|
Appassionata lettrice di Tacito, instancabile conversatrice poliglotta, tanto risoluta negli affari di governo quanto riflessiva nelle dispute scientifiche: questo, in sintesi, il ritratto della regina Cristina di Svezia fatto dall’ambasciatore francese a Stoccolma e ripreso dall’erudito Adrien Baillet nella sua biografia di Cartesio, che presso la corte svedese passò l’ultimo anno di vita. Qualche tempo dopo, forse irretita dall’insegnamento del grande filosofo francese, Cristina avrebbe abdicato al trono per trasferirsi a Roma e dedicarsi alle attività culturali.
 |
La vita di questa regina è troppo nota perché non ci sentiamo in obbligo, spinti dalla sua decisione di diventare allieva di Descartes, di fornire un riassunto della sua storia, così come abbiamo fatto per la principessa Elisabetta. Ci limiteremo perciò a riportare la descrizione che delle sue doti, delle sue inclinazioni e abitudini e dei suoi costumi ha tracciato Monsieur Chanut su preghiera del segretario di Stato Monsieur de Brienne, descrizione che fino a questo momento non aveva mai visto la luce. Secondo il ritratto destinato al ministro, il volto della giovane sovrana mutava, a seconda dei moti dell’animo, in maniera tanto repentina da divenire spesso, da un momento all’altro, irriconoscibile. Se di norma appariva molto affabile e un poco assorto, si alterava però assai facilmente per le impressioni che il variare dei pensieri vi produceva, pur conservando sempre, in tutte queste metamorfosi, un che di sereno e di molto gradevole. Quando accadeva, tuttavia, che ella disapprovasse fortemente qualcosa, le sue fattezze assumevano una cert’aria burrascosa che, pur non snaturandole, non mancava di ispirare terrore in chi la guardava. Aveva un tono di voce solitamente molto dolce, che l’orecchio percepiva senza esitazione come femminile, sebbene le sue parole, in qualunque lingua si esprimesse, avessero una fermezza assolutamente maschia e non comune. Ma talora le capitava, senza affettazione o causa apparente, di cambiar tono. Ne prendeva sovente uno più robusto e forte di quello proprio del suo sesso, che poi comunque tornava poco alla volta al timbro abituale. Era di statura un poco inferiore alla media: cosa che non si sarebbe notata se solo avesse voluto servirsi di calzature femminili. Ma per esser libera, a Palazzo come in campagna, a cavallo e a piedi, portava scarpe dalla suola piatta, in morbido marocchino nero, in tutto simili a quelle degli uomini.
 |
|
Altre risorse |
|
 |
|
|
|
|
Riguardo alla sua vita interiore, studiata da Monsier Chanut ben più attentamente, ella aveva, ci viene detto, un grande senso della Divinità e un attaccamento fedele al cristianesimo, sì da disapprovare sempre che negli incontri fra studiosi si accantonasse la dottrina della Grazia per filosofare al modo degli antichi. Nella sua mente quello che non era conforme al Vangelo passava per fantasticheria. Non metteva acrimonia nella polemica sulle questioni che ci dividono dagli evangelici e dai riformati. Ma non sembra che nell’informarsi di tali problemi ponesse la stessa cura che riservava a quelli in genere sollevati dai filosofi, dai gentili e dagli Ebrei: su questi ultimi il suo ragionare chiaro e serrato era un segno dell’applicazione posta nell’istruirsene e nel costruirsi un saldo fondamento per il resto della vita, con lo stesso animo sereno col quale trattava tutte le questioni religiose. È possibile affermare che, già da allora, ella fosse luterana solo per educazione e per difetto di conoscenza della nostra fede nella sua purezza. A volte si sorprendeva allorché, rimproverando a Monsieur Chanut gli errori di cui i Protestanti accusavano i Cattolici, egli si trovava d’accordo nel condannarli: ma in effetti alla Chiesa cattolica tali errori erano imputati falsamente. Riguardo ai Calvinisti, ella non poteva sopportare la loro dottrina sulla predestinazione; e sovente, in presenza di Monsieur Chanut, diceva loro che gli Evangelici (o Luterani) erano in fondo meno lontani dai Cattolici dei Riformati (o Calvinisti). La sua devozione a Dio, più che in qualsiasi altro modo, traspariva dalla fiducia che ella mostrava di nutrire nella sua protezione, non preoccupandosi del resto di palesare una religiosità esteriore ed esibita.
