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Autonomia dell’indagine e libera circolazione delle idee: questi, secondo Kant, sono i cardini intorno a cui ruotano la crescita della conoscenza e la progressiva emancipazione dell’umanità. All’opposto, non può dirsi libera una società in cui la comunicazione e le coscienze siano poste sotto la tutela di un potere dispotico o paternalistico. Come per l’agire morale, anche per la retta conduzione del pensiero l’unica autorità riconosciuta è la ragione, che con le sue leggi crea le condizioni per l’esercizio della libertà.
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| Immanuel Kant |
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Alla libertà di pensiero si contrappone IN PRIMO LUOGO la costrizione sociale.In verità si è soliti dire che un potere superiore può privarci della libertà di parlare o di scrivere, ma non di pensare. Ma quanto, e quanto correttamente penseremmo, se non pensassimo per così dire in comune con altri a cui comunichiamo i nostri pensieri, e che ci comunicano i loro? Quindi si può ben dire che quel potere esterno che strappa agli uomini la libertà di comunicare pubblicamente i loro pensieri, li priva anche della libertà di pensare, cioè dell’unico tesoro rimastoci in mezzo a tutte le imposizioni sociali, il solo che ancora può consentirci di trovare rimedio ai mali di questa condizione.
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Altre risorse |
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IN SECONDO LUOGO, la libertà di pensiero è intesa nel significato secondo il quale le si contrappone quella costrizione della coscienza che si verifica quando alcuni cittadini privi di qualsiasi potere esterno in questioni religiose si ergono a tutori di altri cittadini e, non con argomentazioni, ma con formule di fede precostituite e accompagnate dall’ansioso timore del pericolo di un’indagine autonoma, riescono a bandire ogni verifica razionale mediante un precoce condizionamento degli animi.
IN TERZO LUOGO, libertà di pensiero significa anche che la ragione si sottomette solo ed esclusivamente alla legge che essa stessa si dà. A ciò si contrappone la massima di un USO SENZA LEGGE della ragione (per vedere così, come presume erroneamente il genio, oltre i limiti della legge). La conseguenza è naturalmente questa: se la ragione non vuole sottomettersi alla legge che essa stessa si dà, deve necessariamente piegarsi al giogo delle leggi imposte da altri, poiché senza una qualche legge niente, nemmeno l’assurdità più grande, può sussistere a lungo. La conseguenza inevitabile dell’assenza dichiarata di leggi nel pensare (cioè della liberazione dai limiti imposti dalla ragione) è dunque la seguente: alla fin fine ci rimettiamo la libertà di pensiero, e poiché la colpa non è della sfortuna, ma della nostra tracotanza, siamo noi a giocarcela nel vero senso della parola.
Le cose vanno all’incirca così. In un primo tempo, il genio, sbarazzatosi del filo con cui un tempo la ragione lo guidava, si compiace molto dell’audacia dei propri slanci. Presto anche altri sono incantati dalla perentorietà delle sue affermazioni e dalle sue grandi aspettative, ed egli sembra essersi ormai assiso su un trono che la ragione grave e pedante male adornava, pur continuando a servirsi del suo linguaggio. Noi, comuni mortali, chiamiamo ESALTAZIONE la massima qui assunta della nullità della ragione supremamente legislatrice, mentre quei favoriti della natura benevola la chiamano illuminazione. Ora, dal momento che anche fra costoro non può tardare a sorgere una confusione di linguaggi, poiché ognuno segue la propria ispirazione, mentre solo la ragione è in grado di dare prescrizioni valide per tutti, così, da ispirazioni interiori, finiscono per scaturire dati di fatto esteriori avallati da testimonianze, e da tradizioni inizialmente scelte in modo autonomo conseguono, con il passare del tempo, documenti imposti; ne deriva cioè, in una parola, la totale sottomissione della ragione ai dati di fatto, ovvero la SUPERSTIZIONE, poiché essa si lascia ricondurre quanto meno a una forma legale e dunque a una stabilità.
Ma dal momento che la ragione umana tende pur sempre verso la libertà, il primo uso che, una volta spezzate le catene, essa fa di una libertà a cui da tempo era disavvezza, sfocia inevitabilmente nell’abuso e in una temeraria fiducia nell’indipendenza della sua facoltà da tutte le limitazioni, cioè nella persuasione dell’assolutezza della ragione speculativa, che ammette solo ciò che si può giustificare in base a fondamenti oggettivi e a convinzioni dogmatiche, rigettando audacemente tutto il resto. La massima dell’indipendenza della ragione dal suo stesso bisogno (rinuncia alla fede razionale) si chiama INCREDULITÀ. Non si tratta di un’incredulità storica, poiché questa non può essere considerata intenzionale, né, quindi, imputabile (perché ognuno, volente o nolente, a un fatto sufficientemente assodato deve credere tanto quanto a una dimostrazione matematica), ma di un’incredulità della ragione. È questa una condizione spiacevole dell’animo umano, che priva le leggi morali dapprima di ogni presa dei moventi sul cuore, e, col tempo, di qualsiasi autorità, ingenerando il modo di pensare chiamato LIBERTINISMO, basato sul principio di non riconoscere più alcun dovere. A questo punto entra in gioco l’autorità, preoccupata che la stessa vita sociale non cada nel disordine più assoluto; e poiché il metodo più spiccio e deciso è per lei giusto il migliore, essa sopprime totalmente la libertà di pensiero, sottomettendo quest’ultimo come ogni altra attività alla legislazione ordinaria. Ed è così che la libertà di pensiero, quando intende procedere svincolata dalle leggi della ragione, finisce per distruggere se stessa.
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Immanuel Kant, Che cosa significa orientarsi nel pensiero, traduzione di P. Dal Santo, Adelphi, Milano 1996.
Compare in
Illuminismo; Libertà; Kant, Immanuel
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