aveva diritto. Gli amici gli fecero considerare quanto ingiusta fosse la sua condotta e, persuadendolo a pubblicare quello che era pronto per la stampa, gli evitarono il pericolo di vedersi immolato alla collera generale.

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Raccolse dunque tutto quanto di completo trovò fra le sue carte in quattro trattati, per i quali fece richiedere il privilegio reale che gli fu accordato con grandi testimonianze di stima e di riguardo il 4 maggio 1637: poteva così dare alle stampe non soltanto i quattro trattati in questione, ma anche tutto quello che aveva scritto fino a quel momento e tutto quello che avrebbe potuto scrivere in futuro, in qualsiasi luogo gli fosse piaciuto, dentro o fuori il regno di Francia.

Questi quattro trattati, che egli voleva presentare come saggi della sua filosofia, furono stampati a Leida con il titolo di Discours de la méthode pour bien conduire sa raison et chercher la vérité dans les sciences. Plus la dioptrique, les météores er la géométrie qui sont des essais de cette méthode.

Nel primo il suo intento non era quello di insegnare per intero il suo metodo, ma solo di proporne quanto considerava sufficiente a mostrare che le nuove idee esposte successivamente sulla diottrica e sulle meteore non erano state concepite alla leggera, e meritavano forse di essere prese in esame.

Il primo trattato, o Discorso sul metodo, inizia con varie considerazioni sulle scienze. In seguito Descartes propone le principali regole del metodo da lui elaborato all’unico fine di guidare la propria ragione. Presenta poi alcune massime morali ricavate con tale metodo. Quindi deduce le ragioni che gli servono per provare l’esistenza di Dio e dell’anima umana, fondamenti della sua metafisica. Successivamente delinea l’ordine dei problemi di fisica da lui studiati, individuando la differenza fra la nostra anima e quella delle bestie. Opera infine una deduzione di tutto quanto ritiene necessario per far progredire l’indagine sulla natura più di quanto fosse avvenuto fino ad allora. Conclude affermando che tutte le sue idee hanno per fine solo il bene del prossimo: ma che egli è lungi dal volersi impegnare in qualcosa che potrebbe essere vantaggioso ad alcuni solo nuocendo ad altri.

Con questo trattato non aveva la pretesa di prescrivere un metodo a nessuno: voleva solo far conoscere quello che egli stesso aveva seguito in virtù del diritto derivatogli dalla libertà di condursi secondo il lume naturale ricevuto da Dio.

Di tale metodo, il primo saggio è il trattato sulla diottrica, suddiviso in dieci parti che costituiscono altrettanti discorsi o dissertazioni assai brevi sulla luce, sulla rifrazione, sull’occhio e i sensi, sulle immagini che si formano sul fondo dell’occhio, sulla visione, sul cannocchiale e sul taglio delle lenti.

In questo trattato l’intenzione dell’autore era di dimostrare che si può progredire molto in filosofia, sino a giungere per mezzo suo alla conoscenza delle arti utili alla vita.

Il secondo saggio consiste nel trattato sulle meteore, suddiviso nello stesso numero di parti della diottrica. Vi sono esaminati i corpi terrestri, i vapori e le esalazioni, il sale, i venti, le nuvole, la pioggia, la neve e la grandine, le tempeste, la folgore e gli altri fuochi che si accendono nell’aria, l’arcobaleno, il colore delle nuvole e dei cerchi o corone che qualche volta appaiono attorno agli astri, i pareli o apparizioni di più soli.

L’ultimo dei saggi sul metodo è il trattato di geometria, che comprende tre libri, dedicati principalmente alla costruzione dei problemi. Con quest’opera l’autore si proponeva di palesare per via dimostrativa come avesse scoperto molte cose prima sconosciute, e al tempo stesso di suggerire che se ne sarebbero potute scoprire molte altre ancora, al fine di stimolare più efficacemente tutti gli uomini alla ricerca della Verità.

Ma ci inganneremmo se pensassimo che Descartes intendesse presentare in quest’opera, che richiede lettori diversi dagli studiosi di matematica, gli elementi della geometria. Nei tre trattati che precedono quest’ultimo si era sforzato di rendersi intelligibile a tutti, poiché occorreva far comprendere cose mai insegnate prima, e di cui non erano ancora stati indicati i veri princìpi. Era però consapevole dell’esistenza di molte opere di geometria, precedenti alla sua, sulle quali non aveva nulla da eccepire: non ritenne perciò di dover ripetere nel suo trattato quanto di buono e di assai ben dimostrato aveva trovato negli altri. Così, lungi dal volerli rendere inutili, lavorò a renderli necessari, partendo da dove quelli finiscono. Per capire la sua geometria, di conseguenza, è indispensabile averli letti. Eliminò i princìpi della maggior parte delle sue regole e le loro dimostrazioni. Aveva perfino previsto che parecchi tra quanti avevano letto gli altri testi di geometria, acquisendo però solo un livello medio di conoscenza, molto difficilmente sarebbero arrivati a comprendere il suo scritto.

Sebbene gli argomenti dei quattro trattati appaiano a prima vista alquanto lontani fra loro, Descartes ha tuttavia fatto in modo che gli ultimi tre abbiano un legame molto stretto con il primo. Così, dopo aver proposto un esempio di metodo generale, da lui adottato senza peraltro pretendere di insegnarlo agli altri, ha scelto nella diottrica un argomento nel quale si uniscono filosofia e matematica, nelle meteore uno di filosofia pura senza mescolanze, e nella geometria uno di matematica pura; tutto questo al fine di mostrare come non vi fosse nulla, nell’ambito delle sue conoscenze naturali, che egli non progettasse di ricondurre e ridurre a tale metodo con la speranza di ottenere pieno successo, a condizione di fare gli esperimenti necessari e di avere il tempo per analizzarli.

Quanto al suo modo di ragionare, pare che dagli altri fosse considerato in maniera completamente diversa da quello che secondo lui effettivamente era. Su questo punto egli era in totale disaccordo con quanti sostenevano pubblicamente che le sue dimostrazioni potevano essere tranquillamente respinte e ignorate, ma non combattute e confutate con la ragione. In verità, non accogliendo nessun principio che non ritenesse perfettamente chiaro, e considerando, al modo dei matematici, solo le grandezze, le figure e il movimento, Descartes si è precluso tutte quelle vie di fuga che di solito ci si riserva per i casi di bisogno, e si è privato di tutte le scappatoie dei filosofi. In tal modo, qualsiasi minimo errore si insinui nei suoi princìpi potrà essere facilmente individuato e confutato con una dimostrazione matematica. Per contro, quando vi si trovi qualcosa di così vero e certo da non poter essere demolito da alcuna dimostrazione del genere, non sarà dato di ignorarlo impunemente, per lo meno da parte di coloro che si dedicano all’insegnamento. Poiché se è vero che ovunque egli sembra soltanto proporre asserzioni senza il sostegno di alcuna prova, è tuttavia molto facile derivare dei sillogismi dalle sue spiegazioni: egli ha infatti ritenuto che grazie ad esse qualsiasi diversa opinione sugli stessi argomenti avrebbe potuto essere demolita senza difficoltà, e che quanti si fossero intestarditi a difenderla si sarebbero trovati in grande disagio dovendo replicare a interlocutori che avessero compreso i suoi princìpi.

Adrien Baillet, Vita di Monsieur Descartes, Libro IV, traduzione di L. Pezzillo, Adelphi, Milano 1996.

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