Dopo la pietà nulla era più presente al suo spirito dell’incredibile passione per un’altra virtù, ed ella amava meditare sui modi per conquistarla; non la teneva però disgiunta dal desiderio della gloria, sicché possiamo dire che anelava alla virtù accompagnata dall’onore che ne deriva. Talvolta parlava da stoica dell’eccellenza della virtù, nostra suprema felicità in questa vita, e ragionava su tale argomento con grande energia. Quando trattava con persone con cui aveva molta familiarità ed entrava nel merito del reale valore da attribuire alle cose di questo mondo, era un piacere straordinario vederle mettere la corona sotto i piedi e riconoscere che la virtù è l’unico vero vene al quale tutti gli uomini aspirano allo stesso modo, senza che le loro condizioni costituiscano un privilegio. Ma certo non dimenticava a lungo di essere regina. Ben presto riprendeva la corona, ne ritrovava il peso e faceva consistere il principale esercizio della propria virtù nel compiere bene il proprio dovere. Possedeva anche, per darvi degno adempimento, grandi doti naturali: una meravigliosa facilità a comprendere e penetrare gli affari di Stato e una memoria che la serviva con tale fedeltà da indurla qualche volta ad abusarne. In effetti non sarebbe stato forse del tutto ingiustificato trovar da ridire sul fatto che una principessa capace di parlare perfettamente il latino, il francese, il fiammingo, il tedesco e lo svedese, si assumesse anche il carico del greco, nel quale faceva grandi progressi: ma per lei costituiva uno svago nei ritagli di tempo, e del resto lo studio di questa lingua, così come delle altre, non la distoglieva dalle letture serie. Con tale appellativo ella qualificava, per esempio, la storia di Tacito, della quale leggeva ogni giorno, immancabilmente, alcune pagine. Aveva con questo autore, che mette in difficoltà anche i più eruditi, grande familiarità: e Monsieur Chanut racconta a tal proposito cose davvero sorprendenti, delle quali tuttavia non ci è consentito dubitare, dato che egli le aveva constatate di persona. Eppure la regina evitava di far mostra di letture e conoscenze, o per lo meno se ne curava poco. Allorché i dotti discutevano in sua presenza di un problema sul quale si trovavano in disaccordo (cosa che costituiva uno dei suoi piaceri), ella ascoltava molto attentamente ed esprimeva la sua opinione solo verso la fine, e con poche parole, ma così ben formulate da poter essere accolte come un giudizio definitivo, poiché la sua analisi era sempre lucida e mai precipitosa: in ogni circostanza, infatti, badava a non enunciare il proprio parere in modo affrettato. Questa cautela era ancora più evidente negli affari di Stato che negli incontri a carattere scientifico. Raramente era possibile scoprire da che parte inclinasse. Conservava scrupolosamente il segreto per sé e non si formava opinioni sulla base delle prime cose che le venivano riferite. Accadeva così che quanti le si rivolgevano con abili e ben studiati discorsi, non trovandosi accolti con la pronta condiscendenza auspicata, non tardassero a giudicare la principessa diffidente e difficile da persuadere. In effetti, vi era nel suo carattere una certa propensione alla diffidenza; a volte, ella appariva un po’ troppo lenta nell’accertarsi della verità, e troppo incline a presumere negli altri l’inganno. Tanta prudenza nello stabilire che cosa credere e come decidere non impediva però una ragionevole rapidità nel disbrigo degli affari. Per quanto riguarda quelli privati, che erano di suo assoluto dominio, ella non ne metteva a parte nessuno; deliberava invece con il Senato circa le questioni di governo, ed era incredibile vedere come avesse affermato presso questa assise la propria autorità, aggiungendo alla qualità di regina la grazia, la forza di persuasione, il credito e la liberalità. I senatori stessi, quando non erano in Consiglio, apparivano stupiti del potere che la giovane principessa esercitava sui loro giudizi allorché erano riuniti. Monsieur Chanut ne aveva uditi alcuni attribuire la loro inusitata sottomissione al fatto che si trattava di una donna, presumendo che fosse l’intima e naturale propensione alla deferenza nei confronti di questo sesso a indurli istintivamente all’acquiescenza. Ma è più probabile che la grande autorevolezza della sovrana derivasse dalle buone qualità che trasparivano dalla sua persona. Un giovane re con le stesse virtù avrebbe forse esercitato sul suo Senato una supremazia altrettanto assoluta: ma sarebbe stato meno sorprendente che vedere una giovane donna manipolare con sapienza le menti dei più vecchi e saggi consiglieri. Non v’era peraltro da stupirsi della prudenza tutta maschile da lei manifestata in Senato, dal momento che anche nelle imprese esteriori, apparentemente più legate di quelle dello spirito alle differenze fra i sessi, la natura non le aveva negato alcuna delle qualità di cui menerebbe vanto un giovane cavaliere. La regina era infaticabile nelle attività in aperta campagna, al punto da sostenere dieci ore a cavallo in una giornata di caccia. Il freddo e il sole non la disturbavano affatto. I suoi pasti erano semplici e senza raffinatezze. Nessuno a Corte la eguagliava nella precisione con cui in corsa centrava con un solo colpo una lepre. Ella sapeva ottenere da un cavallo tutto quanto è in grado di fare, ma senza ostentazione e senza trarne motivo di gloria. Queste attività campestri, i pubblici affari e gli studi la tenevano talmente lontana dalla compagnia femminile che la sua conversazione con alte donne erano molto rare; di solito le lasciava dopo le prime manifestazioni di omaggio per andare a intrattenersi con gli uomini su discorsi seri. Quelli dalla cui conversazione sperava di ricavare qualche giovamento erano trattati con tutta la cortesia immaginabile; con gli altri invece tagliava corto, e quando non c’era niente da imparare non si dilungava a discorrere più del necessario. Del pari anche tutti i suoi domestici scambiavano con lei poche parole, ma non per questo la amavano di meno, poiché il suo atteggiamento nei loro confronti era sempre benigno. D’altronde, era una buona padrona: dava con larghezza, anche più di quanto la sua posizione le consentisse, e mostrava grande carità e compassione per i mali altrui. Non di rado, però, si divertiva a canzonare i difetti del prossimo: e sebbene non vi mettesse acrimonia, e anzi usasse la miglior grazia del mondo, avrebbe forse fatto meglio ad astenersene, poiché le ironie dei grandi producono spesso reazioni negative su coloro che, di condizione inferiore, le subiscono.
Si concedeva di solito soltanto cinque ore di sonno, del tutto insufficienti al suo riposo: così, soprattutto in estate, era costretta a dormire un’ora dopo pranzo. Il tempo che impiegava a vestirsi non incideva minimamente sull’organizzazione della sua giornata: in un quarto d’ora era pronta, e alla sua acconciatura, fatta eccezione per occasioni solenni, erano sufficienti un pettine e un nastro. Capelli tanto poco curati si addicevano tuttavia al suo volto, del quale pure quasi non si dava pensiero, sì che al vento e alla pioggia, in città come in campagna, mai la si vedeva con una cuffia o con una maschera. Per proteggersi dalle ingiurie dell’aria andando a cavallo portava soltanto un cappello ornato di piume, sotto le quali era pressoché impossibile, quando indossava il giustacuore con un piccolo colletto al modo degli uomini, indovinare il suo sesso. Un simile disinteresse per la cura della sua persona era un poco eccessivo, e giungeva talvolta fino a farle trascurare la salute che, se ella non fosse stata forte e vigorosa, avrebbe potuto risentirne.
Ma ai suoi occhi nulla valeva quanto l’ardente e costante amore per l’onore e la virtù. Ad essi erano rivolti tutti i suoi pensieri. La sua ambizione era indirizzata più al desiderio di accrescere il proprio merito con le opere che ad estendere ulteriormente le conquiste in Germania grazie al valore dei sudditi. Ciò la rese in seguito, circa le condizioni della pace di Münster, più conciliante di quanto i suoi ministri avrebbero forse desiderato, anche se per altro verso si mostrò sempre attenta a trar profitto da tutti i benefici che il tempo poteva procurarle per il rafforzamento della Corona, consapevole del fatto che il dovere, la sicurezza e la gloria dei principi consistono nel rendere lo Stato forte e i sudditi felici.
Adrien Baillet, Vita di Monsieur Descartes, traduzione di L. Pezzillo, Adelphi, Milano 1996.
Compare in
Cristina di Svezia; Cartesio
|